A cura di Monica Trigona
Inaugurazione giovedì 6 dicembre 2007, ore 18.30 – 21.00
“...(Tereza) prende tutto troppo seriamente, di ogni cosa fa una tragedia, non riesce a capire la leggerezza e la gioiosa futilità dell’amore fisico. Come vorrebbe imparare la leggerezza! Come vorrebbe che qualcuno le insegnasse a non essere così anacronistica.”
Milan Kundera, L’ insostenibile leggerezza dell’essere, p. 148, XVI edizione, gli Adelphi, 1999, Milano
“Eros” in greco significa amore, e da questa radice deriva il sostantivo “erotismo”.
L’erotismo, che racchiude in sé la serie d’impulsi e manifestazioni sessuali dell’individuo, è dunque una manifestazione dell’amore?
Storicamente è una delle sue rivelazioni, non l’unica.
L’erotismo può prescindere dal sentimento ed essere unicamente sfogo fisico volto alla pura soddisfazione carnale.
L’amore per il grande scrittore boemo Milan Kundera rappresenta la nostra libertà di poter scegliere, mentre il sesso non è altro che un meccanismo ad orologeria inevitabile, con il quale il Creatore si è divertito, complicando non poco l’esistenza umana.
Spesso, anche nell’odierna società, apparentemente così “evoluta”, si giunge ad occultare il lato criptico dell’amore, l’aspetto erotico, per pudore o addirittura paura di essere ghettizzati nei meandri oscuri del vizio.
La mostra si propone di offrire tre differenti visioni dell’erotismo da parte di artisti che, appartenenti a generazioni e latitudini diverse, ne colgono di volta in volta il lato più strettamente ironico e popolare, quello più notturno e dionisiaco e quello più seducente e raffinato.
Filiberto Crosa crea installazioni pittoriche utilizzando i personaggi di Ken e di Barbie, appartenenti all’immaginario ludico ed infantile delle bambine di tutto il mondo, per creare esilaranti teatrini privati dai titolo tanto spiritosi quanto “ingenuamente” ammiccanti.
Giovanni Agosta con le sue grandi pitture simboliche, dalla materia ricca e opulenta, crea scenari dove la componente vitalistica della sessualità umana si scontra violentemente con le differenze innate nell’essere maschile da una parte e nell’essere femminile dall’altra.
L’artista gioca con linguaggi disparati e crea con i neon la sua personale visione della vita erotica umana.
Monica Papagna, utilizza il medium fotografico per carpire i particolari della carne nuda che ora fugge ora si mostra all’obbiettivo, ma sempre in modo dimesso, timido, in un gioco di chiaroscuri che vede i colori della passione, il rosso, e della morte, il nero, alternasi felicemente in un gioco sinistro e misterioso.
L’erotismo ispira ancora una volta la creatività e la creatività ispirerà nuovamente l’erotismo? Kundera non avrebbe dubbi…
“Ancora, ancora, giochiamo ancora!” *
Monica Trigona
Secondo Ovidio (Metamorfosi, X, 243 - 297), Pigmalione, re di Cipro, scolpì una statua d’avorio che rappresentava una donna nuda dalle forme perfette, che chiamò Galatea (dal greco gala, galaktos, latte), e della quale si innamorò perdutamente, considerandola il proprio ideale femminile, superiore a qualunque donna.
L’abile re scultore ritoccava ogni giorno la sua “creatura”per renderla sempre più bella e arrivò al punto di dormirle a fianco, agognando che diventasse di carne e ossa.
Un giorno finalmente egli si recò al tempio di Afrodite, dea protettrice di Cipro, e la supplicò affinché il suo desiderio si avverasse e potesse far di Galatea la sua sposa.
La dea acconsentì facendo innalzare le fiamme dell'altare fino al cielo per tre volte.
Pigmalione a quel punto si recò velocemente nella sua dimora dove, sotto i suoi occhi, Galatea si animò. I due si sposarono ed ebbero un figlio, Pafo.
Mi piace iniziare, con questa leggenda, un testo dedicato ad un argomento così delicato, troppo spesso vittima di semplificazioni e confusioni semantiche.
Una volta per tutte: l’erotismo non è pornografia!
La pornografia è più esplicita e generalmente esaspera la sessualità fisica, non quella emotiva; laddove la pornografia opera empiricamente attraverso atti sessuali, l’erotismo evoca semplicemente, ammicca.
È difficile stabilire tuttavia una distinzione netta poiché le definizioni si basano su un giudizio soggettivo che dipende dal contesto in cui viene espresso.
L’erotismo, benché spesso confuso con le manifestazioni sensibili della sessualità, consiste più precisamente, secondo la definizione di Georges Bataille, che ne ha scritto l’apologia in un’opera famosa, nella trasgressione sessuale di ogni norma morale, di ogni ordine, di ogni sistema di valori.
Bataille sottolinea come il Cristianesimo non abbia condannato la sessualità, ma si sia opposto, fin dal suo nascere, all’erotismo.
Ancora più arduo è esprimere dei giudizi di carattere morale.
Chi, infatti, puó dire con certezza di sapere cosa sia la “normalità” rispetto alla quale tutti i comportamenti erotici “diversi” risultano a-normali?
Nel Simposio Platone parla del mito che Aristofane racconta circa l’origine dei sessi.
Secondo Aristofane in origine i sessi erano tre.
L’”unità originaria” poteva essere composta di due sessi maschili, di due femminili o di un sesso maschile e di uno femminile.
Chi era parte di un tutto maschile avrebbe ricercato tutta la vita un partner maschile,
chi era parte di un tutto femminile avrebbe ricercato un’altra parte femminile; il tutto per ripristinare la “palla originaria”.
* Maria Schneider in Ultimo Tango a Parigi, film diretto dal regista B. Bertolucci e uscito in Italia nel 1972
Il filosofo greco insegna che non c’è una concezione della normalità che escluda la liceità di qualunque forma di comportamento sessuale, quindi di qualunque forma di inclinazione erotica.
L'assunzione della norma come modo per delegittimare il comportamento degli altri insomma è improponibile.
Platone stesso quindi ammette che non esiste una condizione naturale nell’erotismo e ci apre un varco davanti al bigottismo ipocrita e populista, troppo spesso ostentato, a
dispetto di una società dello spettacolo che continua a mercificare scandalosamente l’immagine del corpo.
Da quando appare in ogni media, quel “surrogato d’erotismo”, in quanto è realmente la sua caricatura, mostra solo il suo aspetto indecente e profano. La trasgressione, esibita con sì tanta facilità contribuisce a banalizzare la sessualità ed il suo desiderio.
L’erotismo, in quanto rappresentazione intellettuale del sesso, può presumere semplicemente una complicità d'intenti tra due esseri umani, che per varie ragioni si avvicinano e giocano attraverso i loro corpi, interfacce intelligibili delle loro pulsioni interiori.
Tornando nuovamente a quanto scrive Platone nel Simposio, nel momento in cui sentiamo la mancanza dell'oggetto del nostro desiderio, l’oggetto erotico per l’appunto, esso ci attira verso di sé come una calamita.
Si può quindi provare attrazione erotica, spirituale e fisica insieme, per una persona dell'altro sesso o del proprio, ma anche per la sua raffigurazione, come nel caso del mito di Pigmalione, dove la dedizione dell’artista per la sua bella creatura determina un’immedesimazione così forte dal far desiderare il congiungimento ad essa.
Non a caso il tema erotico è stato da sempre rappresentato da artisti di tutti i tempi e di tutte le provenienze.
Si pensi alla rappresentazione del nudo umano ad esempio.
Esso si manifesta senza precisi intenti nell'arte egiziana per poi esplodere nella scultura greca, che già nel periodo arcaico si propone di raffigurare atleti e divinità privi di vesti.
I romani ricavarono dai nudi greci numerosissime copie ed imitazioni.
Interrotto nel Medioevo, lo studio del nudo riprende, in pittura e scultura, durante il Rinascimento ed è portato all'imitazione greca dai neoclassicisti.
Quasi venerato per tutto l'Ottocento in Francia, Italia e Inghilterra, lo studio del nudo è tuttora presupposto degli studi accademici.
Gli artisti presentati oggi in occasione della mostra non hanno alle spalle trascorsi che possano accomunarli tra loro.
Sono “giovani” che hanno riflettuto sul loro personale modo di vedere l’erotismo in un momento storico che l’ha reso così manifesto da provocare stanchezza e, perché no, disinteresse nei suoi confronti.
Trasgressioni artistiche
La ricerca artistica di Gio-vanni Agosta è caratterizzata dall’uso di diverse tecniche e materiali, dagli olii di grande formato ai disegni in acrilico, dalle composizioni al neon alle installazioni pittoriche.
Le prime grandi tele presenti in mostra rivelano un’energia spiazzante e un’arguta ferocia che affascinano e stordiscono simultaneamente.
In una, “Regal sex”, l’accoppiamento tra i due sessi, nello specifico tra un principe e una principessa, viene affrontato in chiave simbolica e metafisica, con un uomo tondeggiante che evoca l’opulenza, la passione, la lascivia, ma dall’occhio emblematicamente triangolare, che ne rivela il lato più razionale e sensibile.
Viceversa la geometria della donna è triangolare tutta, pur tradendosi, a sua volta, con l’ovale del cavo ottico, che lascia trasparire il suo lato più sensuale ed erotico, in un contrasto continuo tra rosso shocking e tonalità del blu, tra carne e spirito.
Come già detto, secondo Georges Bataille, l’erotismo è trasgressione della norma morale; la tela “Fetish cruel world” esprime pienamente questo concetto sottolineando drammaticamente un mondo fetish cruento ai più sconosciuto.
Nella grande installazione pittorica “Regal chain”, il sogno amoroso si realizza pienamente grazie all’unione tra i due sessi in un cuore centrale che scalda tutta la composizione.
La catena patinata diventa feticcio del lieto fine, dell’ideale compimento, con i suoi cuori pop e la sua solida conformazione.
Dalle composizioni più propriamente simboliche si passa poi a due grandi tele dove il verbo chiave è depistare.
La donna si fa topo e gatto alternativamente, ora preda ora predatore, depistando, appunto, prima un gatto poi un cane increduli, e contemporaneamente noi, gli spettatori.
La doppia natura femminile è espressa attraverso due travestimenti fumettistici dai toni esplicitamente erotici che svelano curve abbondanti degne di “Lara Croft”.
La riflessione sullo status quo della donna nella società odierna, portata avanti da diversi artisti contemporanei, si concilia con l’analisi filologica, storica e poetica sulla sua condizione all’interno del rapporto erotico.
A far da guardiani all’ingresso del percorso ci sono tre installazioni di neon neri che si illuminano ad intermittenza, grazie ad un processo detto di“evanescenza”, nei loro connotati più intimi di un rosso che ancora una volta si commenta da sé.
La postura altera e il piglio autoritario dell’uomo-neon, si scontra con l’atteggiamento dimesso della donna-neon, per poi riconciliarsi in una sorprendente copulazione.
Questo raffinato lavoro ha ricezione mentale e non ormonale, sebbene ardente come si conviene alle fantasie più segrete, emotivo come la passionalità che ostenta.
Allegramente, perché le sue opere racchiudono uno sguardo ironico, a volte critico, altre volte complice, sulla vita erotica “comune”, quella “normale”, Filiberto Crosa realizza quadri tridimensionali dove a far da padroni sono niente poco dimeno che Barbie e Ken.
Rielaborazioni artistiche dell’immaginario consumistico made in U.S.A, già florido bacino di spunti per i pop artisti, le due bambole rigorosamente ignude rappresentano scene di ordinaria vita-follia erotica.
Alle prese con preservativi, corde, orge, posizioni mutuate dal Kamasutra, i due simpatici miti dell’infanzia vorrebbero interpretare situazioni ad alto tasso erotico, ma risultano sconfitti in partenza.
Come si fa a prendere sul serio la pupattola più bella, più ricca, più trendy, più fortunata e più famosa della storia e il suo fidanzatino perfetto dai capelli impomatati e fisico da copertina?
Gli esilaranti quadretti narrativi dai toni volutamente eccessivi, kitch direi, sia per le situazioni raccontate sia per la tecnica adoperata, che evocano il vivere contemporaneo caratterizzato da cartoni animati, da internet e dalla televisione, dagli elettrodomestici seriali, da “miti” di plastica e pupazzi feticci, stemperano il tono dell’esposizione ricordandoci che l’erotismo, per quanto cosa seria, può essere divertente.
Monica Papagna impronta il suo lavoro sul gioco dialettico tra negazione ed enfatizzazione, su ciò che si vede e ciò che invece si deve spiare.
Le sue fotografie in rosso e nero svelano particolari del corpo femminile che suscitano spontanea curiosità ma allo stesso tempo soddisfano l’occhio più esigente grazie all’abilità compositiva dell’artista.
Le donne che immortala l’artista sono vittime della loro condizione femminile o sicure del loro potenziale seduttivo?
Nel mettersi in posa da femme fatale, esprimono il loro narcisismo sempre presente o il loro desiderio di rivalsa sul sesso forte?
Forse tutte queste essenze insieme. Nessuno lo può dire realmente, perché, come direbbe Pirandello, sono uno, nessuno e centomila, oppure, come dedurrebbero i più, la mente femminile è quanto di più intricato e irrazionale possa esistere.
Dissimulare la fragilità con l’uso d’orpelli e ornamenti preziosi o attraverso pose ammiccanti poco cambia.
La seduzione in atto è palpabile, grazie ad un sapiente obiettivo che riesce ad evidenziare una sessualità patinata, studiata come un dipinto, sublimata su un piano intellettuale, non da esperire ad un livello lubrico.
L’obiettivo della macchina fotografica non è un voyeur, mostra il nudo nella sua totale corporalità, nella pienezza della sua natura fisica, celata solo dagli stacchi bui dovuti agli scherzi della luce.
Forme sfocate si stagliano come misteriose epifanie accanto a corpi ben delineati, chiari, terreni, quasi palpabili, come a sottolineare la duplice natura dell’erotismo stesso: carnale ed evocativo, sensibile e metafisico, pesante e insostenibilmente leggero.
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