Nel dettaglio c’è l’attenzione al senso delle cose. E il dettaglio per emergere richiede una tecnica della rappresentazione che sia adeguata alle finalità che ci si prefigge. Nell’arte (ma forse in ogni attività dell’uomo) il dettaglio è ciò che, paradossalmente, consente la visione d’insieme, e questo processo implica una tecnica in grado di farlo emergere, tecnica che diventa fondamentale nella fenomenologia della rappresentazione estetica.
La nostra società tecnologica si sviluppa attraverso l’esaltazione del valore del dettaglio: si pensi alle grandi scoperte astrologiche come alle analisi delle particelle elementari in fisica oppure alle ricerche di genetica. Sappiamo che almeno dagli inizi del Novecento gli artisti – quelli veri, quelli consapevoli dei grandi cambiamenti del loro tempo – hanno iniziato un lavoro di profonda revisione delle forme di rappresentazione proprio della necessità di fronteggiare la sfida della scienza.
L’artista consapevole, dicevo, del diverso posto che occupa nel mondo, proprio in seguito alla grande rivoluzione scientifica della fine del XIX secolo si adegua. La sua arte diventa “sperimentale”, mutuando questo termine dal linguaggio scientifico: cerca così nuove problematiche della rappresentazione; i suoi linguaggi sfidano le possibilità infinite della forma; mette in discussione il rapporto mimetico tra arte e realtà.
Non è perciò un caso che fioriscano nuove tecniche per il lavoro artistico, non è neppure un caso che queste tecniche siano essenzialmente “tecnologie” strappate al mondo scientifico. Si affaccia allora una nuova questione: come stabilire un rapporto creativo e concretamente realizzativo (quando ciò viene avvertito come un’esigenza estetica) tra la tradizione della pittura e gli apparati della tecnologia? Sappiamo, per esempio, che ormai gli artisti usano con la massima disinvoltura il computer, la fotografia, i filmati ecc. ecc. Si potrebbero, allora, in proposito notare due cose: la prima è che il più delle volte proprio il modo in cui l’artista affronta la relazione tra tradizione e tecnologia definisce la qualità e il valore del suo lavoro. La seconda è che la ricerca (o la problematizzazione) di quel rapporto reintroduce nel pensiero (sottolineo: nel pensiero) dell’arte il concetto di bellezza.
Dettaglio, sperimentazione, tecnologia, tradizione, pittura, bellezza sono i termini teorici di questa serie di lavori di Fernando De Filippi.
L’ossessiva ripetitività delle immagini degli alberi diventa una celebrazione del dettaglio. Variazioni più o meno evidenti, particolari più o meno percettibili sono il tema centrale delle opere di De Filippi. L’albero nella sua struttura formale è un pretesto per la rappresentazione del dettaglio come forma espressiva dell’opera.
Quale sperimentazione linguistica richiede questa tecnica artistica? De Filippi utilizza la fotografia. Essa viene proiettata sulla tela per fissare la forma dell’albero con tutti i suoi particolari: tronco, rami, foglie. Ma quest’immagine diventa immediata e conseguente occasione di un tema pittorico che con grande perizia confonde l’originaria fotografia di base. La fotografia è il mezzo per non perdere il dettaglio; la pittura è il mezzo per esaltare esteticamente il dettaglio: una pittura attenta, sorvegliata attraverso un cromatismo che gioca con due soli colori per sfalsare il fondo dal primo piano. In questo senso la “tradizione” pittorica sfida l’apparato tecnologico che pur è alla base della possibilità stessa della pittura.
Un’esperienza originale e suggestiva questa di De Filippi, che evita la stucchevole problematica estetica in cui oggi s’avvita il lavoro dell’artista visivo. Le questioni relative alla possibilità dell’espressività moderna di essere mimesi della realtà naturale, oppure le problematiche che affrontano l’uso dei mezzi tecnologici come sostitutivi della pittura, sono da De Filippi dialetticamente superati senza essere (proprio nel senso concettuale del termine “dialettica”) abbandonati. I suoi quadri, questi suoi alberi propongono un’idea nuova e arcaica di bellezza, difendendo l’unico modo possibile in cui oggi si può e si deve parlare di bellezza: bellezza vivente, cioè impegno etico visibile nel mondo estetico.
INAUGURAZIONE: mercoledì 13 FEBBRAIO 2008 alle ore 18.30
In occasione della mostra sarà presentato il libro curato da
Stefano Zecchi
“Vento leggero che parli con voce di foglie”
Giampaolo Prearo Editore
Bel Art Gallery ospita il ciclo di nuovi lavori di Fernando De Filippi: la ritrovata bellezza dell’iterazione
Stefano Zecchi, introduzione al catalogo
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