A cura di Andrea Della Rossa
Takayuki Nakatake e Noriaki Yokosuka esprimono due opposte concezioni
della fotografia: l’uno aspira a rappresentare il vero, la realtà
concreta e materiale in cui si svolge la nostra esistenza; l’altro vuole
cogliere l’ineffabile, l’arcano, quella dimensione ulteriore che
soggiace alla percezione sensibile.
Nakatake, come un pittore naturalista del Seicento, indugia nella cruda
descrizione di una realtà dimessa e profondamente vera. Le sue immagini
emergono dal fondo in virtù di un vigoroso chiaroscuro, che esalta
impietosamente la callosità delle mani, o la pelle rugosa e avvizzita
dei volti. Il fotografo è animato dalla strenua volontà di documentare
il lato umano della storia, i segni del lavoro e della passione che
restano incisi sulla pelle come ferite mai rimarginate. Attraverso le
membra sofferte di uomini e donne, Nakatake ci trasmette la forza e la
dignità della vita che, malgrado le dure condizioni imposte
dall’ambiente, riesce ancora a perpetuarsi. Sarebbe riduttivo, tuttavia,
descrivere le sue fotografie come mera documentazione: l’artista
giapponese tende a delineare una poesia per immagini, in cui il dato
reale, lungi dall’esaurire il proprio significato in una tautologia,
muta la sua identità per diventare segno, contenitore di esperienze,
rappresentazione di uno stato d’animo.
Al contrario, Yokosuka tende a sublimare la realtà fino all’astrazione,
mediante una talentuosa messinscena che rievoca le poetiche
rappresentazioni del teatro kabuki, imperniate sull’espressione corporea
non priva di allusioni sessuali. Le sue fotografie celebrano l’essenza
femminile attraverso un sottile gioco di velature e di trasparenze, che
esaltano i purissimi lineamenti del corpo, il colorito latteo della
pelle, le dolci protuberanze dei seni e l’acceso incarnato delle labbra.
Anche i sontuosi kimono, esibiti in un tripudio di panneggi rigonfi e
avvolgenti, contribuiscono a rendere la grazia femminile, che si
dispiega leggiadra nella mimica e nella danza. Ogni azione, ogni gesto
si carica di una forte pregnanza simbolica, ma la medesima espressività
si manifesta nelle pose bloccate, sospese in un’atmosfera onirica che
rinvia, ancora una volta, alle sofisticate rappresentazioni del teatro
kabuki. Accanto alle figure femminili, nelle fotografie di Yokosuka
compaiono dei cortei maschili, spesso mascherati, ammaliati dalla
bellezza muliebre che tentano di afferrare con le mani avide e bramose.
La donna, però, non si lascia possedere, mantiene un quid etereo ed
evanescente che la proietta in una dimensione superiore.
Marco di Mauro
Inaugurazione venerdì 15 febbraio ore 19.00
15 febbraio - 28 marzo 2008
Testo di Marco di Mauro
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