Museo Emblema

Via Vecchia Campitelli, 37, Napoli 80040
http://www.salvatoreemblema.com/
salvatore@salvatoreemblema.com

 Mappa

OMAGGIO AD EMBLEMA

Museo Emblema

Sede Via Vecchia Campitelli, 37, Napoli 80040
Altre informazioni salvatore@salvatoreemblema.com | http://www.salvatoreemblema.com/

 Mappa

Data di apertura sabato 02 febbraio 2008
Data di chiusura domenica 02 marzo 2008

Orari:
ore 10.00 - 13.00 e 16.00 - 20.00 solo previo appuntamento
l'ingresso è gratuito

Comunicato della mostra : OMAGGIO AD EMBLEMA

OMAGGIO AD EMBLEMA

Sabato 2 Febbraio 2008 ore 18.00



Prospettive creative di artisti campani in ricordo di Salvatore Emblema per un
dialogo creativo che non s’è interrotto e che mostra la fertile attualità dell’
opera del Maestro vesuviano.

Gli artisti: Elio Alfano, Augusto Ambrosone, Enzo Angiuoni ,
Antonio Auriemma, Anna Crescenzi, Umberto Canfora, Ciro Cioffi,
Pasquale Coppola, Stefano di Costanzo, Giovanni Cuofano, Salvatore De
Curtis, Tito de Rosa, Alaa Eddin, Domenico Falace, Mario Falace,
Giovanni Ferrenti, Luigi Franzese, Vittorio Fortunati, Luigi Grossi, Carla
Guarino, Elio Mazzella, Luigi Mazzella, Rosario Mazzella, Bruno Palmieri,
Renata Petti, Salvatore Piccirillo, Gianni Rossi, Ciro Scarpati, Romualdo
Schiano, Aniello Scotto, Sy O, Sergio Spataro.


Avere inteso chiamare a raccolta un manipolo d’artisti proponendo come tema
per il proprio impegno creativo di disporsi a riflettere su se stessi
proiettandosi idealmente in dialogo con Salvatore Emblema e con ciò che ha
rappresentato il suo intervento nell’arte della seconda metà del Novecento è il
nucleo centrale del pensiero che è stato concepito per sottolineare la profonda
pregnanza del pittore di Terzigno scomparso due anni fa.
Giova ricordare che tale progetto nasce non solo nel contesto della famiglia
dell’artista, ma anche nella volontà di quanti abbiamo avuto il privilegio di
goderne della frequentazione e segnatamente nella volontà dell’amico Domenico
Pagano.
Non s’è mai chiesto, in vero, agli artisti che abbiamo sollecitato a prendere
parte a tale progetto di rinunciare alla propria identità o di modellare il
proprio contributo sul basso continuo dell’opera di Emblema. Abbiamo,
piuttosto, suggerito che venissero adoperati i suoi materiali d’uso e, in modo
particolare, la tela di sacco per realizzare ciascuno un’opera – e tutte d’
egual misura – che costituisse un omaggio artistico, la sottolineatura d’una
persistenza di memoria storica.
Abbiamo mirato a produrre, insomma, qualcosa che possa trovare ragionevolmente
somiglianza con ciò che, in ambito letterario, filosofico e più ampiamente
critico-saggistico, è generalmente definito un volume di saggi ‘in onore di’.
E, come in tal genere di libri s’apprezza la varietà e l’originalità dei
singoli contributi, altrettanto può osservarsi nell’impegno fornito da questo
rassemblement di artisti che s’è riunito per ricordare e celebrare Salvatore
Emblema.
Ciò che ne emerge è, pertanto, uno spaccato della produzione artistica campana
di più spiccato impegno espressionista-astratto e materico-informale, con punte
‘concettuali’, che s’è imposto come gradiente referenziale per l’
individuazione d’una serie di personalità che avessero dei punti di consonanza
con l’opera di Salvatore Emblema, al di là, evidentemente, di ogni altro tipo
di possibile riferimento esemplaristico o di affinità delibativa.
Poste tali premesse di metodo e perimetrato, quindi, un certo spatium
operandi, ciò che ne è conseguito può giudicarsi, forse, a nostro sommesso
parere, ed al di là dell’alveo celebrativo del ricordo personale di Emblema, un
momento di riflessione che una precisa soglia creativa dell’arte campana compie
su se stessa riconoscendo e marcando, attraverso un atto di omaggio alla
memoria storica del pittore di Terzigno, delle ragioni più profonde e
significative che connotano la propria identità ambientale e produttiva.

Non possiamo, in questa occasione, non tener conto della personalità di
Salvatore Emblema, la cui ampia bibliografia ci solleva dal problema di dover
qui ripercorrere pedissequamente tutto il tracciato diacronico a partire dagli
anni difficili della sua primissima giovinezza, a quelli tormentati della prima
vocazione artistica, a quelli non meno struggenti del suo approdo in America
avendo noi ben presente la riconsiderazione complessiva del suo cursus
produttivo all’interno del quale i nuovi innesti culturali hanno via-via
fornito ulteriore lievito alle premesse tutte vesuviane della sua pittura senza
stravolgerne la natura originale, sorgiva e pregnante.
Salvatore Emblema s’è, così, inserito da protagonista nel contesto della
produzione artistica internazionale: la materia corposa e pulviscolare della
sua terra d’origine è stata da sempre l’irrinunciata fonte ispirativa e
sostanziale delle sue cose: i sassi, le terre, le pomici, le sabbie, gli
arbusti delle pendici del Vesuvio hanno fornito consistenza, spessore e colore
ad una delibazione creativa che, intanto, scopriva l’esigenza dell’
approfondimento delle ragioni spaziali, di cui la ‘detessitura’ – cioè la
sottrazione sistematica e composta di fili all’ordito della tela – consentiva
di avere una prospettiva di attraversamento e di specchiamento esistenziale,
capace di rivelare, al di là della superficie, altri mondi, altre consistenze
non solo spaziali, ma anche temporali e psicologiche, introducendo il fruitore
nei penetralia della storia attraverso i varchi creati nella porta della
materia .
Lungo tale percorso umano ed artistico Salvatore Emblema è venuto man mano
affermando la propria personalità che s’è imposta alla attenzione del pubblico
e della critica mietendo successi a catena attraverso la presentazione
periodica di mostre d’alto profilo presentate in prestigiosissime sedi
nazionali ed internazionali.
Forse, come accade spesso a chi sa guardare molto avanti, ha finito col dover
fare anche i conti con una certa solitudine intellettuale, quasi rinverdendo il
brocardo del nemo propheta in patria e potendo contare, pertanto, sulla
prossimità morale e sulla condivisione di quanti hanno saputo leggere nella sua
opera un orientamento originale ed affatto personale lungo le rotte di quelle
scansioni stilistiche difficilmente classificabili ed indirizzate,
complessivamente, nell’ordine prospettico d’una linea espressionista-astratta-
informale.

Gli artisti che si accostano a Salvatore Emblema in questa occasione di
omaggio alla memoria storica della sua personalità hanno certamente dei punti
di contatto con la sua delibazione creativa ed anche con il profilo delle sue
scelte etiche ed esistenziali.
Un carattere distintivo, ad esempio, sul piano morale, è, per alcuni, la
solitudine, la condizione di appartamento creativo al riparo dalle voci e dai
rumori della città. Per altri, più distintamente, l’adesione al Maestro di
Terzigno è nella linea della pratica d’una pittura fatta di materia e
ricondotta alla condizione di traccia vitale e di impressa della storia.
Non manca, d’altronde, in tutti gli artisti una vibratilità del tratto, un’
insistenza segnica che connota subito le opere come intense manifestazioni di
robusta carica espressionistica, che, in qualche autore, diventa addirittura il
tratto imprimente e caratterizzante.
Ciò che appare utile sottolineare, in aggiunta, in relazione al complesso
generale delle opere di tutti questi artisti, è che esse riescono a creare un
filo di continuità con l’opera di Salvatore Emblema, senza dirsene dipendenti e
manifestando tutto il carico di idee, di sensibilità, di conoscenze delle
singole personalità che le hanno prodotte.
E’ come se, paradossalmente, quel mucchietto di fili sottratti alle tele da
parte di Emblema nel suo processo di ‘detessitura’ – quello che s’addensava sul
pavimento del suo atelier a lato del muro ove andavano percolando i residui di
colore che sgocciolavano dall’alto – fosse stato raccattato e fatto proprio da
altri artisti in una fase di raccolta d’un ideale testimonio, per riannodare
altri fili creativi e dare corpo ad altre rimodellazioni materiche lungo un
asse di irrinunciata continuità etica, piuttosto che nel segno d’una
soggiacenza magistrale ed esemplaristica.
Chi l’ha conosciuto, d’altronde, Salvatore Emblema, sa che era
disponibilissimo al dialogo, che aveva sempre voglia del confronto delle idee e
dello scambio intellettuale, che era figura aliena dal compromesso spicciolo e
che guardava con schiettezza e lealtà alla vita, non mancando mai di esprimere
con disinvolta sincerità le proprie idee anche al costo d’essere incompreso e
frainteso.
E’ tanto più importante, allora, aver potuto mettere insieme ciò che abbiamo
definito un manipolo d’artisti per continuare a dialogare – evidentemente a
distanza – con la personalità di Salvatore Emblema, di cui la presenza fisica
ci è stata sottratta dall’ineluttabile processo disgregativo del tempo, ma di
cui rimane intonsa e perfetta la consistenza morale della figura e l’
attestazione d’un percorso creativo di assoluta rilevanza ed originalità.
Qualche altra osservazione, in aggiunta, merita d’essere prodotta per dare un
ulteriore segno delle ragioni che ispirano questa occasione di omaggio e di
memoria storica: va sottolineato, infatti, il ruolo svolto da “Il Ponte” che è
sempre stato non solo un indiscusso e diuturno ancoraggio per Salvatore
Emblema, ma anche un punto di riferimento per il dibattito artistico in
Campania, animando occasioni di incontro tra gli artisti e momenti importanti
di scambi di esperienze.

Non cadremo nella trappola di tracciare un solco di separazione netta tra
figurazione ed aniconismo, dividendo, così, in due gruppi estranei ed
incomunicanti le opere degli artisti secondo un discrimine che attesti
proditoriamente l’appartenenza all’uno o all’altro versante solo in base al
fatto che l’opera di ciascuno conservi o no delle referenze oggettuali più o
meno distinte.
Osserviamo, infatti, che, al di là dell’opzione iconica, tutte le opere degli
artisti di cui discutiamo mantengono ed affermano una consapevole scelta di
campo per una dimensione oggettiva in cui si esprime l’irrinunciata adesione
alla datità delle cose e della storia e la rinuncia vibrata verso ogni forma di
incongrua astrattezza .
D’altra parte, in proposito, per avere una più ampia prospettiva d’approccio,
possiamo provare a far perno sulla constatazione che quest’ancoraggio
oggettivo/cosale identifica il profondo sentire di ciascuno di questi artisti
lungo l’arco completo della propria evoluzione produttiva.
E, proprio da ciò, d’altronde, trae conforto la nostra considerazione critica
che colloca l’atto d’omaggio tributato da questi autori ad Emblema non certo
sul gradiente di un’adesione formale ai modi dell’artista di Terzigno, ma
sicuramente sul piano inclinato d’una partecipe condivisione di quelle
prospettive d’approccio al reale che hanno ispirato il maestro scomparso.
Che la produzione di Emblema abbia, infatti, conseguito un profilo
identitario, sommariamente definibile entro i confini critici d’una
appartenenza alla linea espressionista-astratta delibata secondo puntuali
scansioni informali, non è affatto incompatibile con il suo proprio abbrivio d’
esordio avvenuto in termini decisamente realistico-figurativi, ma, man mano,
nutriti di ansiti vigorosamente materici .
Tali notazioni sull’evoluzione emblemiana dalle ragioni figurativo-oggettuali
a quelle astratto-informali, al di là degli effetti del suo rapporto con
Rothko, motivano ampiamente l’individuazione del gradiente di ampia apertura
entro il quale si collocano variamente gli artisti in questo torno d’omaggio.
Sarà utile, perciò, quasi ripercorrendo l’ideale filo di svolgimento dell’
evoluzione creativa del maestro di Terzigno, muovere da alcune puntuali
sottolineature figurative che alcuni artisti, di quelli di cui qui discutiamo,
propongono a partire da una rappresentazione del reale fenomenico, avendo cura
di non lasciare mai tralignare il dato saliente dell’ ‘oggettività’ nella mera
trascrizione ‘oggettuale’.
Altro dato da sottolineare è quello della irrinunciata disposizione analitica
della figura umana che gli artisti perseguono. Tale orientamento creativo,
volto al privilegiamento della figura umana non solo contribuisce a disegnare
il perimetro della referenza ‘oggettiva’ prescelta come stella polare per l’
orientamento creativo, ma va anche a sintonizzarsi idealmente – e questo è
motivo d’interesse, per noi, in questa prospettiva d’omaggio ad Emblema – con
la produzione d’esordio del maestro di Terzigno, in particolare coi suoi
ritratti eseguiti – con alta pregnanza materica – con l’impiego, ad esempio,
delle foglie secche e delle polveri stesse delle pendici del Vesuvio.
Non manca, inoltre, nel gruppetto d’artisti che qui additiamo, e che
consideriamo accorpabili all’insegna dell’opzione figurativo-‘oggettiva’, una
vibrante sensibilità espressionistica che oscilla tra le più crude proposizioni
che ne offrono Alfano e Piccirillo, le più ermetiche lezioni di Scotto, della
Guarino e di Di Costanzo, i suggerimenti ‘concettuali’ di Sy O e le
speculazioni iperfigurative di Mario Falace.
Elio Alfano propone, ad esempio, la sua scottante testimonianza d’un gesto che
manifesta il portato d’un’energia compressa e sotterranea che anima la materia
e la intride di una carica emotiva davvero straordinaria; Piccirillo, di
contro, con più marcata attenzione al dettaglio, con la cura meticolosa ed
attenta alle campiture, non manca di caricare di note intensamente affettive il
proprio d’un’immagine che si profila sullo sfondo secondo una logica che, anche
nel segno, oltre che nella cromia, si articola secondo opzioni deliberatamente
timbriche.
La Guarino va, poi, sfaldando le profilature organiche del suo assetto
figurativo, scoprendo ulteriori opportunità discorsive all’interno d’una
lettura analitica delle forme, trovando quasi sponda, così, nell’opera di
Stefano Di Costanzo, in cui, invece, un’eco lirica più attentamente conservata
dispone l’empito complessivo degli accenti espressionistici a flautarsi in
scansioni più morbide cui giova l’accorta compitazione della cromia svolta
secondo derive non aliene da sensibilità tonali. Anche il contributo di Tito De
Rosa propone un’indagine sulla natura delle cose: la sua pittura, in
particolare, suggerisce l’esigenza del mantenimento d’una distanza che non è
estraneazione, evidentemente, dalle cose stesse, ma bisogno di preservarne il
dato dall’azione invasiva d’un approccio azzardato.
Queste considerazioni appena svolte consentono di avere un’opportuna
introduzione all’opera di Aniello Scotto, in cui, tuttavia, giova osservare la
più intensa vocazione drammatica, che esalta l’empito contenutistico, volgendo
la pittura del Nostro a farsi dirimente altamente preziosa e profonda nella
trasmissione di un pensiero che sembra quasi faticare a rimanere compresso nei
limiti della tela e nei confini dell’opera. Per altro verso, poi, l’opera di
Mario Falace, fa eco a questo particolare rapporto con l’immagine che, con
acutissima intelligenza del ‘reale’, Scotto va delibando. In Mario Falace,
infatti, il tema creativo d’una affermata sensibilità ‘oggettivante’ va a
disporsi all’incontro con quella disponibilità al contatto segnico con le cose
che, ad esempio, gli Iperrealisti modellano secondo una delibazione tecnica che
non esita ad introdurre il confronto stesso fotografico come campo non solo di
sfida, ma anche di vera e propria mediazione creativa. Di tutto ciò, come
abbiamo cercato di definire anche in altra sede, spiegando ed argomentando le
ragioni di una ‘differenza’ tra l’iperrealismo d’oltreoceano e la
‘iperfigurazione’ europea , Mario Falace suggerisce una personalissima
prospettiva d’approccio, attingendo una dimensione contenutistica intensa e
vibrante che colpisce per la forza morale che la presiede.
Profondità contenutistiche, infine, sono riscontrabili nell’opera stessa di Sy
O, l’enigmatica personalità di artista che coniuga le esigenze d’un incontro
mediativo tra le espressioni di varie esigenze e culture figurative, mettendo
in linea secondo un basso continuo di intensa caratura ‘concettuale’ il
grafismo orientale – soprattutto di marca nipponica – con le sensibilità
linearistiche del più prossimo Oriente, senza trascurare l’impatto descrittivo
della temperie occidentale con i suoi richiami non solo ad un irrinuncato
ancoraggio alle cose, ma anche all’immanenza del dato progettuale nell’opera
come fattore vivificante e fermentante delle ragioni stesse creative secondo
quell’insegnamento che muove da Duchamp ed ha poi permeato anche altre
‘famiglie’ stilistiche del secolo appena trascorso.

Una imprimente esigenza espressionistica, d’altronde, presiede anche le
delibazioni creative degli artisti che, pur rinunciando alla più stretta
referenza ‘oggettuale’, non dichiarano affatto abrogato l’ancoraggio
‘oggettivo’.
Una figura come quella di Rosario Mazzella giunge opportuna come interfaccia
tra i due gruppi di artisti che stiamo qui presentando, dal momento che la sua
istanza figurativa va tracimando nella pura delibazione materica non
rinunciando mai egli né al richiamo della realtà fenomenica della cosa né alla
pura espressione sensoriale del suo dato materico, che si manifesta,
evidentemente, ‘al di là’ della consistenza categoriale dell’oggetto o –
lontanando vieppiù – della sua definibilità eidetica.
Una diversa delibazione di queste stesse cose è quella che offre la pittura di
Vittorio Fortunati, che enuclea spunti di analisi critica della materia,
disponendosi ad interpretarne non solo il dato corrusco degli addensamenti e
delle stratificazioni sedimentate dal tempo, ma la ratio stessa che la
presiede, fornendone, comunque, una descrizione non proclive al fascino d’una
prospettiva ante rem, ma rispettosa, piuttosto, del dato – anche qui
‘oggettivo’ – dell’esperienza maturata lungo il corso conoscitivo cui la
materia stessa si lascia sottoporre quando l’intervento analitico dell’uomo ne
distilla le particelle dell’ordito più minuto alla ricerca della causa prima e
nella perfetta coscienza della sua imperscrutabità definitiva determinata non
dalla prevalenza d’una sfera sovrordinata di natura metafisica, ma dal suo
stesso assetto problematico.
Dopo aver definito questa sorta di ‘corridoio’ che consente di trovare una
percorribile congiuntura tra la vocazione ‘espressionistica’ maggiormente
vissuta in prospettiva di adesione alla rappresentazione dell’oggetto e quella
che lo rinnega ma non lo esclude, vivendone, perciò, il dramma della
scomposizione frammentata (Rosario Mazzella) o della ricerca della ratio
(Fortunati), possiamo, forse, avere le coordinate giuste per un approccio non
effimero agli altri artisti che si collocano – con diversa sensibilità,
ciascuno – lungo il gradiente d’un approccio creativo che enuclei il dato
materico come sostanza della pittura, sub specie, di volta in volta fenomenica
o eidetica.
E qui giungono, evidentemente, opportuni e calzanti i nomi delle personalità
di Elio Mazzella, ad esempio, che mette in rilievo le stratificazioni della
materia, additandone le successioni e le armonie interne, come lungo un
processo di ininterrotta sequenza frattale; di Sergio Spataro che rimodella con
forza una propria immagine dell’universo, articolandone liberamente le parti in
un sommovimento arroventato delle sue parti; di Pasquale Coppola, che libera
attraverso la rappresentazione delle tracce dei suoi gesti l’energia che s’
annida in un vissuto problematico ed intenso; di Enzo Angiuoni, che cerca una
traccia sempre più sottile delle cose ed avverte lo straniamento d’una
irraggiungibilità dell’assoluto, di Antonio Auriemma che va delibando una
sottile suggestione lirica, individuando un collegamento possibile tra ansiti
ancora di natura informale e nuove esigenze post-moderne, linea questa, sulla
quale possiamo osservare attestata in qualche modo anche la prova fornita da
Luigi Grossi; di Augusto Ambrosone che della materia rivela gli aspetti più
intriganti e poetici che s’addensano nei grumi apparentemente impenetrabili del
suo darsi; di Umberto Canfora che sembra catturare una misura delle cose, con
la sua analisi appassionata degli anfratti alla ricerca d’una ritmica o, se si
vuole, d’una sorta di ortogonalità degli orditi; di Domenico Falace che si
misura con il tentativo di fornire della materia la sua prospezione più
dilatata ed estenuata, carpita lungo la frammentazione diafana delle sue
vaporizzazioni celesti; di Gianni Rossi che accentua la ricerca degli aspetti
logico-geometrici immaginando che possa essere utile investigare sulle cause
della disposizione delle cose, non sicuro se sia il caos primigenio l’origine d’
un ordine che a noi appare per mera casualità dispositiva o se non sia,
piuttosto, proprio da una condizione d’ordine primordiale che abbia avuto a
sostanziarsi la datità delle cose all’insegna della frammentazione indistinta,
sovrapposta e confusa; di Bruno Palmieri che propone il suo attento e calibrato
percorso di scavo nelle pieghe delle cose, riconducendoci, così, alla dirimente
problematica, ove confluiscono e, contemporaneamente si differenziano, i piani
dell’oggettività e dell’oggettualità.
Scelgono, tra le altre cose, un confronto con la dimensione della sfera altri
due artisti, Giovanni Ferrenti e Renata Petti. Partono da premesse,
evidentemente, non sovrapponibili, ma l’indagine sulla sfera non è solo il
momento di verifica di una concezione puntiforme ed atomistica della materia,
ma anche il terreno di confronto con un modo di leggere l’esistente ed
immaginarne la linea della sua possibile evoluzione. E, così, se Renata Petti
sembra aderire ad una esigenza di immersione della sfericità nella dimensione
planare, Ferrenti sceglie, invece di dilatare ed espandere la puntiformità
della sfera nella puralità radiale, di cui, tuttavia, non restituisce percorsi
rettilinei ed unitari, ma la traccia di un percorso nello spazio che sembra
svolgersi seguendo la ‘curva del tempo’.
Ad una carica intensamente vibrante negli esiti della sua vocazione
volumetrica e spaziale occorre far riferimento per il contributo di Luigi
Mazzella, che mette in evidenza le doti di una valentia consumata nel misurarsi
costantemente con la tridimensionalità creativa.
Ad un ancoraggio più intenso al mondo delle cose ci riporta Salvatore De
Curtis, che segnala con evidente passione l’ancoraggio necessario alle cose
della terra, che abbrunando le tonalità non s’immerge nel buio della notte, ma
procura, piuttosto, il giusto gradiente di contrasto per i barbagli di luce che
affiorano improvvisi e saettanti dalla sua pittura umorale. La pittura di
Romualdo Schiano, che si nutre di sortite cromatiche che travalicano la
dimensione della campitura scegliendo di non conformarsi alla pura e semplice
gestualità, consente, poi, di rapportarci all’ambiente più propriamente
vesuviano, cui il ‘rosso pompeiano’ dell’artista, d’altronde, apertamente
allude.
E se la scelta di Schiano verso una comprensione delle ragioni interne che
fanno della ‘vesuvianità’ una sorta di categoria dello spirito è, in realtà, un’
opzione di sensibilità culturale, di ansiti personali, di afflati rinascenti
lungo l’ordine storico della disposizione delle cose nel corso del tempo, altre
vie seguono altri artisti nell’additare, con non minore vivacità, nella via
‘vesuviana’ un sentiero di non incongrue opportunità creative.
Pensiamo, qui, ad esempio, alle tracce di violente combustioni che sostanziano
la ricerca di Giovanni Cuofano ed alle complessità espressive di Franzese che
quasi segnalano le tracce di proietti piroclastici, non meno che alle forme
addensate e poeticamente struggenti di Anna Crescenzi o alle delibazioni
grafemiche di Amhed Alaa Eddin che ha introiettato le ragioni vesuviane nel
proprio d’una lettura improntata all’arabesco del dato di natura. Va poi
ricordato l’impegno creativo di Ciro Cioffi che costruisce un vortice saettante
ed intenso in cui si sostanziano le ragioni morfologiche e concettuali d’un
vissuto territoriale all’insegna del vulcano.
E su questa lunghezza d’onda non possiamo non collocare anche l’opera di Ciro
Scarpati, che privilegia, nel rapporto con la natura, un’istanza lirica, che si
rivela pregnante attraverso il comporsi equilibrato di particelle
apparentemente distinte, ma capaci di comporsi in un tutto organico. Le terre
vesuviane, insomma – cui soprattutto questi ultimi artisti (ma non sono i soli)
sembrano voler fare riferimento importante come banco di prova e luogo
spirituale della sperimentazione creativa – sono l’estremo aspetto d’una
scansione logica che va al di là del dato problematico della diretta influenza
di Emblema sul suo ambiente circostante.
Fino a che punto, insomma, è invocabile una paideia emblemiana, l’intervento
magistrale, ciò che ha potuto additare una via? Difficile dare risposta a tale
domanda, anche se il dato oggettivo di molte amicizie personali,
caratterizzando gli afflati intersoggettivi tra alcuni artisti ed Emblema, non
lascia del tutto impraticabile l’ipotesi di referenze anche esemplaristiche
vissute nel segno d’una stima e d’una indiscussa relazione col Maestro di
Terzigno.
Il dato importante da rilevare è che, sul piano storico, l’area vesuviana, nel
suo complesso, ha saputo offrire una forte spallata all’esigenza di
rinnovamento: dalle declinazioni ancora tardottocentesche di un De Corsi o di
un Sannino (e ci limitiamo soltanto ad una campionatura) sarebbero stati i
Prisco o i Rea in letteratura o i Montarsolo e gli Emblema nelle arti
figurative quelli che avrebbero dato un senso nuovo a ciò che potremmo definire
la coscienza contemporanea della ‘vesuvianità’.
Gli artisti che hanno partecipato con entusiasmo all’omaggio ad Emblema hanno
fornito certamente un tributo intelligente ed affettuoso al Maestro scomparso,
ma hanno anche, al tempo stesso, scritto una pagina di non scarso rilievo lungo
il solco tracciato d’una rinnovata coscienza ambientale nel rapporto tormentato
e difficile, ma anche ricco ed emozionante, con la grande montagna del Vesuvio.





Museo Emblema Via Vecchia Campitelli, 37 -80040 Terzigno-(Napoli)

Organizzazione: Associazione Culturale Il Ponte Nocera Inferiore
La mostra è aperta dal 2 febbraio al 2 marzo 2008

Presentazione in catalogo di: Rosario Pinto

Ufficio Stampa: Museo Emblema tel/fax: 0818274081
Ufficio stampa: rosch@fastwebnet.it
www.salvatoreemblema.com info@salvatoreemblema.it