A cura di Marco Rinaldi
Se per Sartre una situazione di oppressione può paradossalmente sviluppare il massimo grado di libertà (come durante l’occupazione nazista), attraverso la presa di coscienza e la scelta anche a costo della morte, la condizione dell’esilio sembra negare questa possibilità.
Se la fotografia è sempre stata associata nel senso comune a valori di verità e obiettività, ma anche di ricordo e memoria, il suo divieto e la censura (come nell’Iraq di Saddam Hussein negli anni Settanta) conducono al silenzio e all’oblio, alla cancellazione di un passaggio: il silenzio della libertà o la libertà del silenzio?
Negli anni Settanta un’intera generazione di artisti, scrittori, giornalisti, attori, registi teatrali e cinematografici iracheni, arabi e curdi è costretta all’esilio, disperdendosi nel mondo occidentale, cui molti guardano come un modello ambiguo di libertà di pensiero e, contemporaneamente, di retaggio di un’ideologia colonialista solo da poco lasciata alle spalle: incosapevolmente questa “generazione dell’esilio” sta avviando quel processo di globalizzazione di cui solo oggi si comincia a valutare la portata e le conseguenze in termini di costi umani, economici e culturali.
L’esilio nega loro la libertà di lavorare, creare, pensare, vivere una semplice quotidianità nel proprio contesto, ma gli restituisce la libertà di essere fotografati, di far vedere e conoscere i loro volti, i loro gesti, il loro contesto trapiantato in un altrove: una piccola stanza, una strada, una carrozza ferroviaria che rappresentano il mondo intero.
I volti dell’esilio sono i volti della malinconia, gli sguardi sono intensi e pieni di dignità, i gesti appassionati, ma composti; e gli oggetti postillano questi volti e questi sguardi, parlano di loro, si accendono improvvisamente di colori preziosi che ricordano quelli della tradizione artistica araba, per noi sempre così affascinante, sempre così familiare e in realtà solo sfiorata da un’autentica comprensione; oppure i colori sono solo intuiti nell’amarcord del bianco e nero, che trasfonde alle persone, agli interni e agli scorci urbani un’atmosfera cosmopolita e che, si sarebbe tentati di dire, li rende tutti collocabili in un caffè o in una strada di Parigi degli anni Cinquanta.
Questa galleria di ritratti rende partecipi di una narrazione frammentaria, discontinua, fatta di discorsi bloccati in un’istantanea, un pensiero fugace fissato per sempre, un ricordo che allieta o rattrista, un momento conviviale, una discussione appassionata, una festa; e un plusvalore di realismo aggrappa i protagonisti al contingente e li consegna alla storia.
Marco Rinaldi
Inaugurazione mercoledì 29 aprile 2008 alle ore 18.00
Fino al 12 maggio 2008
Associazione Culturale TraleVolte
Piazza Di Porta San Giovanni 10
Roma
tralevolte@yahoo.it
www.tralevolte.org