A cura di Luigi Meneghelli
- Stefano Abbiati (Milano, 1979) è pittore da umorismo nero, da aggressività saturnina, da sarcasmo alla Rabelais. La sua tela è abitata da una popolazione di figure allucinate, di esseri non nati (e già avviati alla decomposizione), da un’orda di personaggi che si sdoppiano o che, con l’identica nonchalance, sperimentano un grottesco smembramento. L’artista sembra avere l’ostinata esigenza di rompere ogni unità spazio-temporale, di uscire fuori dai limiti del senso, di propiziare una deriva avventurosa e insensata dell’immagine.
- Tiziano Martini (Soltau, Germania, 1983, residente a Belluno) affronta il genere tradizionale del paesaggio, ma lo fa come se affrontasse con occhio stupefatto la visione di un ritrovato Eden terrestre. Mentre tutto è diventato artificio, per lui dipingere pare restare una condizione primaria, avventurosa, curiosa. Così, egli dà vita a visioni molteplici, polimorfe: a fantastiche epifanie naturali, dove i vari elementi sembrano inseguirsi, sovrapporsi, esplodere uno dentro l’altro, come in un’allucinazione psichedelica. Spesso, anzi, la scena è attraversata da inquietanti presenze, da filamenti spettrali che, nella loro incorporeità, rivelano l’impermanenza del gesto, l’impossibilità di un compimento della rappresentazione.
- Daniele Giunta (Arona, 1981, residente a Milano), pratica una pittura fatta di sospensioni seriche, di movenze sinuose, di soprassalti lampeggianti. Lavorando con matite, inchiostri, glitter, sembra esibire il culto del disegno antico che non si arresta alla superficie delle cose, ma le penetra, indagandone la segreta struttura. Se, alla maniera dei simbolisti, ha sempre scelto di fondere filature di colore e ombre inquiete, qui pare prediligere vaste macchie evanescenti che danno l’impressione di farsi e disfarsi come nubi nel vento. Solo che su questi fondi vaporosi e indistinti le note (le accensioni) cromatiche assumono una sorta di valenza segreta: non affermano più il simbolismo delle cose, ma danno un significato simbolico agli stessi elementi della composizione (al punto, alla linea, al colore).
Abbiati, Martini, Giunta: tre giovanissimi pittori, con cui la Galleria Atlantica vuole dar avvio ad una sua personale perlustrazione rivolta alle nuove emergenze nel campo della pittura. E che sia particolare questa indagine lo sottolinea il titolo stesso della mostra, e cioè Vertigo (che riprende il titolo di un film di Hitchcock, interamente basato sulla precarietà psicologica dei protagonisti). Ebbene, anche questo progetto è interessato a capire in che modo la pittura è rimasta fedele a se stessa e alla propria storia, quando tutte le produzioni di arte recente hanno subito l’influsso delle moderne tecniche di comunicazione.
E, come in Vertigo il protagonista è disposto a mettere a repentaglio la propria vita e la propria innocenza pur di capire l’enigma che nasconde la vicenda, anche la pittura si mette in gioco per cogliere il senso e metabolizzare la spregiudicatezza delle immagini mediatiche. In questo modo essa ribadisce un’idea di distanza, di spazio interiore, di sosta in cui continuare a dare corpo, visibilità anche a ciò che rischia di dileguarsi nella virtualità. E se, comunque, è costretta ad abbandonare l’omogeneità delle Grandi Narrazioni, non per questo essa sparisce dentro la propria storia, facendosi linguaggio anacronistico, datato. Anzi, proprio una realtà sempre più astratta e frammentaria la spinge ad affrontare ipotesi sperimentali del tutto inedite. Le immagini si fanno vertiginose, affollate, cariche di ironia. Le gerarchie tra alto e basso scompaiono, i proclami (estetici o politici) si dissolvono. Ma, alla fine, la pittura rimane sempre “un’illusione, una magia” (come avrebbe detto P. Guston): ciò che vediamo non è mai veramente ciò che è. E’ pura Vertigo.
(Dal testo in catalogo di Luigi Meneghelli)
Inaugurazione venerdì 5 giugno 2009
ATLANTICA ARTE CONTEMPORANEA
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