A cura di Nicola Davide Angerame
L’ultima personale di Alfonso Bonavita presenta disegni e dipinti appositamente realizzati per la nuova edizione del Percfest di Laigueglia, uno dei festival jazz più importanti d’Italia. Le opere ritraggono alcune classiche figure di musicisti jazz con i loro strumenti. Da tempo l’artista genovese dedica al jazz parte della sua produzione. “Ho amato istintivamente il jazz fin da bimbo – racconta - sognavo di poter diventare un grande chitarrista come Charlie Byrd, Barney Kessel, Gilberto Gil o John McLaughlin”. “Questa mostra – spiega il curatore Nicola Davide Angerame - rappresenta il tentativo da parte di Bonavita di indagare da italiano di una cultura della musica che poggia su di un senso meravigliosamente “tribale”, capace di esaltare il talento individuale di ogni musicista senza dilapidare le ricchezze del gruppo”. I jazzisti di Bonavita sono colti nell’intimità del loro rapporto con lo strumento, mentre l’allestimento dei disegni cerca di farli “suonare insieme”.
Alfonso Bonavita (Amantea 1962) vive e lavora a Genova e Milano. Il suo lavoro considera lo studio della figura umana come momento centrale del proprio percorso professionale: l’ossessionante deformazione anatomica nonché l’evidente plasticità delle forme dichiarano la precisa esigenza, dell’artista, di tradurre sia in pittura che in scultura la contemporanea umana condizione evidenziandone vizi e virtù. L’artista vanta decine di mostre personali e collettive, nonché numerose presenze in fiere d’arte. Una delle sue ultime mostre lo ha visto lavorare a favore dello sviluppo della ricerca per energie alternative. Esigenza sentita dall’artista di concepire il proprio lavoro anche come esperienza d’impegno civile.
Il Gias è un rumore bianco
Quale sarà il fine della pittura del futuro? Lo stesso
di quello della poesia, della musica e della filosofia. Produrre sensazioni che non si conoscevano prima.
Giorgio De Chirico
Noi ascoltiamo solo noi stessi
Ernst Bloch
C’è stato un tempo, molto lontano, in cui il canto sofferente e spirituale che accompagnava il lavoro degli schiavi afroamericani nelle piantagioni di cotone del sud degli Satti Uniti si trasformò nell’espressione culturale di un popolo sradicato dalla propria terra, umiliato, ma pieno di speranza e con il ritmo nel sangue. Dapprima furono il gospel e il blues, che interpretarono aspirazioni e delusioni, poi venne il jazz. Sorse come uno svago, una gioia, un ballo. L’era d’oro delle grandi orchestre che fecero danzare l’America al ritmo del “swing” del New Deal, lasciò il posto al più colto “bebop”, mentre i compositori contemporanei, da Debussy a Gershwin, onoravano le “blue note”, quelle della nostalgia, con tributi e prestiti. Era un modo così diverso di suonare, in cui l’interprete e l’improvvisazione divennero sempre più importanti, soprattutto quando dopo la guerra le “big band” si frantumarono nei “combo”, formazioni dai trii ai sestetti, sempre più serrati e creativi: come quello di Miles Davis, fondatore del cool jazz e impollinatore della West Coast o come il Modern Jazz Quartet, che fuse il jazz con elementi e sonorità derivanti dalla musica classica, soprattutto barocca. Lo sdoganamento bianco del jazz andò di pari passo alla “gentrification” commerciale che le grandi major utilizzarono per guadagnare milioni con le note di un popolo ancora vittima della segregazione razziale. Il jazz suscitava un certo amore nei bianchi per quella frivolezza ingenua, un po’ da “buon selvaggio” alla Rousseau, appartenuta ai sorrisi di Louis Armstrong o alle partiture fatte in casa del musicalmente analfabeta Errol Garner.
Tutto ciò suscitò negli anni Sessanta il dispetto sociale e poltitico provato dalla generazione dei free jazzmen, che trasportò questa musica sul piano dell’ermetismo, dell’improvvisazione totale, sempre più distante dal gusto corrente e sempre più linguaggio per i fratelli neri inneggianti al “black power”. Fu il doppio quartetto registrato da Ornette Coleman, intitolato appunto “Free Jazz”, a lanciare il nuovo genere nel 1960. Trentasei minuti e ventitre secondi di musica d’improvvisazione collettiva, suonata deliberatamente al di fuori di maggior parte delle regole del jazz classico e moderno. Una musica difficile, sgradevole ed ermetica che “annullava negli ascoltatori la pretesa superiorità di razza e cultura” (Giorgio Meriggi, 1973). I jazzisti free vivevano le questioni razziali e le loro personali crisi economiche come un tema politico, che si riversava nella loro musica scandalosa. Fu un periodo caldo, di grandi dichirazioni come questa, rilasciata nel 1966 da Archie Shepp alla storica rivista Down Beat: “Il Jazz è uno dei più significativi contributi sociali ed estetici all’America (…) in quanto è contro la guerra, contro quella del Vietnam, è per Cuba e per la liberazione di tutti i popoli. È questa la natura del jazz, perché è una musica nata dall’oppressione e dall’asservomento del mio popolo”. Nelle università nascono i “black studies” e Malcom X accusa la storia, “così schiarita dall’uomo bianco che perfino i professori neri non ne sanno molto delle splendide civiltà e culture create dal popolo nero migliaia di anni fa”. Sorge anche il problema dei neri che vogliono fare i bianchi, accettando di snaturarsi per inseguire una legittimazione effimera. Si parla di nazionalismo nero, di “bellezza nera” ed il jazz entra nelle battaglie ideologiche radicali, in cui anche le idee bianche di libertà e liberismo, democrazia e capitalismo vengono messe in discussione.
È anche una lotta per una idea diversa del jazz, contro quello occidentalizzato, di successo e ideologicamente insipido che si rispecchia nel volto sorridente di Armstrong sulla copertina di Life, di Monk in quella di Times e di Ellington e Gillespie che fanno gli ambasciatori nel mondo del prestigio americano. Il riconoscimento dell’élite bianca che vuole il nero frivolo, divertente e che ride della “fanciullaggine nera”, diventa il primo nemico di quel jazz che sa di essere il vero canto dell’anima nera, più della letteratura o della poesia.
Il jazz origina una galassia di generi che oggi conosciamo come Dixieland, Swing, Ragtime, Western Swing, Be Bop, Hard Bop, Main Stream, New Orleans, Cool jazz, Free Jazz, Fusion, Grunge Jazz, Jazz da camera, Jazz manouche o Gipsy Jazz, Jazz samba, Latin Jazz, Modal jazz, Nu jazz, Smooth Jazz, Acid Jazz. Una ricchezza di ibridazioni che eleggono il jazz odierno a liguaggio universale, a nuova musica colta e popolare insieme.
L’ultima personale di Alfonso Bonavita presenta disegni e dipinti appositamente realizzati per la nuova edizione del Percfest di Laigueglia, uno dei tanti festival jazz che attraggono spettatori e molti musicisti. Le opere ritraggono jazzisti con i loro strumenti. Da tempo l’artista genovese dedica al genere musicale parte della sua produzione. “Ho amato istintivamente il jazz fin da bimbo – racconta - sognavo di poter diventare un grande chitarrista come Charlie Byrd, Barney Kessel, Gilberto Gil o John McLaughlin”. Questa mostra rappresenta il tentativo da parte di Bonavita d’indagare, da italiano, una cultura della musica che poggia su di un senso meravigliosamente “tribale”, capace di esaltare il talento individuale di ogni musicista senza dilapidare le ricchezze del gruppo.
Ma i jazzisti di Bonavita sono colti in un momento particolare. nell’intimità di un rapporto con lo strumento che diviene problematico, evita i didascalismi e si carica di una serie di suggestioni da indagare. Innanzitutto la staticità e il silenzio. Costituiscono queste atmosfere come il risultato di un’attesa che si protrae in maniera indefinita. Frutto di una contemplazione della pausa, del silenzio che offre lo sfondo alla musica e ne rappresenta la condizione di possibilità più propria. Gli aspetti visivi e fisici del suonare sono come anestetizzati dentro l’atmosfera creata da Bonavita per introdurci nel senso recondito di un mondo che, in fondo, non appartiene ai bianchi, ma rappresenta l’eredità culturale degli afroamericani. Da questo incontro personale con una musica vicina e lontana nasce l’idea di Gias!, in cui la scrittura (il visivo) traduce la pronuncia (il sonoro) di una parola le cui origini, come fa notare Paolo Conte nel suo film “Razmataz”, si perdono nel mito. Bonavita lo rischiara a modo suo, trasformando i suoi musicisti in personaggi senza dimora, senza parola, senza suono, ammutoliti e avulsi ma nutriti da un rapporto fisico con i propri strumenti, che non sono più oggetti finalizzati alla produzione di suoni ma parti organiche di corpi statuari, silenziose presenze che assumono su se stesse la forza del simbolo, l’ambivalenza di un organo atto ad esprimere l’anima infuocata del musicista, qui raffreddata fino al congelamento. Provocazione, quella di Bonavita, e di una musica che non suona, di un silenzio che fa rumore. Si tratta di un rumore visivo. Nessuna armonia o melodia, nessuna improvvisazione ma solo un rumore, quasi inudibile. Un “rumore bianco”. Chiamato così per analogia con il fatto che una radiazione elettromagnetica di simile spettro all'interno delle banda della luce visibile apparirebbe all'occhio umano come luce bianca, il rumore bianco è una dimensione teorica “impossibile” dal punto di vista pratico. Nondimeno esiste su certi gruppi di frequenze e risulta all’orecchio come un sibilo basso un poco roco, uniforme e continuo. Come quello prodotto dal moto Browniano, un fenomeno naturale di tipo caotico offerto per esempio dall'agitazione termica casuale di particelle cariche all'interno dei conduttori presenti nei comuni dispositivi elettronici. Questo rumore bianco, elettrico, è solo un esempio finito di un fenomeno teorico illimitato. Allo stesso modo il bianco delle ultime tele di Bonavita, produce quell’effetto visivo “spettrale” eppure neutrale, come se dentro vi fosse tutto e niente. Una quinta da palcoscenico virtuale su cui si giocano le sorti di un jazz “sbiancato”, come direbbe Malcom X, fino a divenire “Gias!”, fino a diventare l’ennesima appropriazione ibrida di un artista che coglie il linguaggio universale attraverso un personale slang, in questo caso visivo, ma capace di tradurre il suono in colore. Secondo Johann Wilhelm Ritter, un giovane fisico dei primi dell’Ottocento che ha influenzato Schumann ed è stato ammirato da Goethe, Novalis e Schlegel, "la musica decadde nelle lingue e per questa ragione ogni lingua può servirsi della musica quale sua accompagnatrice e come rappresentazione del particolare nei confronti dell'universale (…) Così ogni parola da noi pronunciata è un canto segreto, poiché è sempre accompagnata interiormente dalla musica”. Potrebbe essere così anche la pittura? Questo ci stimola a ipotizzare il lavoro che Bonavita fa sul jazz e soprattutto quest’ultima serie dedicata al “suo” Gias! Quando la musica e le parole tacciono, come sulle tele di Bonavita, il colore può assumere su di sé la vibrazione a noi necessaria per comprendere e per esprimerci.
Inaugurazione martedì 24 giugno alle ore 18.00 con performance e rinfresco
Da martedì 24 giugno a domenica 20 luglio 2008
Iingresso libero
Catalogo in galleria
Sangiorgi - Med Gallery
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