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Daniele Veronesi - Eva

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Data di apertura giovedì 19 giugno 2008
Data di chiusura venerdì 05 settembre 2008

Orari:
mar/ven h. 15.30/19.00; agosto chiuso
Gli artisti correlati Daniele Veronesi

Comunicato della mostra : Daniele Veronesi - Eva

A cura di Maria Rosa Pividori

Le forme dal mondo delle cose alla sostanza delle idee
Non stupisce mai la forte presa che ogni scultura ha su chi la osserva: la sua presenza, oltre ogni insindacabile giudizio estetico o di merito relativo al contenuto, diventa sempre accattivante e richiama a sé ogni attenzione. Le sculture si manifestano nello spazio sempre con la loro sovrabbondante fisicità – quand’anche fossero minimali interventi – di materia aggregata in uno spazio che si è reso, più di ogni altra opera d’arte, tangibile. La scultura c’è. Avviene nel reale esistere delle cose che ci circondano. Non è manifestazione intuibile di un pensiero – o non lo è solo – perché riesce sempre a trovare una forza particolare per presentarsi come assolutamente vera al cospetto di qualsiasi visione. La scultura c’è. Per davvero.
Capitano, allora, le sculture non solo quali manifestazioni intellettuali legate al sensibile narrare di un’artista, ma anche come naturali presenze nel contesto circostante, sorgenti da una materia plasmata da quelle stesse suggestioni. Le sculture così parlano di qualcosa di molto più sostanziale di ogni ipotesi formulata e proposta con qualsiasi altro oggetto d’arte. Assorbiamo – ed assecondiamo – il loro intervento, come effettivo e legato ad un’esperienza sentita più vicina. Si ancorano nella nostra sensibilità più diretta, ribollendo nella sostanza da cui sono plasmate.
Se le sculture si applicano al mondo per il loro esserci realmente, non meno disgiunte da questo sono quelle forme che ne derivano: ogni corpo che si fa scultura desume, nella maggior parte dei casi, il suo esistere da un alter ego ad esso corrispondente che, celato o manifesto, deriva o dal visibile o dall’invisibile intuire e percepire. Le visioni – poco importa se di figurazione o di astrazione – si traducono da ciò che sopraggiunge sempre al-dal mondo delle cose. Siano accadimenti o sentimenti, fatti o suggestioni. Quello che un’artista, uno scultore, plasma è una strutturazione-destrutturazione di materia che diviene continuamente altro e dà voce ad apparenze latenti nella nostra dimensione. Daniele Veronesi non si allontana da questo fare del lavoro scultoreo: alimenta la sua ricerca, lenta e misurata nel prodursi, con grande energia dal segno del reale. Segno che ne diviene senso assoluto. A tal punto assoluto da esserne poi superamento e sconfinamento.
Il primo aspetto da valutare, nella procedura che porta a quella serie di eventi che generano le sue sculture, è certamente il saper osservare: attraverso una visione attenta, che si riempie di disincantato fascino, Daniele Veronesi focalizza quegli aspetti-osservazioni che potranno essere poi sviluppati nel vivo corpo delle sue sculture. Generalmente sono due le modalità pertinenti alla visione di ciascuno: vedere è al contempo tanto l’attingere dal fuori quanto il cercare-guardarsi dentro. Una è vocazione proiettata sull’altro mentre l’altra diviene concentrazione su valori più intimistici e introspettivi. Per Daniele Veronesi resta vera questa postulazione ma si aggiunge la terza via che fonde e riassume le due precedenti. Vero e proprio visionario della forma, si lascia conquistare inizialmente da quei contorni che circoscrivono le cose nella materia reale. Vi scova, imperscrutabile nei pensieri, le evidenze più impensate nelle quali, quasi fortuitamente, ci si può imbattere nel nostro guardarci attorno quotidiano. Ci sono oggetti e strutture nelle sue opere che immediatamente ci portano ad immagini consolidate nel ricordo, ma che diventano dubbi che necessitano approfondimenti e chiarimenti urgenti.
La riconoscibilità di queste visioni diventa quindi un ricordo lontanamente evocativo e l’artista impegna una poetica esemplare e sintetica nel produrle come immagini nuove. Ecco allora che, in un secondo momento, l’incedere di quella rielaborazione gli – e ci – fa ri-congetturare ciò che ha visto e il suo trascorso. Il fluire di questo assorbimento dell’indagine cognitiva sul tangibile diventa una prassi fortemente strutturata che, dopo la visione e la sua riformulazione concettuale, lo conduce, attraverso i territori della sperimentazione, direttamente al valore del segno impresso sulla sostanza. La conquista passivamente ricevuta, diventa una possessione attivamente agita e – con la fase speculativa e imprescindibile del disegno che ne è prodromo inscindibile – si esplica in una grammatica con la quale dipanare le emozioni ricavate dalla forma e trasmigrate nel corpo delle sculture.
Diventa però importante, se non fondamentale, chiarire subito quanto l’apprezzamento della sua ricerca si spinga ben oltre all’attribuzione immediata di quel senso, diretto o rielaborato, di ciò che si vede. Se ci appare qualcosa esattamente così come è nella nostra pregressa esperienza, non significa affatto che quella cosa permanga fedele proprio al suo essere ciò che è o che si pensa. Anzi il primo intervento che diparte dall’arte di Daniele Veronesi, rispetto alla sua azione, è quello che fa allontanare proprio il senso chiuso di ciò che è e che si prefigura come presenza scultorea, altrimenti limitato nell’univocità del suo stesso apparire. Sia nelle forme geometrico-astratte della ricerca passata, sia nelle forme organiche – effettivamente biologiche – delle ultime sperimentazioni si ravvisano le sue capacità che agiscono ed insistono su significazioni e associazioni che, attribuite all’oggetto-forma, ne valichino la natura stessa. In questo il medium esatto e finale della materia della scultura è parte organica di tale intuizione e presupposto. Con la materia Veronesi rende assolute le cose; vince lo squilibrio dato dalla differenziazione emotiva che si lega ai materiali, trasborda l’associazione di ciò che è riconoscibile, annulla l’esperienza che pareva essere la certezza di chi osserva e non solo. Solo ora le sue opere sono nitide focalizzazioni che consegnano una grammatica, benché non esattamente semplice all’intuizione e all’applicazione, con cui ridefinire il visibile e il percepibile. Questo è codice comunicativo dei suoi valori che lo rendono scultore che interviene su corpi-figure vivi.
Il suo prestare attenzione alle sagome, che confinano in qualche modo le esperienze, e alla loro resa descrittiva, si applica per far corrispondere uno studio calibrato nel farle tracimare dal contesto in cui naturalmente si trovano, o vengono in altro tempo collocate, per sondare territori esplorativi nuovi. Una scultura in Veronesi si appropria della forma in cui risiede e diventa parte del reale con l’idea di suggerirle proprio attuabilità emotive inattese. Non necessariamente attribuibili alla cifra stilistica del suo autore ma ad universi di valore ancora tutti da verificare e capire.
Veronesi diventa così abilissimo ascoltatore dell’eco quasi insostenibile delle istanze del non detto ma che può divenire dicibile. I messaggi subliminali che si effondono dalle sue sculture sono un morbido e flessuoso racconto innestato e guidato sulla materia scultorea che prima di affermare il reale pare ora dar corpo forte all’invisibile. Quello con cui si deve fare conto è l’immobile dinamismo poetico in cui si calano i suoi lavori. Sono compiuti, sintetici, organici in questa lettura del non immediatamente detto.
Se si è asserito che le sculture fanno parte del nostro mondo, e per questo le si qualificano come presenze più vicine a noi, con le opere di Daniele Veronesi si acquista un valore in più. Ogni cosa prende distanza dal suo sé e si proietta fuori, va ancora oltre. Aldilà di qualsiasi riconoscibile formulazione per avventurarsi nell’universo delle idee, dei pensieri e delle suggestioni. Il segno materiale della scultura moltiplica organismi dall’identità assolutamente nuova. Si rendono determinati e finali nell’essere quantità di materia non più di ciò che solo rappresentano ma di ciò che emotivamente suggeriscono. Strette in un’aura soffusamente percepibile che le ammanta tutte attorno.
Non abbiamo mai abbastanza cuore e mente per guardarci e ascoltarci dentro, non resta che tentare di maturare la bellezza nella forma. Fuori da noi. Una forma che Daniele Veronesi sapientemente lascia divampare libera e semplice e con cui fa ultimare quanto resta di quelle immagini. Immagini che, nel nostro incontro, riescono a superare i confini della materia che le costituisce e si perdono leggere nell’invisibile che ad esse sta attorno. Un’invisibile spazio per la viva voce delle idee. Quell’invisibile luogo di assoluta poesia.
Matteo Galbiati

Inaugurazione giovedì 19 giugno 2008 ore 18.00/21.00

Fino al 5 settembre 2008

Presentazione di Matteo Galbiati

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