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TK - Art magazine: Recensioni Tk System Le recensioni di Teknemedia 2019-05-21T10:58:05+0000 Tk System “AFRICA. RACCONTARE UN MONDO” UN MONDO RICCO DI ENERGIA, IDEE E FANTASIA DA RACCONTARE Gaia Serena Simionati 10182 2017-06-26T00:00:00+0000 2017-06-26T00:00:00+0000 2017-06-26T00:00:00+0000 Per i primi cinque o sei milioni di anni della sua storia, lersquo;uomo rimase confinato in Africa.(Jared Diamond)<br /><br /><br />Nella cultura delle#39;Africa Occidentale, il griot è un poeta e cantore che svolge il ruolo di conservare la tradizione degli avi. In alcuni contesti pre-coloniali, egli svolgeva anche il ruolo di interprete ed ambasciatore e su questersquo;idea origina il titolo della mostra, eldquo;AFRICA. RACCONTARE UN MONDOerdquo;, ottimamente curata da Adelina von Fürstenberg, al Pac di Milano fino al 10 settembre 2017.<br /><br />Ispirata proprio alla tradizione orale di trasmettere la memoria, dove il capotribù, il Griot, maestro della parola, divienerelatore della cultura africana,come noi curatori - dice Fürstenberg endash; tutto partì nel 1989 con la mostra Magiciens de la Terreal Centre Pompidou di Parigi, dovenacque un modo diverso e innovativo di mostrare lersquo;arte allersquo;occidente endash; la potente esibizione, di respiro internazionale, come tutte quelle curate da Adelina, ha un appeal esotico, originale ed è intensamente pensata.<br /><br />Promossa dal Comune di Milano|Cultura e prodotta dal PAC con Silvana Editoriale, vi si presenta la scena artistica sub-saharianalegata anche alla diaspora che molti di questi artisti hanno vissuto e a tematiche diverse. <br /><br />Gli artisti della prima,Frédéric Bruly Bouabré (Costa dersquo;Avorio), Seydou Keïta (Mali), J.D. Okhai Ojeikere (Nigeria), Idrissa Ouédraogo (Burkina Faso), Malick Sidibé (Mali)del eldquo;Dopo lersquo;Indipendenzaerdquo;, saldati al loro universo culturale, traspongono con i loro lavori la vita africana, registrandone anche il mutamento.<br />Anacoreti visionari che esplorano la seconda tematica in bilico tra tradizione, memoria e modernità troviamo, Georges Adéagbo (Benin), Abu Bakarr Mansaray (Sierra Leone), Romuald Hazoumé (Benin), Pieter Hugo (Sud Africa), Richard Onyango (Kenya), Chéri Samba (Congo), Abdelrahmane Sissako (Mauritania), Yinka Shonibare MBE (Nigeria), Barthélémy Toguo (Camerun).<br />Identità è anche relazione, viaggio, scambio. Con lersquo;odierna facilità di viaggiare, il tema dellersquo;Introspezione Identitaria tocca dal vivo questi artisti impegnati che mettono in discussione il post-colonialismo, le guerre e i genocidi, le problematiche legate allersquo;ambiente, lersquo;AIDS, la povertà, la corruzione politica, il petrolio. <br />Barthelemy Toguoad esempio presenta un barcone gigante, sormontato da miriadi di borse di plastica tipiche degli africani che lasciano il continente. Galleggia il barcone su miriadi di bottiglie di plastica verde e rappresenta la condizione non di migranti, ma di auto esilio che molti sono costretti a vivere a causa di guerre civili, attacchi chimici, bombardamenti nei loro paesi, spesso effettuati non a caso dal misericordioso occidente.<br /><br />Interessante come sempre il lavoro di Ynka Shonibare, ispirato alla Zattera della Medusa di Théodore Géricault e alla barca di Dante di Eugene Delacroix e allersquo;esclavage di secoli.<br /><br />Accoglie allersquo;ingresso Omar Ba con un potente murale su sfondo nero che ricorda un mondo diverso, ispirandosi alla rivoluzione de eldquo;Il quarto statoerdquo; di Pellizza da Volpedo. Qui però cambiano le dinamiche rappresentative. Africani che cercano di eldquo;entrare nel mondoerdquo;, il destino che tanti di loro sono ahimè costretti ad affrontare.<br /><br />Eersquo; una mostra senza pathos - dice Toguo.eldquo;Parla della vita, passando dalla morte, attraverso la bellezza. Gli artisti si esprimono, ma qui vivono lersquo;idea dellersquo;universalità, hanno voglia di essere rispettati, di essere più considerati. Così i giovani e i più anziani espongono illustrando problematiche diverse e ciò che fa di questa esposizione una delle migliori, tanto che si parla a Parigi della primavera africanaerdquo;.<br /><br />Il terzo tema Generazione Africa, si focalizza sui cambiamenti della società e sulla posizione individuale. Una generazione-bivio formatasi nelle scuole dersquo;arte occidentali e presente alle fiere dersquo;arte, fortemente consapevole però della propria identità al di là degli stereotipi che vede Malala Andrialavidrazana (Madagascar), Omar Ba (Senegal), Kudzanai Chiurai (Zimbabwe), Senzeni Marasela (Sud Africa), Billie Zangewa (Malawi).Infine nella quarta sezione con Il Corpo e le Politiche della Distanza9 artisteartiste (Nathalie Anguezomo Mba Bikoro (Gabon), Gabrielle Goliath (Sud Africa), Ato Malinda/Alex Mawimbi (Kenya), Zanele Muholi (Sud Africa), Tracey Rose (Sud Africa), Berni Searle (Sud Africa)presentanocon video-arte e performances,un ritratto in movimento della giustizia, una personificazione del vivere e del sentire di minoranze religiose, culturali e di genere.<br />La mostra è altresì arricchita da una selezione di sedute di designer africani: Dokter e Misses (Sud Africa), Alassane Drabo (Burkina Faso), Amadou Fatoumata Ba (Senegal), Gonçalo Mabunda (Mozambico) e Nawaaz Salduker (Sud Africa), e da film come, Le Franc (1993) e La Petite vendeuse de soleil (1999) del regista e attore senegalese Diibril Diop Mambetyin collaborazione con la Cineteca Spazio Oberdan, che ospiterà una rassegna di cinema africano.<br /><br /><br /><br /><br />]]> PINO PINELLI - LA PITTURA È FEMMINA / LA PITTURA È AMBIGUA Gaia Serena Simionati 10166 2017-04-26T00:00:00+0000 2017-04-26T00:00:00+0000 2017-04-26T00:00:00+0000 <strong>Le#39;ARTE È UN ENIGMA IRRISOLTO E CANGIANTE</strong><br /><br /><br />eldquo;<em>Mersquo;interessa ciascuna delle infinite sostanze inestese <br />o centri di forza (o di coscienza) che, <br />come unità autonome, costituiscono le#39;universo</em>erdquo;. <br />G.W. Leibniz (1646-1716)<br /><br /><br />Pino Pinelli, interessato alla ridefinizione della pittura tra profondità, corporeità e cosmogonia, creando delle vere e proprie monadi pittoriche, è riuscito a concretizzare in pittura ciò che Leibniz teorizzò nel dibattito metafisico sulla sostanza. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/pinellidisseminazionetre_colori_400.jpeg" alt="pinellidisseminazionetre_colori_400." title="pinellidisseminazionetre_colori_400." width="400" height="235" /><br /><strong><em>Disseminazione tre colori<br /></em></strong><br />Operazione senza pari che, sfruttando le geometrie inverse di <strong>Piero della Francesca, Malevic e Fontana</strong>, genera un risultato <strong>speleologico</strong>, (nel senso greco di spélaion=caverna e lògos=discorso) e, come una supernova, <strong>fornisce un costrutto cosmico</strong>, dettando une#39;interpretazione sulle#39;origine e sulla formazione delle#39;universo. <br />Lersquo;artista siciliano intesse delle architetture cromatiche che invadono lo spazio, lo colonizzano interagendo con esso senza porre limiti. <br />Frantumando la pittura, che viene disseminata sulle pareti come farebbe un seminatore colle sementi, allo stesso modo di un<strong> Millet</strong> primigenio, rigorosi o gonfi, leggeri o geometrici, i cloni modulari e monocromi di Pinelli danzano come farebbe un <strong>Matisse</strong> odierno in 3D. <br /><br />Unersquo;anima doppia, razionale e seducente, ingloba lersquo;opera. Pigmento essicato appare con la stessa sinuosità, morbidezza e tattilità del velluto. Per chi ha il coraggio di sfiorare il lavoro si accorge invece che è più altero, che ce#39;è una forza. Affascina ma, al tempo stesso, mantiene una distanza. <br />Anche nella musica avviene la stessa cosa; cersquo;è unersquo;improvvisazione, unersquo;avventura, una sensibilità, ma poi prevale il dominio della nota, del rigore, del raziocinio.<br /><br />Le#39;arte di Pinelli è davvero un enigma irrisolto e cangiante che cerchiamo di farci spiegare in questa intervista. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/pinopinelliantologiarossavedutadellamostrapressodepartmilano2015_400.jpeg" alt="pinopinelliantologiarossavedutadellamostrapressodepartmilano2015_400." title="pinopinelliantologiarossavedutadellamostrapressodepartmilano2015_400." width="400" height="266" /><br /><br /><br /><strong>GSS: come hai iniziato a fare arte? Quando uno si accorge di essere un artista. Ci sono avvisaglie o epifanie improvvise?<br />PP:</strong> Sono come un guerriero cieco che cerca disperatamente la luce. Già da ragazzo ero fortemente attratto dalla ricchezza dei colori su una tavolozza tantersquo;è che amavo stenderli per sentire il brivido della luce. Eersquo; stata, per me, una necessità naturale accostarmi allersquo;arte. <br />Ed è stato mio padre, che aveva una bellissima voce e tanto avrebbe desiderato dedicarsi al bel canto, a incoraggiarmi a seguire studi artistici. <br /><br /><strong>GSS: prima hai usato una geometria morbida non euclidea ma topologica, poi sei passato ai monocromi, dove però nella superficie sono racchiuse in soluzione ansiosa sette e otto tonalità quasi magmatiche, prima ancora erano pittureehellip; il tuo lavoro ha subito varie declinazioni, a quale parte ti senti più affine?<br /></strong><strong>PP:</strong> sono sempre stato un artista aniconico. Dai primi lavori agli inizi degli anni ersquo;70 - geometrie morbide risolte con una pittura che dava una sorta di pulsione, di stato ansioso- nel tempo con processi di continua sottrazione e riduzione, sono approdato ai monocromi che, come notavi, hanno molte tonalità interne fino ad arrivare alla rottura del quadro nel 1976 e alla disseminazione degli elementi, sempre dello stesso anno. Naturalmente è stato un percorso che ha richiesto un continuo affinamento per giungere a individuare una mia sintassi del fare pittura.<br />Lersquo;artista italiano avverte il peso della grande storia; cersquo;erano tutti quegli occhi che mi guardavano: di Giotto e Masaccio, di Piero della Francesca e Caravaggio, fino a Fontana; la tradizione è meravigliosa, ma è anche un enorme peso. Agli autori americani invece è concesso scrivere quotidianamente la propria storia senza misurarsi col passato. <br /><br /><strong>GSS: chi sono stati i tuoi maestri?  Oggi chi ti piace tra i giovani stranieri? Inoltre il tuo gesto ha delle assonanze musicali, come un pentagramma scultoreo. Chi sono i tuoi riferimenti nella musica?<br />PP:</strong> Masaccio per lersquo;interiorità pensosa dei suoi personaggi, Piero della Francesca che, con la sospensione del tempo e la distanza atarattica dei suoi protagonisti potenti, massicci, anticipa la metafisica, Caravaggio che con il taglio di una luce quasi eldquo;cinematograficaerdquo; esalta le figure, Matisse che è la felicità del colore, Mondrian per la misura e il ritmo. E poi Fontana perché supera ogni limite e inventa una nuova dimensione.<br />Tutto questo per un artista è nutrimento, ma poi deve eldquo;dimenticare a memoriaerdquo;, per citare Vincenzo Agnetti.<br />Essere artista è un fatto fisiologico. Le forze giovanili guardano ad altro, al sociale, al politico. Io cerco il sublime, non dimenticare che io vengo da Matisse.<br />Nella musica amo molto Bach, gli autori barocchi, il Jazz e il Blues - che ritengo un grande contributo americano endash; fino a John Cage e altri.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/pinopinellipittura1990_400_01.jpeg" alt="pinopinellipittura1990_400_01." title="pinopinellipittura1990_400_01." width="305" height="400" /><br /><strong><em>Pittura</em>, 1990<br /></strong><br /><strong>GSS: Veniamo ai colori. La tua sintassi del fare, del dipingere viene riscritta col gesto del seminatore, un gesto morbido, primordiale come i colori che usi per lo più primari predominanti il giallo, il blu, il rosso e poi di conseguenza i neri, bianchi e grigi. Hai un rimando nostalgico alla tua terra, la sicilia, nella luce potente del sole, nel fuoco dellersquo;Etna, nel blu del mediterraneo, nel nero della lava e il grigio e la cenere dellersquo;Etna o il bianco della neve?<br />PP:</strong> Sono nato in Sicilia e vi sono cresciuto fino a 25 anni e, naturalmente il mio imprinting si è formato li.<br /><br /><strong>GSS: Veniamo ai procedimenti. Pelle di daino, essicazione lunga e lenta, sostituzione della tela con una flanella che procura ulteriore tattilità. Poi la colorazione, un velluto autobloccante e infine intervieni col colore. Quanto ti stanchi a produrre? Nonostante la serenità imperturbabile che emana dai tuoi lavori emerge una doppia anima, sia razionale che seducente. Come dicotomicamente convivono? <br />PP:</strong> La pittura è femminile. La pittura ha un corpo che va modellato. Nella tua introduzione allersquo;intervista hai già ben delineato i caratteri del mio lavoro che richiede vari procedimenti e particolari usi dei materiali che mi servono per dare sostanza. Nella fase successiva, uso pigmenti colorati e continue velature di tonalità diverse per arrivare a un assoluto. E il tutto si fa eldquo;corpoerdquo;. Eersquo; vero. Questo lavoro richiede del tempo davvero lungo. Seduzione e carne. Questo fatto mi procura inquietudine, ma questa è necessaria per il eldquo;fareerdquo;.<br />Lersquo;arte è seduzione e fascinazione. È invito alla dimensione estetica dello sguardo, alla vertigine tattile del senso.     ]]> ’PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE’. FRANCO MELLO TRA ARTE E DESIGN Luca Del Core 10163 2017-04-07T00:00:00+0000 2017-04-07T00:00:00+0000 2017-04-07T00:00:00+0000 Progettazione e immaginazione sono le basi del lavoro del designer genovese Franco Mello, ospite della Fondazione Plart (Arti Plastiche) in via G. Martucci 48 a Napoli, con una mostra personale fino al 3 giugno 2017. Autore dersquo; icone del design contemporaneo, artefice di una produzione varia e articolata che spazia dal design alla fotografia, dalla grafica allersquo; editoria, creatore di gioielli e di installazioni multimateriche, Mello riesce a tradurre con ironia e leggerezza le grandi potenzialità dei materiali plastici. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/04_mun_e_mun_bis_2003_poliuretano_espanso_dog_design_italia_foto_carlo_carossio_400.jpg" alt="04_mun_e_mun_bis_2003_poliuretano_espanso_dog_design_italia_foto_carlo_carossio_400" title="04_mun_e_mun_bis_2003_poliuretano_espanso_dog_design_italia_foto_carlo_carossio_400" width="400" height="266" /><br /><strong><em>Mun e Mun Bis</em>, 2003, poliuretano espanso, Dog Design, Italia foto carlo carossio</strong><br /><br />La sua arte è provocazione, disegnare e realizzare delle poltrone a forma di muro di mattoni eldquo;Mun e Mun biserdquo; potrebbe essere interpretato, adattandolo alla situazione politica internazionale, come un invito a eldquo;sedersierdquo; o ad eldquo;abbattereerdquo; i muri, a dare unersquo; altra destinazione dersquo; uso a questa struttura, accantonando lersquo; idea di elemento di divisione e di confine. Una creatività straordinaria dellersquo; artista genovese che plasma la materia ispirandosi alla natura, un puff a forma di zucca dai colori sgargianti ci riconduce al mondo delle favole, dove ogni elemento assume un altro significato, il eldquo;Tavolo erbaerdquo; su cui è possibile pranzare o cenare, fino ad arrivare alle opere più famose, i eldquo;Cactuserdquo; appendiabiti realizzati insieme a Guido Drocco nel 1972 per lersquo; azienda piemontese Gufram, riproposti nella mostra in una versione multicolore, diventando dagli anni Settanta in poi un elemento caratteristico delle abitazioni private. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/03_suburbia_2003_poliuretano_espanso_dog_design_italia_foto_carlo_carossio_400.jpg" alt="03_suburbia_2003_poliuretano_espanso_dog_design_italia_foto_carlo_carossio_400" title="03_suburbia_2003_poliuretano_espanso_dog_design_italia_foto_carlo_carossio_400" width="400" height="251" /><br /><strong><em>Suburbia</em>, 2003, poliuretano espanso, Dog Design, Italia foto Carlo Carossio<br /></strong><br />eldquo;Incastroerdquo;, invece, è uno dei pezzi da collezione, un puff realizzato in poliuretano espanso che in origine si divideva in due parti ottenendo una doppia seduta. Poltrone di plastica realizzate sotto forma di pneumatici e vasi sezionati, oppure ai blocchi megalitici di Stonehenge. Dagli oggetti-scultura prodotti per Gufram e Dog Design si passa alla sezione dedicata allersquo; arte grafica di Mello, con lersquo; esposizione di libri dersquo;artista, cataloghi e riviste dersquo;arte, come i tre numeri della rivista eldquo;Materiali per lersquo; Arteerdquo;, erdquo;Lersquo; arte è una scienza esattaerdquo; di Claudio Parmiggiani e eldquo;Pantomimaerdquo; di Marco Gastini. Ultima sezione è dedicata allersquo; arte orafa, oggetti realizzati per la collezione eldquo;Sfioroerdquo; ideata nel 2013, esposizione che ospita gioielli realizzati in tiratura limitata con tecniche artigianali quasi dimenticate di Emilio Isgrò, Mimmo Paladino, Michelangelo Pistoletto, Matteo Bonafede, Marco Gastini e Aldo Spinelli. Due video sono trasmessi in loop con testimonianze di critici e collezionisti sul lavoro di Mello, artista dalla insatura creatività, artefice della contaminazione fra il design eldquo;naturaleerdquo; (zucche, cactus in poliuretano) e il contesto eldquo;artificialeerdquo;, quello abitativo. <br /><br /><br />In copertina: <strong>Franco Mello, Guido Drocco, <em>Cactus</em>, 1972, Gufram, Italia, Allestimento alla Fondazione Plart, 2017, ph Fabio Donato</strong>]]> IL CAVALIERE ERRANTE TRA APOCALISSI E SCIAMANESIMO Gaia Serena Simionati 10160 2017-03-18T00:00:00+0000 2017-03-18T00:00:00+0000 2017-03-18T00:00:00+0000 <strong>VASILIJ VASILe#39;EVIe#268; KANDINSKIJ<br />E LA eldquo;INNER KLANGerdquo;1<br /></strong><br /><br /><strong>eldquo;Chi non è abituato alla bellezza <em>interiore</em> la trova <em>naturalmente</em> brutta, <br />perché lersquo;uomo di solito è portato allersquo;esteriorità (specialmente oggi!). <br />La totale rinuncia alla bellezza convenzionale, <br />lersquo;amore per <em>tutti i mezzi</em> che portano allersquo;espressione dellersquo;io, <br />lasciano ancor oggi isolato il compositore viennese Arnold Schönberg, <br />noto solo a pochi appassionati.erdquo;<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/02_kandinskij_destinocupole_low_400.jpg" alt="02_kandinskij_destinocupole_low_400" title="02_kandinskij_destinocupole_low_400" width="400" height="290" /><br />Kandinskij, <em>Destino cupole</em><br /><br /></strong>Parole come macigni, tanto più oggi, precorritrici dei tempi, quelle di Kandinskij, uomo e artista polimorfo, un poersquo; razionale, un poersquo; romantico, estremamente attuale, ancora modernissimo, dotato di un occhio prensile che, grazie alle sue teorie ha cambiato irreversibilmente la storia dellersquo;arte. <br /><br />eldquo;<strong>Ero condannato a guardare senza tregua</strong>erdquo;, scrisse. Vasilij fu dotato di memoria visiva fortissima, fu appassionato di teosofia, natura, etnografia, folclore, antropologia e soprattutto musica, che fondeva con le sue creazioni, essendo questersquo;ultima lersquo;arte più immateriale di tutte e modello da seguire, proprio perché svincolata dalla bieca imitazione della natura, dalla materia. <br />Egli amò a tal punto la musica da chiamare molte sue opere <strong><em>Improvvisazioni o Composizioni</em></strong>. Nella totale ricerca della risonanza interiore e per rispondere a una necessità, egli affermò: eldquo;<strong>Mi proponevo, come scopo della mia vita, di dipingere una composizione. Questa parola agiva su di me come una preghiera, mi riempiva di rispetto</strong>erdquo;.<br /><br />Unersquo;arte quindi, come la pittura, usata per esprimere le proprie necessità intellettuali e spirituali, non reali, imitative, ma anti-naturalistiche, tendenti invece allersquo;astrazione e pregne della ricchissima vita psichica dellersquo;artista, capace di dipingere lersquo;invisibile.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/05_kandinskij_improvvisazioneformefredde_low_400.jpg" alt="05_kandinskij_improvvisazioneformefredde_low_400" title="05_kandinskij_improvvisazioneformefredde_low_400" width="400" height="339" /><br /><strong>Kandinskij, <em>Improvvisazione forme fredde</em></strong><br /><br />Forse anche per questo, <strong>IL CAVALIER ERRANTE</strong>, che cela il viaggio come esperienza cognitiva totale, diviene il titolo della mostra oltre che tema di molte opere con cavallo e cavaliere (II sezione) in mostra a Milano al Mudec. <br />Il percorso dellersquo;esposizione volge verso lersquo;analisi di un viaggio che è sia reale, negli anni giovanili in cui lersquo;artista andò nel nordico Governatorato di Vologda (I sezione) e vide cose indelebili per il suo percorso formativo, studiando gli antichi costumi sciamanici dei komi-ziriani, ma è anche itinerario metaforico, nel passaggio dallersquo;oggetto del figurativo allersquo;immateriale astratto. <br />O viaggiò e visse a Odessa, Murnau, Monaco e Mosca (III sezione) che lersquo;artista equipara alla propria madre: eldquo;<strong>una bellezza seria e severa, una semplicità di razza, unersquo;energia naturale, una sensibilità forte e personale</strong>erdquo;.<br /><br />Per approdare infine allersquo;attrazione verso la musica (IV sezione) e per il compositore Schönberg, eldquo;<strong>le cui esperienze musicali non sono acustiche, ma puramente psichiche</strong>erdquo;- disse. <br />La pittura prendeva, per la prima volta a modello la musica, come una folgorazione. Kandinskij capì che forma e colore dovevano servire a motivare lersquo;interiorità, il misterioso mondo dello spirito.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/07_kandinskij_improvvisazione34_low_400.jpg" alt="07_kandinskij_improvvisazione34_low_400" title="07_kandinskij_improvvisazione34_low_400" width="400" height="340" /><br /><strong>Kandinskij, <em>Improvvisazione 34</em><br /></strong><br />Gli spazi del Mudec di Milano, raccolgono quindi 49 opere, alcune mai viste prima in Italia, che raccontano il e#39;periodo del genioe#39; delle#39;artista russo, oltre a 85 lavori tra icone, stampe popolari, <em>lubki</em>, giocattoli, isbe, arte decorativa. Esse provengono dai più importanti musei giorgiani, armeni e russi, come <em>le#39;Ermitage</em> di San Pietroburgo, la Galleria Trete#39;jakov, il A.S. Puescaron;kin. <br />In corso fino al 9 luglio, la mostra è un piccolo gioiello, ben articolato, elegantemente curato da Silvia Burini e Ada Masoero che offre persino delle installazioni multimediali che consentono di entrare dentro lersquo;opera dersquo;arte, così come avrebbe musicalmente, spiritualmente, fisicamente voluto il caro e geniale Vasilij Kandiskij. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/09_kandinskij_improvvisazione4_low_400.jpg" alt="09_kandinskij_improvvisazione4_low_400" title="09_kandinskij_improvvisazione4_low_400" width="400" height="270" /><br /><strong>Kandinskij, <em>Improvvisazione 4</em><br /></strong><br /><br />1. <span><em>Risonanza interiore</em></span>]]> HELMUT NEWTON. FOTOGRAFIE. WHITE WOMAN/SLEEPLESS NIGHTS/BIG NUDES Luca Del Core 10156 2017-03-10T00:00:00+0000 2017-03-10T00:00:00+0000 2017-03-10T00:00:00+0000 Helmut Newton, fotografo di moda, esteta, provocatore, è il protagonista dellersquo; industria culturale per oltre mezzo secolo, a poco più di dieci anni dalla sua morte è allestita al Pan (Palazzo delle Arti) di Napoli in via dei Mille 60 fino al 18 giugno 2017 una mostra che celebra uno degli artisti più importanti del Novecento. Un percorso espositivo diviso in tre sezioni che raccoglie le immagini dei primi tre libri pubblicati tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, un viaggio multisensoriale in cui lersquo; erotismo raggiunge una dimensione filosofica e spirituale, una eldquo;letteratura eroticaerdquo; descritta con stile ed eleganza. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/2_helmut_newton_saddle_i_paris_1976__copia_400.jpg" alt="2_helmut_newton_saddle_i_paris_1976__copia_400" title="2_helmut_newton_saddle_i_paris_1976__copia_400" width="400" height="268" /><br /><strong><em>Saddle I</em>, from the series <em>Sleepless Nights</em>, Paris 1976 © Helmut Newton Estate</strong><br /><br />La prima sezione è intitolata eldquo;White womenerdquo; tratto dal primo libro pubblicato nel 1976, 84 immagini a colori e in bianco e nero in cui il nudo e la sensualità entrano nel mondo della moda, fotografie provocanti che trasformano il concetto del ruolo della donna nel mondo occidentale. Nellersquo; opulenza, nelle location raffinate lersquo;artista tedesco riesce ad esprimere tutta la sua creatività, a Villa dersquo; Este sul lago di Como realizzerà uno shooting, modelle nude posano nella lussuosa residenza, eldquo;nobildonneerdquo; che si lasciano eldquo;scoprireerdquo; dal mezzo fotografico senza pudore, senza inibizioni, in pose austere e raffinate. Sono tre gli elementi ricorrenti, lersquo; amore per la moda, per lersquo; erotismo e per il lusso, un esempio lampante è il singolo scatto pubblicitario realizzato per la rivista eldquo;Vogueerdquo;, la seminuda Paloma Picasso, figlia del celebre artista Pablo Picasso. Di connotazione diversa è la foto che ritrae la modella eldquo;Roselyneerdquo;, alle figure esili e statuarie, sceglie una eldquo;plus-sizeerdquo;, bassa e formosa, è lersquo; emblema di un dibattito ancora attuale sui canoni estetici di riferimento per entrare a far parte del mondo della moda. A questa simbiosi modella/erotismo e contesto/lusso fanno riferimento una serie di istantanee che ritraggono le piscine di Saint Tropez, una vera e propria ossessione per Newton, considerate luoghi di intimità individuale e un bene accessibile solo ad una cerchia ristretta. Importante sarà lersquo; influenza del cinema espressionista tedesco nella sua formazione culturale, in particolare il film eldquo;La Grande Illusioneerdquo; del regista Jean Renoir, protagonista lersquo; attore Erich von Stroheim, questa pellicola influenzerà gli scatti della seconda parte dellersquo; esposizione, intitolata eldquo;Sleepless nightserdquo;, sono foto dedicate sempre alle donne, ai loro abiti, ai loro corpi, cambiano le immagini destinate ai magazine, diventano prima ritratti e poi scene del crimine. I soggetti sono quasi sempre modelle che indossano abiti succinti, corpetti ortopedici e tacchi a spillo in atteggiamenti sensuali e provocanti, espressione di un linguaggio allusivo ed esplicito di estremo feticismo, un esempio è lo shooting realizzato per la Boutique Hermès intitolata eldquo;Saddle 1, 2 e 3erdquo; con donne bardate in selle di cuoio o che reggono frustini. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/8_helmut_newton_tied_up_torso_ramatuelle_1980_400.jpg" alt="8_helmut_newton_tied_up_torso_ramatuelle_1980_400" title="8_helmut_newton_tied_up_torso_ramatuelle_1980_400" width="400" height="398" /><br /><strong><em>Tied Up Torso</em>, from the series <em>Big Nudes</em>, Ramatuelle 1980 © Helmut Newton Estate<br /></strong><br />Interessanti sono le immagini realizzate a Ramatuelle, in Francia, alle figure umane subentrano elementi artificiali come i manichini, in questi scatti Newton si diverte sulla ambiguità e sulla integrazione fra modelle vere e finte sagome. Una ironia che continua nel parallelismo di due foto tra il sacro e il profano, un Andy Warhol dormiente in posizione supina simile ad una statua della chiesa di San Mederico e Santa Filomena martire a Parigi e una Patti Hansen con braccia aperte simile ad una scultura di una Madonna a Poggibonsi. Alla terza ed ultima sezione della mostra sono dedicati i eldquo;Big Nudeserdquo;. Cambiano i formati delle foto, le gigantografie entrano prepotentemente nelle gallerie e nei musei, per la scelta di queste dimensioni trae spunto dai manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF, musa ispiratrice per questi grandi nudi è la modella Sylvia Gobbel, protagonista dellersquo; immagine/icona eldquo;Self portrait with wife and modelserdquo;, una foto diversa dalle altre, fondamentale è la conoscenza della storia dellersquo; arte, del pittore Diego Velazquez e dellersquo; opera eldquo;Las Meninaserdquo; da cui riprende lo schema compositivo dei soggetti raffigurati. Sempre di ispirazione spagnola, da un altro grande artista, Francisco Goya e alle sue eldquo;Maya vestidaerdquo; e eldquo;Maya desnudaerdquo; del Museo del Prado di Madrid sono la fonte di ispirazione per eldquo;Naked and Dressederdquo;, modelle nude e vestite immortalate in due momenti diversi nella medesima posa, un progetto che lersquo; artista abbandonerà a causa dello stress per la preparazione del set, trucco, ripetizione delle pose e taglio delle luci. Alle modelle esili e filiformi fanno da contraltare le immagini che ritraggono la culturista Lisa Lyon, (fotografata anche da Robert Mapplethorpe) un lavoro commissionato dalla rivista eldquo;Playboyerdquo;. A differenza degli scatti precedenti lersquo; artista si sofferma su un corpo femminile in tensione muscolare, una posa plastica che si integra nello spazio, accentuandone lersquo; erotismo, una mimesi fotografica della scultura eldquo;classicaerdquo;. Le ultime foto dellersquo; esposizione ci mostrano una versione intima e privata di Newton, per la campagna pubblicitaria dei gioielli Van Cleef fotografa una radiografia di un teschio con dei gioielli in primo piano ribadendo la caducità della vita per lersquo;essere umano e lersquo; immortalità dei beni materiali.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/4_helmut_newton_winnie_of_the_coast_of_cannes_1975_400.jpg" alt="4_helmut_newton_winnie_of_the_coast_of_cannes_1975_400" title="4_helmut_newton_winnie_of_the_coast_of_cannes_1975_400" width="266" height="400" /><br /><strong><em>Winnie off the coast of Cannes</em>, 1975 from the series <em>White Women</em> © Helmut Newton Estate</strong><br /><br />Artista precursore e punto di riferimento per i fotografi contemporanei, capace di indagare la realtà, dietro il gesto elegante delle immagini permetteva di intravedere lersquo;esistenza di un altro mondo. In un contesto contemporaneo che si basa sullersquo; estetica, in alcuni casi eldquo;inesteticaerdquo;, dellersquo; apparire, della ricerca della perfezione, Newton è lersquo; artefice di una vera e propria eldquo;lectio magistraliserdquo; in cui lersquo; erotismo, il lusso, lo stile e lersquo; eleganza non si conquistano con un semplice scatto fotografico, seguendo un outfit o una fashion blogger, ma con conoscenza, esperienza ed intelligenza. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/10__helmut_newton_french_vogue_melbourne_1973_copyright_helmut_newton_estate_400.jpg" alt="10__helmut_newton_french_vogue_melbourne_1973_copyright_helmut_newton_estate_400" title="10__helmut_newton_french_vogue_melbourne_1973_copyright_helmut_newton_estate_400" width="303" height="400" /><br /><strong><em>French Vogue</em>, from the series <em>White Women</em>, Melbourne 1973 © Helmut Newton Estate</strong><br /><br /><br />In copertina: <strong><em>Bergstrom over Paris</em>, from the series <em>Sleepless Nights</em>, 1976, © Helmut Newton Estate (particolare)</strong><br />]]> OMAGGIO D’AMORE A MANET Gaia Serena Simionati 10157 2017-03-08T00:00:00+0000 2017-03-08T00:00:00+0000 2017-03-08T00:00:00+0000 Basterebbe quel bracciale dersquo;oro su di un braccio nudo. O lo sfavillio reale di un orecchino, inconsapevolmente pendente su di un rosso feroce e prepotente, quello del foulard leggero al collodi una donna. <br /><br />Quello del rosso carminio del suo rossetto. <br /><br />O quello del muro nellersquo;opera penetrante di Giovanni Boldini, a omaggiare Manet, nella sua mostra a palazzo reale a Milano. A renderne utile lersquo;ingresso, a celebrarne la grandezza dopo essere stato bistrattato da molti.<br /><br />Oltre a questo capolavoro: <em>Scena di festa alle Folies-Bergère</em> di Boldini, <em>Il bagno</em> di Alfred Stevens, il noto pifferaio, i ritratti di Emile Zola, Berthe Morisot, amici e compagni della Parigi moderna, tra cui lo splendido <em>Pastorale</em> di Cezanne, e poi ancora Degas, Fantin-Latour, Gauguin, Monet, Renoir, Signac, Tissot, rendono una festa per gli occhi questa mostra proveniente in toto dal Musée dersquo;Orsay, grazie a un generoso gesto di Guy Cogeval, storico presidente del Musée e dellersquo;Orangerie di Parigi.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/immagine.jpg" alt="immagine" title="immagine" width="294" height="394" /><br /><br />Inaugurata lersquo;8 marzo in corso fino al 2 luglio 2017, la mostra vuole parlare di Édouard Manet (1832-1883) e del ruolo centrale che ha avuto nella storia dellersquo;arte europea, pur avendo subito diversi rifiuti iniziali, persino al Salon del 1963.<br /><br />Un centinaio di opere, tra cui 54 dipinti endash; di cui 16 capolavori di Manet e 40 altre opere di grandi maestri coevi, si aggiungono 11 tra disegni e acquarelli di Manet, una ventina di disegni e sette tra <em>maquettes</em> e sculture.<br /><br />Come Bellini e Vermeer, Manet ebbe impulsi a catturare la poesia dellersquo;attimo che passa. La narrazione è indifferente, vive la pura pittura, poca storia e molta vita parigina. Iniziatore di una nuova idea, fruitore di una vita moderna e libera, osservatore di una realtà che cristallizza con metodi nuovi, Manet inizialmente incompreso scopre e rivelaunaParigi in piena trasformazione. Affronta temi nuovi che osserva per la strada, al Teatro dellersquo;Opera, nei bar e nei eldquo;caffè-concertoerdquo; usando più generi: il ritratto, la natura morta, il paesaggio, le donne, Parigi, sua città amatissima e modificata in toto a metà Ottocento dal nuovo assetto urbanistico voluto dal barone Haussmann. <br /><br />La mostra si articola quindi in dieci sezioni.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/18._boldini_400.jpg" alt="18._boldini_400" title="18._boldini_400" width="400" height="369" /><br /><br /><strong>Manet e la sua cerchia</strong><br /><br />Manet e i suoi amici. Visse con poeti e letterati come Charles Baudelaire, Emile Zola, che lo difende strenuamente dai rifiuti del Salon; poi Stéphane Mallarmé, che frequenta il suo atelier discutendo animatamente di pittura e poesia, la pittrice Berthe Morisot, sua cognata, moglie del fratello Eugène, e altri celebri artisti come Monet, Renoir. La mostra parte dunque da intensi ritratti di Zola, Mallarmé e Morisot, realizzati da Manet tra il 1868 e il 1876, esposti accanto a quelli di altri pittori come Edgar Degas.<br /><br /><strong>Parigi città moderna</strong><br /><br />Manet è il più parigino dei pittori, vivrà nella eldquo;nuova Parigierdquo; che si sta costruendo. Napoleone III realizza interventi radicali che cambiano completamente il volto della città, rendendola la capitale europea per eccellenza. In questa sezione opere di Paul Gauguin con eldquo;<em>La Senna al Ponte Iéna"</em>, di Claude Monet con eldquo;<em>Le Tuileries</em>erdquo;; di Paul Signac con eldquo;<em>Strada di Gennevilliers</em>erdquo;, una veduta della periferia settentrionale di Parigi.<br /><br /><strong>Sulle rive</strong><br /><br />Sono qui esposte cinque sue vedute marine. Si possono inoltre ammirare lo splendido eldquo;<em>Pastorale</em>erdquo; di Paul Cézanne, giustamente ispirato al celebre eldquo;<em>Le déjeuner sur lersquo;herbe</em>erdquo; di Manet e eldquo;<em>Argenteuil</em>erdquo; di Claude Monet, che ritrae una delle mete preferite delle gite domenicali dei parigini, dove Monet soggiorna tra il 1872 e il 1877.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/19._cezanne_400.jpg" alt="19._cezanne_400" title="19._cezanne_400" width="400" height="322" /><br /><br /><strong>Natura inanimata</strong><br /><br />In questa sezione sono esposti incantevoli dipinti floreali: due di Manet eldquo;<em>Ramo di peonie bianche e cesoie</em>erdquo;, specie molto in voga nellersquo;Europa ottocentesca che Manet coltivava nel suo giardino di Gennevilliers, e eldquo;<em>Fiori in un vaso di cristallo</em>erdquo;, tra gli ultimi quadri dipinti da Manet che, ormai malato, si dedica alla pittura di piccole tele con frutti e fiori di cui coglie con intensità lo splendore e la vitalità, cui si aggiunge eldquo;<em>Lersquo;asparago</em>erdquo;, recapitato dallo stesso Manet al grande collezionista Charles Ephrussi come eldquo;aggiuntaerdquo; a un quadro con asparagi che era stato pagato troppo. A queste opere sono affiancate due splendide tele di Fantin-Latour e uno straordinario bouquet di Renoir.<br /><br /><strong>Lersquo;heure espagnole</strong><br /><br />Lersquo;arte spagnola, insieme ai Tiziano e ai Rubens, esercita su Manet una forte influenza. Diffusa a Parigi sin dal 1830, ispira una moda che investe la letteratura, lersquo;arte e il costume. Manet si reca inoltre in Spagna nel 1865 e studia spesso i dipinti spagnoli al Louvre, in particolare Velázquez, che considera eldquo;il pittore dei pittorierdquo;. Testimoniano questo ispanismo le vesti della ballerina Lola Melea, nota come eldquo;<em>Lola di Valencia</em>erdquo;, eldquo;<em>Il combattimento di tori</em>erdquo;, eldquo;<em>Angelina</em>erdquo;, eldquo;<em>Il pifferaio</em>erdquo;, immagine della mostra, rifiutato al Salon dello stesso anno per la radicalità del trattamento pittorico. <br /><br /><strong>Il volto nascosto di Parigi</strong><br /><br />In questa sezione è di scena la Parigi dei caffè, delle strade, delle persone meno abbienti, che fa da contraltare al lusso e allersquo;opulenza della vita borghese, protagonista delle sezioni successive. Spicca qui uno dei capolavori di Manet eldquo;<em>La cameriera della birreria</em>erdquo;, insieme a due disegni di caffè. E eldquo;<em>Lersquo;attesa</em>erdquo; di Jean Béraud dove una elegante prostituta attende di adescare clandestinamente un cliente nel signorile quartiere dellersquo;Étoile. Appartiene invece allersquo;atmosfera mondana dei teatri e dei balli la bella tela carica di rosso eldquo;<em>Scena di festa</em>erdquo; di Giovanni Boldini, ritrattista della mondanità di Parigi, che qui rappresenta le Folies Bergère, caffè-teatro di varietà attivo dal 1869 sui grandi boulevard.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/29._stevens_400.jpg" alt="29._stevens_400" title="29._stevens_400" width="400" height="317" /><br /><br /><strong>Lersquo;Opéra</strong><br /><br />In questa sezione le opere sono dedicate al tempio dello spettacolo parigino: lersquo;Opéra. Di Edgar Degas è esposto eldquo;<em>Il foyer della danza al teatro dellersquo;Opéra</em>erdquo; dove andavano in scena le opere e i balletti più importanti. Di Henri Gervex si ammira eldquo;<em>Il ballo dellersquo;Opéra</em>erdquo; che mette in scena uno scintillante carnevale. Accanto a queste tele sono presentati vari disegni, acquerelli e piccole sculture in gesso o bronzo rappresentanti progetti per la nuova Opéra e figure mitologiche.<br /><br /><strong>Parigi in festa</strong><br /><br />Sfilano quadri di artisti che frequentano le serate di gala nei teatri parigini: da Jacques Joseph (detto James) Tissot con lersquo;elegante eldquo;<em>Il ballo</em>erdquo; (1878 a Jean Béraud con eldquo;<em>Una serata</em>erdquo;, illustrazione di una affollata e mondanissima soirée; da Eva Gonzalès con eldquo;<em>Un palco al Théâtre des Italiens</em>erdquo;, a Berthe Morisot con eldquo;<em>Giovane donna in tenuta da ballo</em>erdquo;. Completano la sezione alcuni disegni di progetti per nuovi teatri, testimoni dellersquo;incessante trasformazione della Parigi dellersquo;epoca.<br /><br /><strong>Lersquo;universo femminile. In bianco ehellip;</strong><br /><br />Sono qui presentati alcuni capolavori incentrati sulla figura femminile rappresentata nei suoi momenti intimi. Di Manet è esposta la splendida tela eldquo;<em>La Lettura</em>erdquo;, dove lersquo;artista ritrae la moglie Suzanne Leenhoff e il figlio naturale della donna, e il celeberrimo eldquo;<em>Il balcone</em>erdquo;, che lascia perplessi pubblico e critica al Salon del 1869 anzitutto per la scelta dei colori accesi, ma soprattutto per la sconcertante assenza di un soggetto chiaramente definito. Accompagnano queste due opere emblematiche due splendide tele di Alfred Stevens: eldquo;<em>La lettera di rottura</em>erdquo; e eldquo;<em>Il bagno</em>erdquo;, unico nudo dellersquo;artista belga a Parigi dal 1844, opera la cui attenzione ai dettagli destò lersquo;ammirazione di Manet e eldquo;<em>Le due sorelle</em>eldquo; di James Tissot, definita dal critico inglese Wentworth eldquo;il paradigma dellersquo;aristocraticità e dellersquo;eleganza sobriaerdquo;.<br /><br /> <strong>ehellip; e nero. La passante e il suo mistero</strong><br /><br />La sezione conclusiva della mostra dedicata alle donne nelle strade parigine ospita due magnifiche opere di Manet: la tela eldquo;<em>Berthe Morisot con un mazzo di violette</em>erdquo;) e il eldquo;<em>Ritratto di Nina de Callias</em>erdquo;, a cui si raffrontano due celebri figure femminili di Renoir: eldquo;<em>Madame Darras</em>erdquo; e eldquo;<em>Giovane donna con veletta</em>erdquo;, dove lersquo;artista rivela una straordinaria maestria nella resa del nero e nel catturare il fascino fugace di una passante.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/02._manet_400.jpg" alt="02._manet_400" title="02._manet_400" width="310" height="400" />]]> FERGOLA. LO SPLENDORE DI UN REGNO Luca Del Core 10154 2017-02-28T00:00:00+0000 2017-02-28T00:00:00+0000 2017-02-28T00:00:00+0000 Si potrebbe definire una mostra eldquo;nostalgicaerdquo;, soprattutto per (a Napoli sono un cospicuo gruppo) gli esponenti del movimento eldquo;filoborbonicoerdquo;, legati al regime monarchico spagnolo che fecero di Napoli la terza potenza industriale dersquo; Europa dopo Parigi e Londra nei primi anni del 1800. Sotto il controverso dominio aragonese la città partenopea visse il suo periodo migliore non solo dal punto di vista commerciale e finanziario ma anche culturale. Testimone di questi fermenti fu Salvatore Fergola, artista di corte, pittore, litografo, editore di popolari giornali illustrati a cui è dedicata la prima mostra a Palazzo Zevallos-Stigliano, sede museale della Banca Intesa-Sanpaolo di Napoli fino al 2 aprile 2017. Figlio dersquo; arte, poco più che ventenne entra nellersquo; orbita della famiglia reale seguendone gli spostamenti nei luoghi del Regno, divenendo il eldquo;Pittore paesista della Real Casaerdquo;. Considerato lersquo; erede di Jacob endash;Philipp Hackert, Fergola ha testimoniato nei suoi dipinti momenti storici di rilievo del Regno delle Due Sicilie, un esordio da eldquo;reportererdquo; ufficiale di eventi pubblici quando gli viene commissionata la tela relativa al ritorno a Napoli di Ferdinando I, il re e il principe ereditario Francesco raffigurati allersquo; interno della carrozza entrano in città nei pressi dellersquo; Orto botanico. Un vero e proprio cronista del tempo, romantico e pragmatico, intuisce il valore del progresso tecnologico e utilizzerà il suo estro artistico come strumento di propaganda istituzionale, alle dipendenze di Ferdinando II realizzerà due grandi tele, nel 1840 lersquo; inaugurazione della prima eldquo;strada di ferroerdquo; Napoli-Portici in cui il treno simbolo della modernità è lersquo;elemento di contrasto con il panorama del golfo sullo sfondo, con la folla festante accorsa per assistere allersquo;evento, nellersquo; altro dipinto, invece, una raffigurazione del collegamento ferroviario tra Napoli e Caserta. Un percorso espositivo ben strutturato, si passa dalla ingegneria meccanica a quella navale con i velieri e le navi a vapore, le marine dipinte da Fergola hanno un valore documentario e celebrativo, un esempio sono i cantieri navali di Castellammare e di Napoli che segnano il passaggio dalla navigazione a vela testimoniata dal varo del vascello eldquo;Vesuvioerdquo; protagonista di molte battaglie a quella a vapore con il battello eldquo;Real Ferdinandoerdquo; che raggiungeva Messina e Palermo. Dipinti che oltre ad essere una panoramica del territorio, ci portano anche nei luoghi della corte, dove cambiano i soggetti ma non la descrizione minuziosa della natura, una veduta nitida della Reggia di Caserta di Luigi Vanvitelli con le dorsali montuose sullo sfondo, oppure una resa botanica del paesaggio dove il sovrano Ferdinando I è impegnato in una battuta di caccia nella riserva naturale della Ficuzza.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/50_400.jpg" alt="50_400" title="50_400" width="338" height="400" /><br /><strong>Salvatore Fergola, <em>Lersquo;eruzione del Vesuvio</em>, 1860 ca, olio su tela - 110 x 93 cm, Courtesy Galleria Gomiero, Milano-Padova<br /></strong><br />Attento osservatore della natura, delle caratteristiche botaniche e morfologiche, Fergola abbandona lentamente uno stile simile a quello di Hackert per una sensibilità più contemporanea in cui il singolo elemento della modernità, ponte o treno, si integra perfettamente con lersquo;architettura del paesaggio naturale.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/12_400.jpg" alt="12_400" title="12_400" width="279" height="400" /><br /><strong>Salvatore Fergola, <em>Autoritratto con cascata</em>, 1838, olio su carta intelata - 75 x 52 cm, Napoli, Museo Nazionale di San Martino</strong><br /><br />Al pittore di corte pian piano emerge una visione molto più sentimentale, intima e privata, probabilmente impressionato dalle opere di Horace Vernet e Theodor Gudin durante il suo soggiorno a Parigi nel 1830, influenzato dalle nuovi correnti artistiche realizzoersquo; per le Esposizioni Borboniche un dipinto tratto da un evento realmente accaduto e che colpiersquo; lersquo; opinione pubblica, eldquo;Naufragio di quattro marinaierdquo;, una barca in balìa delle onde, di intensa drammaticità, sotto un cielo cupo i raggi solari cercano di farsi spazio fra le nuvole nere, in primo piano i quattro naviganti angosciati dallersquo; imminente pericolo. Da una pura e semplice rappresentazione della realtà, delle vita di corte o dei paesaggi naturali, lersquo; artista napoletano nella parte finale della mostra ci riserva delle sorprese con una serie di dipinti su temi biblici dove la natura e lersquo; individuo sono trasfigurati in una dimensione eroica, la vicenda che ritrae Caino e Abele, uno sconvolto dalla presenza dellersquo; occhio di Dio, lersquo; altro ridente per la visione dei giardini dellersquo; Eden. Progresso e natura, punti di partenza per una Napoli del 1800, punti di riferimento per una prospettiva futura, senza alcuna nostalgia.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/mlpc0117_400.jpg" alt="mlpc0117_400" title="mlpc0117_400" width="400" height="266" /><br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/mlpc9750_400.jpg" alt="mlpc9750_400" title="mlpc9750_400" width="266" height="399" /><br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/mlpc9736_400.jpg" alt="mlpc9736_400" title="mlpc9736_400" width="400" height="266" /><br /><br /><br />In copertina: <strong>Salvatore Fergola, <em>Lersquo;eruzione del Vesuvio</em>, 1860 ca, olio su tela - 110 x 93 cm, Courtesy Galleria Gomiero, Milano-Padova (particolare)</strong>]]> THAYAHT - UN FUTURISTA ECCENTRICO Letizia Guadagno 10153 2017-02-15T00:00:00+0000 2017-02-15T00:00:00+0000 2017-02-15T00:00:00+0000 Un artista a tutto tondo che si misuroersquo; con la pittura, il disegno, la scultura, la fotografia, lersquo;architettura, la pubblicitaersquo; e la moda muovendosi tra Liberty, Art Decó e Futurismo. <br />Un artista che come pochi seppe restituire lo spirito del tempo anticipando peroersquo; mode e stili di vita. Stiamo parlando di <strong>Thayaht</strong> (Firenze 1893 endash; Marina di Pietrasanta 1959) a cui la Galleria Russo di Roma dedica la mostra elsquo;<em><strong>Thayaht, un futurista eccentrico. Sculture, progetti, memorie</strong>ersquo;</em>. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/g293_400.jpg" alt="g293_400" title="g293_400" width="355" height="400" /><br /><br />Di questo elsquo;<em>spirito curioso, ansioso di rinnovamento, libero ed irregolareersquo;</em>, come viene definito da Daniela Fonti curatrice dellersquo;evento espositivo, figlio di uno svizzero tedesco e di unersquo;anglo-americana, la Galleria propone circa duecento opere che vanno dal 1913 al 1940. Un nucleo di lavori eterogenei che danno ben conto della sua creativitaersquo; tra cui figurano sculture, disegni, <br />dipinti, illustrazioni grafiche e pubblicitarie, acquerelli e molto altro ancora.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/g044_0j2a2846_400.jpg" alt="g044_0j2a2846_400" title="g044_0j2a2846_400" width="400" height="298" /><br /><br />Importante la sezione scultorea che comprende la Bautta, il Violinista, la Sentinella, il Flautista, il Tennista e i Pesci. E naturalmente il celebre Tuffo, un elegante lavoro in gesso patinato, realizzato per la Biennale di Venezia del 1932, sospeso in aria, dinamico ma fermo allo stesso tempo. <br />eldquo;<em>La sua produzione scultorea non ee#39; molto estesa ma di estrema originalità, e costituisce uno dei vertici della ricerca plastica del Futurismo rilanciatosi ai primi anni Trenta. Le sue sculture sono per lo piue#39; piccoli oggetti preziosi da collezionare, destinati ad una fruizione piuersquo; intima e privata, assai diversa dalle#39;aura storicistica che caratterizza la scultura monumentale celebrativa che invade le#39;Italia del primo dopoguerra</em>,erdquo; sottolinea Daniela Fonti. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2008/g563_400.jpg" alt="g563_400" title="g563_400" width="264" height="400" /><br /><br />Tra le opere in mostra anche il disegno a inchiostro e acquerello su carta che riproduce la eldquo;tutaerdquo;, inventata da Thayaht nel 1919 insieme al fratello Ruggero Alfredo Michahelles, in arte Ram, ispirandosi ai concetti di funzionalità espressi da Balla. Un abito innovatore tra i piuersquo; rivoluzionari nella storia della moda italiana. <br />eldquo;<em>Eersquo; a Thayaht che si deve lersquo;invenzione di questo abito inizialmente maschile e poi esteso anche alla donna, per il quale inventa un neologismo destinato a diffondersi universalmente, ben oltre la memoria del suo stesso autore. <br />Curiosamente proprio da un artista dandy verraersquo; lersquo;intuizione di un indumento in grado di cancellare le differenze sociali che si manifestano attraverso lersquo;abbigliamento</em>,erdquo; afferma la curatrice.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/g385_400.jpg" alt="g385_400" title="g385_400" width="263" height="399" /><br /><br />E non manca tra le opere esposte il marchio che lersquo;artista creoersquo; nel 1919 per Madeleine Vionnet, la stilista francese con la quale collaboroersquo; per diversi anni: un elegante peplo, dal sapore decoe#39;, a forma di «V» sorretto da una figura su una colonna ionica.<br />Altrettanto interessanti alcuni oli tra cui I quattro elementi e Paesaggio Marino in tempesta, i ritratti a matita di alcuni giovani e i fantasiosi, colorati ed originali acquerelli su carta. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/g310_400.jpg" alt="g310_400" title="g310_400" width="266" height="400" /><br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/g31_400.jpg" alt="g31_400" title="g31_400" width="260" height="400" />]]> RICCARDO III - UN CAPOLAVORO DI CATTIVERIA RIVISITATO IN CHIAVE ODIERNA, ESTREMAMENTE ATTUALE Gaia Serena Simionati 10150 2017-02-03T00:00:00+0000 2017-02-03T00:00:00+0000 2017-02-03T00:00:00+0000 <em>ersquo;Un cavallo, un cavallo! Il mio regno per un cavallo!</em>ersquo;.<br />Riccardo III<br /><br /><br />Dopo gli attacchi di <strong>Putin</strong>, le minacce nucleari del leader coreano <strong>Kim Jong-un</strong>, i vari <strong>Bush</strong> e lersquo;ascesa di <strong>Trump</strong>, Riccardo III a confronto sembra un ragazzino. Eppure ancor oggi, Shakespeare con la conoscenza profonda del cuore umano e delle sue pieghe anche maligne, con il suo eroe del male, incute timore, emozioni forti e stupore immenso di fronte a tanta cattiveria e tanta bramosia di potere sia sessuale che politico, trattenendo immobile per ben 195 minuti un <em>audience</em> internazionale al cinema.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/52e6f0f8e5e0e6f7c9563d823323faf7_400.jpeg" alt="52e6f0f8e5e0e6f7c9563d823323faf7_400." title="52e6f0f8e5e0e6f7c9563d823323faf7_400." width="400" height="187" /><br /><br /><strong>Sarà il cast</strong>. Magnificamente interpretato da un Premio Oscar, lersquo;eccelsa, naturale, convincente VANESSA REDGRAVE nel ruolo della regina Margherita e da un ottimo candidato allersquo;Oscar RALPH FIENNES, eroe del male che sa essere goffo, spietato, malato, curvo e a tratti estremamente ironico oltre che molto sudato, la <em>piece</em> dallersquo;Almeida Theatre di Londra sarà nelle sale dei cinema italiani solo il 6 e 7 febbraio 2017. Assolutamente imperdibile.<br /><br /><strong>Sarà la regia</strong>. La produzione composta da John Wyver e da Rupert Goold che unisce allersquo;eccelsa e originalissima regia competenze da direttore artistico ha fatto un piccolo miracolo. Lo spettacolo è stato ripreso utilizzando numerose videocamere intorno al palcoscenico che è un <strong>parcheggio</strong>, lo stesso dove <strong>unersquo;archeologa ha ritrovato ossa</strong> e teschio di Riccardo III. Risalendo da un dente alla dinastia odierna dei plantageneti per incrocio e comparazione di DNA si è capito che quel luogo, un parcheggio in Leicester Square, è stato per secoli la tomba che ha custodito il corpo logoro di Riccardo III. Ora le sue ossa sono nellersquo;adiacente cattedrale.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/a6fb0405503922c6461bc33474bc3d8f_400.jpeg" alt="a6fb0405503922c6461bc33474bc3d8f_400." title="a6fb0405503922c6461bc33474bc3d8f_400." width="400" height="187" /><br /><br />Da una notizia vera, si è generato quindi lersquo;interesse a rifocalizzare lersquo;attenzione  allersquo;attualità di un sovrano demone senza scrupoli, oggi così esistente. Il metateatro di Shakespeare è così reale e contemporaneo da lasciare storditi. E così viva è anche la regia.<br /><br />Pur essendo unersquo;opera giovanile <em>Riccardo III</em>, che si colloca presumibilmente nei primi anni Novanta del elsquo;500, ha un fascino immutabile e potentissimo. Disposto a tutto per ottenere la corona, Riccardo (fratello di re Edoardo IV) è descritto come uomo perverso, crudele, deforme corredato da una sete di potere sfrenata che lo condurrà a crimini su crimini infiniti. <br /><br />Eroe immorale, negativo, viscido e demoniaco esercita sullo spettatore un fascino ammaliante che rende ancora una volta grazie allersquo;immortale genio di Shakespeare, grande lersquo;Inghilterra, con o senza BREXIT, eccelsa nella recitazione, nel <em>drama</em>, nella mise en scene e nel saper tradurre tutto questo in attualità, ricerca, metodo e genialità.<br /><br /><br /><a href="https://www.youtube.com/watch?v=hRgLxjSLdeAefeature=youtu.be)" target="_blank" title="https://www.youtube.com/watch?v=hRgLxjSLdeAefeature=youtu.be)">https://www.youtube.com/watch?v=hRgLxjSLdeAefeature=youtu.be)</a> ]]> Tra luce e materia, l’arte di Gregorio Botta Cecilia Casadei 10146 2017-01-23T00:00:00+0000 2017-01-23T00:00:00+0000 2017-01-23T00:00:00+0000 Eersquo; lersquo;antico loggiato della Pescheria Centro Arti Visive ad ospitare una singolare installazione di Gregorio Botta a Pesaro: tre lunghi, essenziali, tavoli in metallo che ci appaiono, in primo luogo, nudi e grigi, immersi nel vuoto e nel silenzio, quando, nellersquo;avvicinarsi, il gorgoglio dellersquo;acqua che fuoriesce da alcune irregolari aperture, ci cattura. Ad evocare i banchi dei pescatori e lersquo;acqua, come elemento primordiale, emblema della vita che scorre,  elemento imprescindibile nellersquo;opera di Botta, ci appare come lersquo;eco di un lavorio quotidiano che ha ceduto il passo alla memoria. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/_ph_r_brugugnoli_.jpg" alt="_ph_r_brugugnoli_" title="_ph_r_brugugnoli_" width="350" height="233" /><br /><br /><strong>Gregorio Botta</strong> (Napoli 1953,vive e lavora a Roma), un narratore visivo che abbiamo visto lavorare con la luce, la cera, il fumo. Con lersquo;acqua. E la fascinazione di uno spazio con cui lersquo;artista entra in dialogo ci restituisce  quindici  cerchi concavi, eldquo;conchiglie eldquo; di vetro  ricolme dersquo;acqua, collocate a muro. E la scena si arricchisce attraverso un gioco di luci ed ombre che si riflettono sulla parete bianca per effetto di una fonte luminosa. Pare allora di vedere le ombre nella caverna platoniana, o anche di vedere lersquo;ingrandimento delle scaglie luccicanti del pesce di un tempo passato. <br />Per lersquo;attigua Chiesa del Suffragio lersquo;artista ha realizzato una suggestiva installazione rugginosa: ripercorrendo lersquo;inconsueto perimetro dodecagonale della chiesa, Gregorio Botta ha trasformato la sua visione in un grande struttura, come la sagoma di una antica torre di guardia, una fortezza con alcune feritoie orizzontali ad altezza dersquo;uomo. Feritoie che hanno il compito di farci vedere dentro, e non di guardare fuori, ed è allora che i nostri occhi incontrano la fiammella che disegna un cerchio di luce con una lampada sospesa ad una sottile barra metallica montata su un congegno rotante. Una piccola luce che trionfa nel buio come vibrazione del pensiero, scia di ricordi, come un mantra visivo che ci consegna <em>unersquo;anima di luce</em> nellersquo;oscurità della vita. Dallersquo;altro lato compaiono bande di metallo ripiegate sulla asta di ferro come simboliche presenze di contenuti del passato, brandelli di storia. Tracce di futuro ? Carattere distintivo che ricorre più volte nella delicata ricerca di questo autore  che studia allersquo;Accademia di Belle Arti a Roma dove segue i corsi di Toti Scialoja. eldquo;Machinaerdquo;, il titolo della mostra,  rimanda ad un <em>deus in machina invece che ex machina, un progetto nato dallo spazio e per questo spazioehellip;..incantato dalla forza del luogo</em>, dirà lersquo;artista al curatore della mostra Ludovico Pratesi. Quello di Gregorio Botta è il linguaggio di unersquo;arte fatto di lucide visioni, di ombre, di sorprese, di mistero, di ombre. Di luce. E il potere evocativo delle sue opere  riannoda le infinite sfaccettature del vivere in una trama che riassume il senso dellersquo;arte, e il suo potere taumaturgico, in un presente che, troppo spesso, tiene lontana la speranza.   <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/installazione__loggiato_della_pescheria_part._foto_da_catalogo_400.jpg" alt="installazione__loggiato_della_pescheria_part._foto_da_catalogo_400" title="installazione__loggiato_della_pescheria_part._foto_da_catalogo_400" width="266" height="399" /><br /><strong>Installazione loggiato della Pescheria, part. foto da catalogo</strong>]]> DARIO BALLANTINI: PITTORE ED ATTORE NELLA COMMEDIA UMANA Cecilia Casadei 10147 2017-01-23T00:00:00+0000 2017-01-23T00:00:00+0000 2017-01-23T00:00:00+0000 Chi non lo aveva conosciuto come trasformista, nel programma televisivo Striscia la notizia, interpretare personaggi come lo stilista Valentino, solo per citarne alcuni, Luca Cordero di Montezemolo o Vittorio Emanuele di Savoia ? Eccolo Dario Ballantini  attore (Livorno 1964, vive a Milano) consegnarsi alla storia come pittore. Il suo lavoro sarà in esposizione nello Spazio dersquo;Arte delle Grafiche Tacconi ad Ascoli Piceno fino al 20 Febbraio 2017 nella mostra eldquo;<strong><em>LO SGUARDO VISIONARIO</em></strong> eldquo;. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/vado_verso_400.jpg" alt="vado_verso_400" title="vado_verso_400" width="400" height="268" /><br /><em><strong>Vado verso<br /></strong></em><br />Le sue opere  protagoniste del calendario catalogo Tacconi  come testimonianza dellersquo;amore per lersquo;arte di una tipografia che si rivolge al suo pubblico con altrettanto amore, come espressione di un autore che dialoga con la gente. E potremo  fare un viaggio attraverso i sentieri della poetica di un artista a tutto tondo, attore da un lato presente in numerose pellicole cinematografiche, sapiente interprete di maschere satiriche televisive, dallersquo;altro il suo sguardo sullersquo;umano tradotto in ardite visioni pittoriche. Figlio dersquo;arte, già presente ad Art Basel Miami 2010, la conversione alla pittura avviene dopo aver visitato a Parigi una mostra di Modigliani, si innamora delle opere di Picasso e Guttuso attraverso i libri che il padre distribuisce. La stessa Marta Marzotto, grande musa di Renato Guttuso, scriverà di lui e il celebre cantante Ivano Fossati, affascinato da eldquo; quelle figure umane quasi sempre schiacciate, triturate, lo aveva incaricato di dipingere la scenografia per i suoi concerti. A guardare la sua pittura ciò che colpisce innanzitutto è la stessa attenzione e la stessa tensione che lersquo;autore svela nei confronti dei suoi modelli teatrali e quelli dellersquo;arte visiva insieme al movimento. Quella gestualità che caratterizza i suoi personaggi, fosse anche solo la mimica di una piega della bocca, un modo di muovere le mani, quando nel suo fare pittura è il gesto a divenire protagonista in unersquo;opera che rimanda inequivocabilmente alla action painting. Ma cersquo;è qualcosa di più. La sua intelligente ironia, il suo sguardo profondo e meditativo sul reale, quali aspetti che caratterizzano le sue performances, abitano anche la sua pittura intrisa di elementi introspettivi. Dallersquo;intreccio di pennellate che si rincorrono, da macchie informi che si accavallano, nascono figure, volti che emergono fra alternanti cromie dai toni ora  squillanti ora più sordi, da occhi socchiusi, ricavati, spesso, da una unica pennellata.  Grandi mani, eldquo;lacerazionierdquo;, chiaroscuri e decisi tratti dersquo;ombra accompagnano le figure che rimandano ad un personale linguaggio espressionista. E cersquo;è una straordinaria forza, una vitalità nellersquo;insieme delle forme che  pure conservano la loro autonomia in un contesto di velata amarezza, se non di angoscia esistenziale, che avvolge i suoi personaggi. Se la vita è una commedia in bianco e nero nella pittura di Dario Ballantini  il colore  ci appare, pur nella sua prorompente visione ed espressività, come fosse solo dentro di noi. Dario Ballantini, con lersquo;abilità di grande osservatore, esce ed entra nei suoi personaggi, li vive, li interpreta,  scandaglia il loro vissuto, si appropria del loro sentire che ci restituisce sotto forma di teatro o di pittura e il suo cammino dersquo;arte è , forse, catarsi per lui stesso, catarsi per noi che della sua arte ci possiamo nutrire. Antonio Ricci, autore di Striscia la notizia e suo mentore dirà di lui: eldquo;Quando Ballantini prepara un personaggio da imitare usa come specchio un foglio di carta. Disegna minuziosamente il volto e poi lo guarda e lo riguarda come se con la riflessione insieme alle forme volesse impadronirsi dellersquo;anima. Scrive Giuseppe Bacci, curatore della mostra,  eldquo;Domina lersquo;elegantissima copertina del calendario delle Grafiche Tacconi unersquo;immagine elsquo;una e trinaersquo; del volto dellersquo;uomo estrapolata dallersquo;opera <em>Tolgo</em>, una maschera dalla cacofonica visione di colori e forme, che ora è immersa nel silenzio. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/tolgo_400.jpg" alt="tolgo_400" title="tolgo_400" width="296" height="400" /><br /><strong><em>Tolgo<br /></em></strong><br />Il nero della notte attenua i contorni e i colori, il vociare della folla, i rumori della quotidianità si sono smorzati, i frastuoni della vita moderna taccionoerdquo;. A parlare è lersquo;arte di uno come Dario Ballantini con una nuova mostra inaugurata in una terra ferita da quella Natura Madre che diventa inaspettatamente violenta per confermarci, ancora una volta, che lersquo;arte muove da un carattere di necessità nel divenire della esperienza umana. E lersquo;arte e la vita stanno insieme. Ed è allora che pensiamo allersquo;opera dersquo;arte come immobile solo in apparenza, in realtà nasce da un mutamento e ne prepara un altro. Così lersquo;ossessione creatrice, di cui parlerà Focillon, e trasfigurante dellersquo;arte ci suggerisce di trarre un carattere umano e universale dellersquo;opera stessa concepita come creazione del mondo. Quel mondo che diviene anche nostro. Quello di Dario Ballantini.<br /><br /><br />In copertina: <strong><em>Scopri</em></strong>  ]]> VERMEER, LA DONNA CON IL LIUTO DAL METROPOLITAN MUSEUM Luca Del Core 10145 2017-01-17T00:00:00+0000 2017-01-17T00:00:00+0000 2017-01-17T00:00:00+0000 Un piacevole concerto musicale, unersquo;orchestra molto particolare che si esibisce in una location dersquo;eccezione, nelle sale del Museo di Capodimonte a Napoli. Protagonisti di questo evento che in realtà di sonoro non ha nulla ma di visivo ed emotivo tanto, sono gli strumenti musicali e le opere dersquo;arte della mostra che ruotano intorno alla tela eldquo;Donna con il liutoerdquo; di Johannes Vermeer, fino al 9 febbraio 2017. Interessante è la relazione tra la scuola fiamminga e la scuola italiana del diciassettesimo secolo con opere scelte dalla collezione del museo napoletano, lo scopo è quello di favorire una riflessione sulla rappresentazione di donne musiciste in quegli anni. Un percorso espositivo che si sviluppa in tre sale, una atmosfera austera, luci soffuse, tende e pareti rosse per ospitare lersquo;opera dellersquo;artista fiammingo, per ricreare lersquo;ambiente rappresentato nel quadro sono esposti due elementi chiave, un liuto e la carta geografica, nellersquo;altra sala, invece, una serie di dipinti ritraggono figure femminili nellersquo;atto di esprimere le proprie virtù musicali.<br /><strong><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/ggg_400.jpg" alt="ggg_400" title="ggg_400" width="348" height="400" /><br />Johannes Vermeer (Delft 1632 -1675), <em>La donna con il liuto</em> 1662-1663 ca., olio su tela; cm 51.4 x 45.7 cm , Lascito di Collis P. Huntington, 1900, The Metropolitan Museum of Art <br /></strong><br />Tornando alla tela dellersquo;artista di Delft, il liuto, la carta geografica, lersquo;orecchino di perla, il copribusto giallo con risvolti in ermellino e soprattutto la sua musa ispiratrice, sua moglie Catharina, sono gli elementi riproposti più volte in diversi dipinti, quadri di piccoli dimensioni in cui si evidenzia un virtuosismo pittorico caratterizzato da una tecnica notevole, da una chiara capacità descrittiva e  da una grande sensibilità dersquo;animo. Una donna musicista con lo sguardo rivolto verso la finestra nellersquo;atto di accordare uno strumento, una viola da gamba poggiata sul pavimento e gli spartiti disordinati suggeriscono un probabile duetto già avvenuto. La luce che penetra nella stanza dalle lastre di vetro esalta i gioielli indossati, orecchini e collana di perle, sulla parete di fondo una carta geografica dellersquo;Europa colorata a mano è appesa al muro bianco, è unersquo;incisione di grandi dimensioni di Joan Blaeu del 1659, ripresa da una stampa precedente realizzata ad Amsterdam nel 1623 da Jodocus Hondius. La carta raffigura la conformazione fisica e politica del continente, è una dimostrazione della visione cosmopolita degli olandesi verso lersquo;esterno, non solo verso conquiste territoriali ma anche culturali. Eersquo;la cultura lersquo;elemento dominante della famiglia Vermeer, in particolar modo la musica, proprio dal Museo della Musica di Parigi proviene il liuto presente nel museo, unersquo;opera di Jean Desmoulins molto simile a quello raffigurato nella tela dellersquo;artista fiammingo. Uno strumento musicale carico di significati, nellersquo;arte olandese il liuto era simbolo della sessualità, riconoscendo nel termine luit una metafora della donna, lersquo;atto di accordare lo strumento veniva interpretato come attesa nel prepararsi a fare lersquo;amore. Seguendo il percorso espositivo si giunge nellersquo;altra sala, qui il eldquo;concertoerdquo; continua con dei capolavori di pregevole fattura con donne suonatrici protagoniste, un eldquo;Autoritratto alla spinettaerdquo; di Sofonisba Anguissola, uno strumento di uso domestico, con la tastiera a corde pizzicate e accanto una chiave metallica che serviva per accordarla. Con riferimento alla musica non potevano mancare diverse versioni di Santa Cecilia, patrona di musicisti e cantanti, una figura in cui si fondono lersquo;ispirazione musicale e religiosa, tre tele che raffigurano la santa in momenti diversi, <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/04__guarino_santa_cecilia_copia_400.jpg" alt="04__guarino_santa_cecilia_copia_400" title="04__guarino_santa_cecilia_copia_400" width="400" height="329" /><br /><strong>Francesco Guarino (Santersquo;Agata Irpina 1611-Solofra 1654), <em>Santa Cecilia al clavicembalo</em> 1650 ca, olio su tela; cm 124 x 155 © ph. Luciano Romano <br /></strong><br />eldquo;Santa Cecilia in estasierdquo; di Bernardo Cavallino, eldquo;Santa Cecilia al clavicembalo con Angelierdquo; di Francesco Guarino e eldquo;Santa Cecilia allersquo;organo e angeli musicanti e cantorierdquo; di Carlo Sellitto. Una mostra di notevole impatto per lo spettatore che attraverso il eldquo;silenzioerdquo; può ascoltare  delle dolci note provenienti dai dipinti esposti, in cui Vermeer è il direttore dersquo;orchestra. Nemmeno il tempo di ammirare, osservare, contemplare queste meravigliose opere dersquo;arte che è in cantiere una nuova mostra il prossimo 10 aprile 2017, eldquo;Picasso- Parade Napoli 1917erdquo; al Museo di Capodimonte e allersquo;Antiquarium di Pompei, un omaggio al celebre pittore spagnolo in occasione del centenario del suo viaggio in Italia. Riprendendo una citazione cinematografica tratta dal film eldquo;Blade Runnererdquo; di Ridley Scott: erdquo;Ho visto cose (mostre) che voi umani non potreste immaginarvi.erdquo;<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/05_sellitto_santa_cecilia_copia_400.jpg" alt="05_sellitto_santa_cecilia_copia_400" title="05_sellitto_santa_cecilia_copia_400" width="293" height="400" /><br /><strong>Carlo Sellitto (Napoli 1581-1614), <em>Santa Cecilia allersquo;organo e angeli musicanti e cantori</em> 1613 ca., olio su tela; cm. 260 x 185 © ph. Luciano Romano <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2017/06_liuto_400.jpg" alt="06_liuto_400" title="06_liuto_400" width="266" height="399" /><br /><strong>Jean Des Moulins, <em>Liuto a 11 corde</em> 1644, La Villette, Musée Instrumental du CNSM, ex inv. E 979.e.69</strong><br /></strong><br /><br />In copertina: <strong>Johannes Vermeer (Delft 1632 -1675), <em>La donna con il liuto</em> 1662-1663 ca., olio su tela; cm 51.4 x 45.7 cm , Lascito di Collis P. Huntington, 1900, The Metropolitan Museum of Art (particolare)</strong><br />]]> Anish Kapoor al Macro di Roma Letizia Guadagno 10140 2016-12-22T00:00:00+0000 2016-12-22T00:00:00+0000 2016-12-22T00:00:00+0000 Ci aveva abituato a superfici levigate e specchianti, a forme perfettamente concave o convesse, a profonditaersquo; vertiginose, a lavori talvolta sovradimensionati ma sempre essenziali e minimalisti. <br />Invece <em>surprise, surprise</em>ehellip; Con la mostra allestita al Macro, sino al prossimo 17 aprile, Anish Kapoor, il celeberrimo artista anglo indiano, spariglia le carte e ci sorprende con una sequenza di opere appena abbozzate, carnali, palpitanti. <br />Complessivamente trenta lavori realizzati per lo piue#39; negli ultimi quattro anni, la maggior parte dei quali mai esposti precedentemente, che ci rivelano un Kapoor inedito e inaspettato. <br />Sculture ma anche dipinti che si inseriscono nel filone dellersquo;arte materica e danno conto dellersquo;attuale ricerca del maestro tesa a rappresentare quello che si nasconde dentro il corpo umano. e#39;Immaginie#39; respingenti e magnetiche che palesano il desiderio delle#39;artista di sperimentare nuove tecniche e di creare singolari metafore.<br /><br />eldquo;Il mio lavoro di questi ultimi anni ricorda quello di un archeologo. Le#39;unica differenza eersquo; che io ho scavato oltre la pelle. Ero interessato ad osservare e a riprodurre quello che vi era dietro. Come un chirurgo ho dunque aperto i tessuti superficiali e ho iniziato a scavare,erdquo; spiega Kapoor, insignito nel 2011 del prestigioso Premium Imperial. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/img_6687_400.jpg" alt="img_6687_400" title="img_6687_400" width="400" height="266" /><br /><br />Utilizzando resine, cera, silicone e strati di pittura tutti nella gamma del rosso e del bianco, le#39;artista ha cosie#39; dato vita a vivide masse informi che ricordano carni martoriate e smembrate dove affiorano muscoli, vene, viscere, organi. Lavori di forte impatto che sanno di vita e di morte al contempo e si pongono come una rilettura letterale e metaforica del fascinoso tema della carne e del sangue, una rappresentazione con cui diversi artisti di ieri e di oggi si sono misurati, come lo stesso Kapoor sottolinea.<br />eldquo;Sono sempre stato attratto dalle#39;astrazione e in questo caso non posso negare di aver guardato ai lavori di diversi artisti, soprattutto italiani, tra cui Alberto Burri, Lucio Fontana, Leoncillo e, per alcuni versi, anche Merz. Le opere qui esposte possono in fondo essere viste come delle conversazioni con questi artisti,erdquo; afferma Kapoor.<br /><br />Curata da Mario Codognato, la mostra allinea in un unico grande ambiente opere di diverso formato tra cui la monumentale struttura rossa eldquo;Sectional Body Preparing for Monadic Singularityerdquo;, esposta lersquo;anno scorso nel parco della Reggia di Versailles e il trittico "Internal Objects in Three Parts" (2013-15), un vivido impasto realizzato in silicone, dipinto e cera, presentato queste#39;anno al Rijksmuseum di Amsterdam accanto ai dipinti di Rembrandt. <br />Da segnalare e#39;Unbornersquo; una massa indistinta di silicone che come suggerisce il titolo non giungerae#39; mai a compimento; elsquo;Inner stuffersquo; una materia informe ricoperta da una sottile garza, e ancora elsquo;Dissectionersquo; una tela strappata da cui emerge un abisso rosso.<br />Non mancano lungo il percorso due lavori <em>old style</em>, quasi a ricordarci la doppia anima che convive nella produzione artistica di Kapoor: e#39;Mirrorersquo;, un grande tondo specchiante in alluminio che sfuma dal rosso al nero, e e#39;Corner disappearing into itselfersquo; una scultura angolare lucente in vetroresina e oro. <br />]]> Steve McCurry - SENZA CONFINI Luca Del Core 10139 2016-12-21T00:00:00+0000 2016-12-21T00:00:00+0000 2016-12-21T00:00:00+0000 Una vita per le immagini, per osservare, per immortalare, per catturare volti, particolari, colori, paesaggi, guerre, usi e costumi di popolazioni lontane, dalla sua America allersquo;Africa, fino ad arrivare al Medio Oriente e a zone isolate come il Tibet, <strong>Steve McCurry</strong>, icona della fotografia mondiale, fotoreporter eldquo;narrativoerdquo;, è il protagonista indiscusso della mostra <strong><em>eldquo;Senza confinierdquo;</em></strong> allestita al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) in via dei Mille, fino al 12 febbraio 2017. Bastano pochi passi allersquo;interno del percorso espositivo e inizia questo viaggio intorno al mondo, fotografie dai colori brillanti sospese e fissate su strutture di legno bianche infondono allersquo;ambiente una certa aura, intelaiature simili ad una pellicola fotografica su cui scorrono immagini, alcune inedite, con un ritmo incalzante, una visione teatralizzante sapientemente realizzata dallersquo;architetto Peter Bottazzi, artefice di questa scenografia perfetta, suggestioni ed emozioni si susseguono e culminano in una sublime esperienza sensoriale.<br /><br /><em>eldquo;Perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile.erdquo;<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/07_print_400.jpg" alt="07_print_400" title="07_print_400" width="266" height="399" /><br /></em><strong>Peshawar, Pakistan, 1984 © Steve McCurry</strong><br /><br />Partendo da questa semplice affermazione dellersquo;artista potremmo dedurre che i luoghi visitati da Steve McCurry siano delle località amene e lussureggianti, in realtà non è solo la sete di conoscenza ad animare il fotografo americano, ma la volontà di raccontare ed essere testimone di fatti storici di notevole importanza,  richiamando lersquo;attenzione dellersquo;opinione pubblica verso argomenti di un certo valore. Interessante è il primo nucleo di immagini del 1979-1980 in bianco e nero, realizzate su carta Fine-Art, dedicata allersquo;Afghanistan, al conflitto tra i mujaheddin e lersquo;esercito sovietico, proprio in questa area geografica realizzò lo scatto del secolo immortalando nel campo profughi di Peshawar in Pakistan la eldquo;ragazza afganaerdquo; Sharbat Gula, definita la eldquo;Monnalisa modernaerdquo;, icona e simbolo della pace, immagine che si ripresenta più volte nella mostra con altri scatti realizzati diciassette anni dopo. Nei luoghi dove la vita è più difficile, dove la guerra e la violenza sono allersquo;ordine del giorno, McCurry documenta i tragici eventi con minuziosa descrizione, evidenziando i paradossi di certe situazioni, riflessiva è la foto che ritrae dei bambini aggrapparsi al cannone di un carro armato distrutto a Beirut in Libano durante il conflitto degli anni ersquo;80, una guerra vissuta come un gioco dai ragazzini in cui emergono spregiudicatezza e innocenza puerile. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/03_print_400.jpg" alt="03_print_400" title="03_print_400" width="400" height="268" /><br /><strong>Nuristan, Afghanistan, 1979 © Steve McCurry</strong><br /><br />Esecrabile e di forte impatto emotivo, di costernazione e sgomento è lersquo;immagine di un bambino afgano arruolato per combattere, in questa scena non vi è nulla di ludico, il soggetto è ripreso con munizioni e mitragliatrice in trincea coinvolto in operazioni di guerra, una dimostrazione della scelleratezza dellersquo;essere umano nel voler perseguire a tutti i costi e con tutti i eldquo;mezzierdquo; i propri scopi. A pagare le spese degli errori e orrori dellersquo;individuo sono anche la flora e la fauna, un esempio lampante sono le istantanee che ritraggono cormorani sporchi di petrolio in Arabia Saudita nel 1991 e in un altro fotogramma la presenza di dromedari inermi e inerti, con i pozzi di petrolio che bruciano sullo sfondo. Tutto ciò è una narrazione per immagini dellersquo;uomo contemporaneo nel mondo in cui la tragica crudezza della vita raggiunge livelli di lirismo intensissimi che accomuna non solo lersquo;artefice dello scatto ma lersquo;intera comunità. Una produttività artistica che coinvolge diversi paesi e i suoi singoli popoli, proprio sullersquo;individuo è incentrata una parte dellersquo;esposizione, McCurry riesce a raccontarne la storia, a rivelarne lersquo;essenza e a percepirne attraverso i volti tutta la loro esperienza, il colore è un mezzo, è emozione, è la vibrazione dellersquo;anima. Un mondo che dovrebbe vivere per lersquo;inclusione sociale, senza barriere, senza discriminazioni, senza confini. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/04_print_400.jpg" alt="04_print_400" title="04_print_400" width="400" height="270" /><br /><strong>Campo rifugiati di Peshawar, Pakistan, 1984 © Steve McCurry</strong><br /><br /><br />In copertina: <strong>Herat, Afghanistan, 1992 © Steve McCurry (particolare)</strong>]]> Il curioso mondo di Hieronymus Bosch Gaia Serena Simionati 10138 2016-12-07T00:00:00+0000 2016-12-07T00:00:00+0000 2016-12-07T00:00:00+0000 <strong>Bizzarro e prodigioso, macabro e maestoso, in occasione delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte dellersquo;artista olandese (1516), arriva nelle sale il 13 e 14 dicembre 2016 la mostra del secolo:<br /><br /><em>Il curioso mondo di <br />Hieronymus Bosch</em></strong><br /><br /><em>Povera è la mente che usa sempre le invenzioni degli altri e non inventa nulla da sé.</em><br />Hieronymus Bosch<br /><br />Chi più di questo artista così copiato può dirlo? Con questo motto autografo del genio visionario olandese le cose sono chiare. O hai fantasia o vai a fare il tassista. Infatti, senza nulla togliere alla professione, quando si tratta di creatività, nel mondo dellersquo;arte, della scrittura, del cinema o si è originali o si cambia lavoro.<br />Io la penso totalmente come Bosch che dersquo;insegnamenti ne da moltissimi; non solo nella mostra del secolo, ma anche nel film che la ritrae e la rende fruibile a tutto il mondo; non solo alla fortunata cittadina che gli ha dato i natali in Olanda, e#39;s-Hertogenbosch che custodisce il museo che con quei capolavori, ma anche perché se cersquo;è uno fantasioso, innovatore, visionario è proprio Bosch che fu precursore di Brueghel, Goya, Dalì, del surrealismo e molti altri.<br />Questa mostra a Den Bosch di Hieronymus van Aken, (che fece una fantasiosa crasi persino tra il suo nome e il luogo di nascita) ospita oggetti, libri, sculture del tempo. Con essi un nucleo di 20 dipinti autografi riuniti per la prima volta e 19 magici disegni, tutto in memoria, a 500 anni esatti dalla sua morte, dellersquo;uomo che ha dipinto lersquo;assurdo e che moralizzava la società. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/8viandante__trittico_del_fieno_e_dett_400.jpeg" alt="8viandante__trittico_del_fieno_e_dett_400." title="8viandante__trittico_del_fieno_e_dett_400." width="400" height="256" /><br /><br /><em>Campus habet oculos, silva aures</em>. Oltre ad un motto antico latino, traducibile con un invito alla discrezione, come dire: siamo sempre osservati e non dovremmo indulgere in comportamenti privati, tanto più, attualissimo oggi, <em>Il bosco ha orecchi, il campo ha occhi</em>, è anche titolo di un immaginifico disegno. Il sottile gioco di Bosch coinvolge lersquo;individuo, lersquo;artista che, con il proverbio in cima al disegno allude sia alla città che significa bosco ed anche al suo cognome Bosch (bosco) per lersquo;appunto. Siamo dunque di fronte a un gioco concettuale e a un autoritratto tipico della genialità leonardesca che porta a pensare: eldquo;voglio vedere, silenzio ascoltaerdquo;.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/boschsantantonio386x590_400.jpeg" alt="boschsantantonio386x590_400." title="boschsantantonio386x590_400." width="261" height="400" /><br /><br />La sua opera assorbì anche un fermento moralista e si divise molto tra bene e male, in unersquo;apparente visione pessimista, insegnando a essere cauti verso la vita che, in quel momento, si dipanava con incendi, carestie, epidemie di peste, guerre come quelle del duca di Borgogna che partivano proprio da Den Bosch o con Erasmo da Rotterdam e Lutero in arrivo.<br />Consapevole di un mondo in dissoluzione, amante della natura, grande osservatore dei suoi meandri e dei numerosi tipi di animali innestati in essa, egli trasformava topi in rondini, rospi in insetti, pesci in umani con gambe, uomini mostri in anfibi, draghi in umanoidi o zombi grigi in mostriciattoli orecchiuti, allocandosi in una posizione di creatore con la C maiuscola, tanto cara poi al Tolkien de <em>Il Signore degli anelli</em> o al Lucas di <em>Star Wars.</em><br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/navedeifolli_400.jpeg" alt="navedeifolli_400." title="navedeifolli_400." width="206" height="400" /><br /><br />Nel <strong>Santersquo;Antonio di Madrid</strong> rivoluziona anche santità e iconografie. Distende a terra il santo di Padova, in una posa rilassata, un orso divora un cervo nello sfondo, lersquo;agnello è piccolo e lontano, simbolo di una pace e un bene che si affievolisce.<br />Nel <strong>San Girolamo di Gand</strong>, suo stesso protettore, anche il leone è ridotto a un mite gattino, perduta la forza e la lealtà, il santo anche qui stranamente disteso a terra, prega quasi impacciato, costretto tra zucche e tronchi cavi. Brillante!<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2008/800pxboschstjeromeinprayer_400.jpeg" alt="800pxboschstjeromeinprayer_400." title="800pxboschstjeromeinprayer_400." width="286" height="400" /><br /><br />Annoverato assieme ad artisti come Lucas van Leyden, Quinten Massys, Bosch fu anche un pioniere della pittura olandese di genere. Intervallando lersquo;attrazione del male, alla precarietà dei valori dellersquo;uomo, la fragilità terrena dellersquo;essere umano a unersquo;estrema innovazione formale ed espressiva, usando scene satiriche e comiche di altissimo livello egli sapeva come arrivare al cuore della gente, di quegli uomini strani, che sapeva dipingere così bene. Vivi, umani e maligni, proprio come quelli oggi.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/hieronymus_bosch_la_morte_di_un_avaro_400.jpeg" alt="hieronymus_bosch_la_morte_di_un_avaro_400." title="hieronymus_bosch_la_morte_di_un_avaro_400." width="132" height="400" /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />]]> Oscar Piattella: ……. ’E poi fioriscono le stelle’ Cecilia Casadei 10137 2016-12-06T00:00:00+0000 2016-12-06T00:00:00+0000 2016-12-06T00:00:00+0000 Un titolo evocativo, quello di un dipinto della sua ultima stagione artistica, per la grande mostra di Oscar Piattella, ospitata nella Casa Museo di Osvaldo Licini a Monte Vidon Corrado (FM). Tele come omaggio alla vita con lo sguardo rivolto alle stelle, ed è il trionfo della luce a sostanziare i lavori più recenti dellersquo;artista pesarese riuniti dalla curatrice Daniela Simoni  insieme ad una antologia di opere dal 1957 ad oggi. E si resta sospesi di fronte al nuovo, alla esplosione di colori, alle ritrovate astrazioni geometriche che paiono ingranaggi in movimento a governare lersquo;universo in una dimensione di armonia, di sapiente equilibrio compositivo. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/piattella__da_catalogo_400.jpg" alt="piattella__da_catalogo_400" title="piattella__da_catalogo_400" width="300" height="400" /><br /><br />eldquo;Le mie non sono astrazioni geometricheerdquo;, dirà lersquo;artista che vive e lavora nella quieta di Cantiano in provincia di Pesaro, eldquo;io non uso la geometria, uso la matematica, perché la geometria va verso la forma, quando nel mio lavoro cersquo;è movimentoerdquo;. Il suo è un percorso dellersquo;informale che guarda un poco, almeno in principio, allersquo;opera di Burri, si misura con lo spazio e passa attraverso  eldquo;Il respiro leggero della terraerdquo; e quel eldquo;erdquo;Romanzo dersquo;amoreerdquo; che pare un mosaico di tessere della vita in divenire, o quel eldquo;Salire e scendere nellersquo;azzurroerdquo;, eldquo;perché tutto può essere dersquo;azzurroeldquo;. Oggi sono le  grandi stelle, come girandole baciate dal vento, ad essere protagoniste del suo teatro cosmico. Ed eccolo il legame con la poetica, la sensibilità di Osvaldo Licini e eldquo;la sua pittura nel cuore del mondoerdquo;: il riferimento allo spazio cosmico, a quel cielo che è erdquo;così vicinoerdquo; e la terra non è che eldquo;un esile spazioerdquo;.  Il legame è con quella solitudine del paese in cui maturano i suoi progetti dersquo;arte come era stato per Licini e Monte Vidon Corrado, lersquo;amore di entrambi per la poesia, il pensiero che va oltre il limite leopardiano e lersquo;aspirazione allersquo; infinito, i suoi interessi verso lersquo;arte poetica con tavole e illustrazione di libri importanti, il legame con lersquo;amico poeta Yves Bonnefoy: eldquo;pittore, la stella dei tuoi quadri è quella che si aggiunge/ Allersquo;infinito che popola invano i mondierdquo;. I versi sotto forma di linguaggio visivo, comunque, le parole come guida della sua arte, parole eldquo;scelte sapientementeerdquo;. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/lartista_oscar_piattella_e_la_curatrice_daniela_simoni_davanti_allopera_presenze_dallo_spazio_2016_400.jpg" alt="lartista_oscar_piattella_e_la_curatrice_daniela_simoni_davanti_allopera_presenze_dallo_spazio_2016_400" title="lartista_oscar_piattella_e_la_curatrice_daniela_simoni_davanti_allopera_presenze_dallo_spazio_2016_400" width="400" height="331" /><br /><strong>Le#39;artista Oscar Piattella e la curatrice Daniela Simoni davanti alle#39;opera <em>Presenze dallo spazio</em>, 2016</strong><br /><br />Una mostra come racconto di un viaggio per eldquo;andare senza mai arrivareerdquo;, dirà Piattella stesso, di un ricco percorso di arte e di vita, perché lersquo;arte e la vita stanno insieme: in principio la fascinazione di grandi pareti di vecchi palazzi in demolizione, emblema del tempo che scorre, della caducità delle cose, in mostra ci sono i suoi celebri  muri, come eldquo;Muro ritmoerdquo; e eldquo;Due azzurri per un muro, 1957eldquo;, che saranno una dominante di tanta parte del suo mestiere dersquo;artista. Poi i lavori con squarci di colore o modularità abitate da graniglie intrise delle cromie della terra, che avevano visto Oscar Piattella protagonista della stagione artistica pesarese insieme ad Arnaldo e Giò Pomodoro, Nanni Valentini e Giuliano Vangi,  le sabbie, le conchiglie frantumate, gli ossidi, le madreperle, la eldquo;polvere e polvereerdquo; e un legame forte con la spiritualità della materia. Un fare arte attraverso il dialogo con gli elementi grezzi come archè, origine di tutte le cose, fino al  percorso estetico di un artista che canta alla vita in una dimensione senza tempo e la superficie della tela trasuda espressività alimentata da esuberanti cromie. Specchio della giovinezza del cuore e  della mente di un artista che lavora da settanta anni. Scrive in catalogo Daniela Simoni: eldquo;Oscar Piattella, appassionato, energico, vitale, entusiasta, nel pieno di una nuova, caleidoscopica fase creativaerdquo;. E si resta incantati da traiettorie dersquo;azzurro,  dal dinamismo formale con le serene cromie di eldquo;Presenze dallo spazio, 2016erdquo; , da stelle danzanti con la luce del giallo che irrompe nellersquo;opera eldquo;Tra tempo e spazioerdquo;, dalle eldquo;Stelle sorelleerdquo;, da una eldquo;Cosmologia in violaerdquo; con un sentiero curvilineo che porta verso ehellip;.? Arte come poesia della vita, liriche visive di grande spessore evocativo, mistero che si dilata, sogni che si fanno materia, dinamiche visioni che si nutrono di colore e forme che cercano e si cercano, geometrie danzanti, perché eldquo;Anche le stelle sognanoerdquo;, dipinti come espressione di un eldquo;andare senza mai arrivareerdquo;, del cammino di un artista come Oscar Piattella, del suo eldquo;deviare verso la luceerdquo; alla soglia degli ottantacinque anni. eldquo;Per tutta la vita non ho fatto altro che  percorrere i sentieri della pittura tracciati dalla pittura, quella della pittura è la mia strada. La pittura che è mistero come è mistero la vita, come il mistero della nostra presenza e non ci sono luoghi sicuri, ma azioni che lersquo;artista carica di sensoerdquo;. Scrive Daniela Simoni nel catalogo della mostra con la bella grafica di Monica Simoni: eldquo;lersquo;arte per dare un senso profondo alla nostra umanitàerdquo;. Arte che, forse è il senso della vita.    ]]> FIORIRE E’ IL FINE Luca Del Core 10136 2016-11-24T00:00:00+0000 2016-11-24T00:00:00+0000 2016-11-24T00:00:00+0000 Un singolo verso di una poesia di Emily Dickinson sul tema della fioritura  diventa fonte inesauribile di creatività per Clara Garesio, artista che plasma la materia e ne riesce a far emergere tutta lersquo;essenza. Un approccio multidisciplinare in cui si intrecciano la letteratura, la pittura e la ceramica, sessanta opere in esposizione al Museo Duca di Martina- Villa Floridiana a Napoli, fino al 15 gennaio 2017, con pezzi unici e alcuni inediti che testimoniano la costante ricerca e sperimentazione artistica della Garesio.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/clara_garesio_demetrafoto_archivio_dellarte_luciano_e_marco_pedicini_400.jpg" alt="clara_garesio_demetrafoto_archivio_dellarte_luciano_e_marco_pedicini_400" title="clara_garesio_demetrafoto_archivio_dellarte_luciano_e_marco_pedicini_400" width="380" height="399" /><br /><strong>Clara Garesio, <em>DEMETRA</em>, foto Archivio delle#39;Arte Luciano e Marco Pedicini</strong><br /><br /> Astrazione, forma e colore sono gli elementi che caratterizzano i suoi lavori, vasi foggiati a colombino o a lucignolo degli anni sessanta con decorazione a smalti sabbiati coprono lersquo; intera superficie di terracotta con forme geometriche  irregolari, unersquo; arte in continua evoluzione che nel corso degli anni ottanta raggiungerà un certo virtuosismo stilistico ed una eleganza formale, cromìe sgargianti vibrano sulla superficie, creano nuove configurazioni, invadono lo spazio, fondamentale  è la conoscenza dellersquo;artista piemontese della tradizione della ceramica vietrese. Il percorso espositivo seguendo un ordine cronologico giunge al nuovo millennio, interessante è la produzione artistica di questo periodo in cui la figura umana diventa protagonista, su una serie di taccuini di terracotta lersquo; artista realizza figure bidimensionali, la profondità del campo visivo è ricavata dallersquo; utilizzo del colore e da linee ben definite che separano nettamente la figura in primo piano dal contesto, sono immagini di unersquo; arte primordiale, di una dimensione pura, dellersquo; abbandono della modernità per uno stile di vita primitivo. Vivaci policromie realizzate con un gesto dirompente esaltano la delicatezza e la ruvidità della materia, un intenso blu per il mare Mediterraneo, diverse gradazioni di verde per la natura, un azzurro brillante per il cielo, lentamente la bidimensionalità delle immagini e lersquo; ordine formale si dissolvono, frammentarietà e scomposizione figurativa subentrano prepotentemente sul piano di azione virando sempre di più verso un espressionismo astratto informale. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/clara_garesiomandala_di_rinascitafoto_archivio_dellarte_luciano_e_marco_pedicini_400.jpg" alt="clara_garesiomandala_di_rinascitafoto_archivio_dellarte_luciano_e_marco_pedicini_400" title="clara_garesiomandala_di_rinascitafoto_archivio_dellarte_luciano_e_marco_pedicini_400" width="400" height="305" /><br /><strong>Clara Garesio, <em>MANDALA DI RINASCITA</em>, foto Archivio delle#39;Arte Luciano e Marco Pedicini</strong><br /><br />Dallersquo; astrattismo al surrealismo, una visione cosmopolita della Garesio che si manifesta con la realizzazione di manufatti intitolati eldquo;Architetture oniricheerdquo;, la razionalità perde la sua valenza a favore delle potenzialità immaginative dellersquo; inconscio, per rendere visibile ciò che non è visibile, oggetti tridimensionali dalle forme irregolari sono gli archetipi di una città surreale, i tetti dei singoli eldquo;edificierdquo; con forme atipiche ne disegnano lo skyline. Pietra miliare dellersquo; esposizione è lersquo; opera intitolata eldquo;il pranzo di Babetteerdquo;,  ispirata al racconto scritto da Karen Blixen e sceneggiato e diretto  dal regista Gabriel Axel, è una tavola imbandita per il pranzo, posate, bicchieri, piatti, bottiglie e brocche realizzate tutte in terracotta, la Garesio riesce con grande abilità e maestrìa a veicolare nella sua arte il senso del racconto di Blixen, lersquo;artista crea, insegna alle generazioni future con grande abnegazione e non sarà mai povero.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/clara_garesio_vasi_anni_5060foto_archivio_dellarte_luciano_e_marco_pedicini_400.jpg" alt="clara_garesio_vasi_anni_5060foto_archivio_dellarte_luciano_e_marco_pedicini_400" title="clara_garesio_vasi_anni_5060foto_archivio_dellarte_luciano_e_marco_pedicini_400" width="400" height="400" /><br /><strong>Clara Garesio, <em>VASI ANNI 50-60</em>, foto Archivio delle#39;Arte Luciano e Marco Pedicini</strong><br /><br /><br />In copertina: <strong>Clara Garesio, <em>FIORIRE Ee#39; IL FINE</em>, foto Archivio delle#39;Arte Luciano e Marco Pedicini (particolare)</strong>]]> Jalal Sepehr Benedetta Schiavi 10134 2016-11-22T00:00:00+0000 2016-11-22T00:00:00+0000 2016-11-22T00:00:00+0000 Qualsiasi contesto può generare arte. Anche nei luoghi comunemente associati ai conflitti, le#39;estro di artisti genera forme creative che raccontano il loro complesso contesto, rendendolo leggibile anche ad occhi estranei. Persino una realtà come quella mediorientale ha trovato i suoi interpreti. Da questa insolita fucina artistica emerge Jalal Sepehr (1968), fotografo iraniano che mescola tradizione con contemporaneità e crea scenari surreali, al fine di plasmare le#39;instabile rapporto con il tempo di una società continuamente minacciata dagli eventi. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/2_400.jpg" alt="2_400" title="2_400" width="400" height="267" /><br /><strong><em>Knot series</em>, 2011, c-print, cm 70x100, edition of 7</strong><br /><br />Nato e attivo a Teheran, si approccia alla fotografia durante un soggiorno in Giappone (1991-96), dove apprende la pratica da autodidatta. Rientrato in Iran, si attiva come promotore delle#39;arte contemporanea del suo paese, in particolare attraverso la collaborazione con il collega Shadi Ghadirian, con il quale fonda il sito Fanoos Photos. La sua produzione artistica gli fa guadagnare fama a livello internazionale e gli permette di esporre in tutto il mondo. Leitmotiv che accomuna ogni composizione è il tappeto persiano: simbolo radicato della tradizione mediorientale, Sepehr lo rende il soggetto centrale dei suoi scenari, talvolta presentandolo come emblema di caducità. Le#39;intendo è quello di mostrare la storia di une#39;intera cultura che attraverso la ricchezza delle sue origini si affaccia verso le#39;incerto. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/3_400.jpg" alt="3_400" title="3_400" width="400" height="265" /><br /><strong><em>Red Zone series</em>, 2013-2015, c-print, cm 70x100, edition of 7</strong><br /><br />La mostra apre con le#39;opera cardine della serie di <em>Water and persian rugs</em> (2004), dove un ponte ricoperto di tappeti indica la strada verso le#39;oceano, scrutato da un uomo seduto di spalle: per accedere al proprio futuro è necessario attraversare in maniera consapevole il passato (personale e culturale), ogni nuova strada deve essere intrapresa con coscienza di ciò che si è vissuto. Solo in questa maniera persino ciò che è ignoto può essere affrontato senza timori, con accanto la propria valigia, metafora di ciò che ci appartiene. <br />Anche lavori successivi come <em>Girl and the Mirror</em> (2010) e <em>Knot</em> (2011) si avvalgono dei luoghi propri della cultura persiana, come la città di Yazd. Qui il tappeto viene sfogliato come un libro, esposto come trofeo, utilizzato come luogo de#39;appoggio per specchiarsi. Le#39;uomo è elemento vivo in questo passato trascorso eppure immutabile, ricordando come odierno e tradizione siano uniti come da un nodo indistricabille.<br />Anche negli scatti più recenti Sepehr si avvale delle stesse componenti, ma le riadatta per una diversa chiave di lettura: quella drammatica. Se in precedenza il percorso indicato appariva ignoto ma affrontabile, ora neanche la coscienza delle proprie radici è sufficiente a dominare le#39;instabilità. Divenuta abitudine a causa dei continui conflitti che hanno devastato il medio-oriente, una dimensione di costante perdita rende sempre più forte la sfiducia nelle#39;avvenire. <em>Red Zone</em> (2013-2015) parla di questo, del quotidiano stato di allarme, del temere per la propria sopravvivenza, del vivere su una linea rossa. Così la via di tappeti è ora colpita da un masso, attraversata da una tempesta di sabbia, indicando una destinazione sempre meno visibile.<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/immagine_400.jpg" alt="immagine_400" title="immagine_400" width="400" height="265" /><br /><strong><em>Color As Gray series</em>, 2014-2016, c-print, cm 80x120, edition of 5</strong><br /><br />Ma la tragicità di <em>Color As Gray</em> (2014-2016) è ancora più eloquente: le#39;elemento umano scompare e lascia il posto ad oggetti: la tomba per un tappeto, una montagna di 2130 scarpe, come il numero delle vittime della guerra a Gaza nel 2014. Il ricordo rievocato è malinconico, non ci sono segnali di ripresa.<br /><br />Visibile sino al 3 dicembre, questa mostra di Jalal Sepehr espone la sintesi delle#39;iter poetico di un autore che, utilizzando un linguaggio personale innalzato a universale, ha saputo comunicare al mondo la situazione morale di una cultura spesso fraintesa, vittima di pregiudizi oltre che dei conflitti stessi.<br /><br /><br /><strong>XXS aperto al contemporaneo<br />Via XX Settembre, 13 - 90141 Palermo<br />tel. +39 091 8436774 | mob. +39 393 9356196<br /></strong><a href="mailto:xxsapertoalcontemporaneo@gmail.com"></a><a href="mailto:xxsapertoalcontemporaneo@gmail.comorari"><strong>xxsapertoalcontemporaneo@gmail.com</strong></a><br /><br /><strong>orari</strong><strong>: <em>17,00 - 20,00 - chiuso lunedì e festivi<br /><br /><br /></em></strong>In copertina: <strong><em>Water e Persian Rugs series</em>, 2004, c-print, cm 70x100, edition of 10</strong>]]> PIERO GIANUZZI. La realtà immaginata Gianpiero Gai 10126 2016-10-31T00:00:00+0000 2016-10-31T00:00:00+0000 2016-10-31T00:00:00+0000 Semplicemente mirabile!<br />Nel senso autentico della parola: ossia degno di essere ammirato.<br /><br />Perché la ricerca del nuovo, nel mondo delle#39;arte, è spesso foriera de#39;eccessive fughe in avanti oppure portatrice di vuoti espressivi.<br /><br />La mostra al MIIT di Torino dedicata a Piero Gianuzzi è invece esempio eloquente di come possa esserci del nuovo in ciò che era semplicemente nascosto e che ora, grazie ad uno straordinario atto de#39;amore della sua famiglia, possiamo godere in bellezza sino al 30 novembre p.v., nel ventennale della scomparsa delle#39;Artista.<br /><br /><em><img src="/magazine/gall_img/2016/13_400.jpg" alt="13_400" title="13_400" width="400" height="208" /></em><br /><strong><em>Sorelle in Convento</em>, 1991, olio sabbiato e incisioni su zinco applicato su masonite, 54x100, dal ciclo: <em>Metafisica e Simbolismo: Ovvero il Gioco delle Parti</em></strong><br /><br />Le#39;allestimento è uno splendido affresco della sua creatività (a passeggio sempre tra simbolismo e metafisica) e della sua originale visionarietà, col risultato de#39;una presentazione estremamente moderna. Le opere di Gianuzzi paiono infatti non appartenere ad un "loro tempo", come se del tempo fossero state spogliate, per essere nuove - oggi - ai nostri occhi.<br /><br />Ecco perché dobbiamo essere grati a Chi ha voluto così fortemente renderlo attuale: lo diventa ora con gli ingredienti del suo perduto tempo (tempo tutte#39;altro che perduto!).<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/10_400_04.jpg" alt="10_400_04" title="10_400_04" width="306" height="399" /><br /><strong><em>La Corsia delle#39;Ospedale</em>, 1989, olio e incisioni su zinco applicato su tavola, cm. 99x75,5, dal ciclo: <em>Metafisica e Simbolismo: Ovvero il Gioco delle Parti</em></strong><br /><br />Le#39;armonia dei suoi colori, la suggestione delle sue tecniche ci accompagnano in un Novecento fatto di stagioni diverse (quelle che di fatto ci regala la vita) che si complementano vicendevolmente e ci consentono, a fine percorso, di cogliere in pienezza la visione di Gianuzzi del mondo e della vita, del suo mondo e della sua vita.<br /><br />Vita che continua a vivere, vita che forse ricomincia adesso, a vivere!<br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/1_400_03.jpg" alt="1_400_03" title="1_400_03" width="306" height="399" /><br /><strong><em>Top Model</em>, 1990, olio sabbiato e incisioni su zinco applicato su tavola, cm. 100x66,5, dal ciclo: <em>Il Teatro: Spettatori e Palcoscenico</em></strong><br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/3_400_03.jpg" alt="3_400_03" title="3_400_03" width="316" height="400" /><br /><strong><em>Le#39;Efebo</em>, 1972, oleografia e incisioni su zinco applicato su masonite, cm. 66,5x48,5, dal ciclo: <em>Frammenti e Affreschi</em></strong><br /><br /><br />In copertina: <strong><em>Il Venditore di Quadri - Orizzonti</em>, 1989, olio sabbiato e incisioni su zinco applicato su masonite, cm. 89x48, dal ciclo: <em>La Vita e la Morte di un Venditore di Quadri</em> (particolare)</strong>]]> Materia e segno. La profondità della leggerezza Cecilia Casadei 10124 2016-10-26T00:00:00+0000 2016-10-26T00:00:00+0000 2016-10-26T00:00:00+0000 Eersquo; il titolo della 66esima Rassegna internazionale dersquo;arte Premio G.B. Salvi che ogni anno  va in scena a Sassoferrato (AN) nella terra che nel elsquo;600  ha dato i natali al grande eldquo;pittore delle madonneerdquo;. Sono cinque le sezioni cui la raffinata competenza dei curatori, gli storici dellersquo;arte <strong>Daniela Simoni</strong> e <strong>Nunzio Giustozzi</strong>, ha dato vita. La sezione degli artisti in concorso ha visto premiati i lavori di tre giovani nel segno di una rinnovata tradizione. Il talento fermano <strong>Francesco Mori</strong> espone grandi volti, realizzati con la inusuale tecnica a carboncino sulla delicatezza di un supporto in carta, che colpiscono per forza espressiva e nitido realismo. Disegni intrisi di leggerezza e intensità, caratterizzati da notevole abilità segnica in grado di far emergere aspetti interiori e psicologici dei soggetti rappresentati che restituiscono freschezza e contemporaneità di un linguaggio antico. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/giuliano_giuliani__1_400.jpg" alt="giuliano_giuliani__1_400" title="giuliano_giuliani__1_400" width="400" height="225" /><br /><strong><em>Giuliano Giuliani</em></strong><br /><br />La giapponese <strong>Hisako Mori</strong>, la cui ricerca esprime con eleganza formale i caratteri estetici della sua cultura di origine. I suoi acquerelli  evidenziano una leggerezza visiva e filosofica  che mirano al desiderio di permeare gli aspetti più profondi delle cose. Le sue foglie come metafora dellersquo;esistenza e dello scorrere del tempo, cristallizzate in griglie come sfaccettature della vita, lersquo;evanescenza del colore e la tecnica personale riassumono con fluidità passato e presente. Il romano <strong>Giulio Catelli</strong>, la cui impronta ancora tradizionalista di alcuni paesaggi  viene abilmente superata nei lavori come eldquo;Storia dello studenteerdquo; e eldquo;Trittico del mare Sciaccaerdquo;. Composizioni come frames di una sequenza cinematografica di efficace appeal visivo, dipinti in cui emerge una sintesi di figurazione e narrazione enfatizzata da suggestioni  cromatiche che invitano ad oltrepassare il puro aspetto figurativo. La sezione eldquo;Grandi scultori del elsquo;900erdquo; presenta un dialogo tra le opere di <strong>Edgardo Mannucci</strong> e <strong>Pericle Fazzini</strong>, lo scultore del vento, come lo aveva definito Giuseppe Ungaretti, esposte nel seicentesco Palazzo degli Scalzi.erdquo; Il loro percorso si snoda tra le Marche e Roma dove si sono conosciuti negli anni trenta ed entrambi rimarranno legati alla loro terraerdquo;. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/giuliano_giuliani__2_400.jpg" alt="giuliano_giuliani__2_400" title="giuliano_giuliani__2_400" width="400" height="225" /><br /><strong><em>Giuliano Giuliani</em></strong><br /><br />Fazzini, riferendosi alla sua Grottammare dove era nato nel 1913,  affermava: <em>ho pensato alla scultura con lersquo;Adriatico addosso</em>. Un Autoritratto eldquo;psicologicoerdquo;  che rivela la padronanza del gesto, il ritratto in legno policromo che ci restituisce i tratti delicati della moglie Anita, una Sibilla seduta dalle forme generose che pare intenta a riflettere, un Profeta in bronzo che guarda lontano e unersquo;opera che ricalca lo stile della celeberrima Resurrezione del 1975, la grande scultura commissionata da <strong>Papa Paolo VI</strong> per la Sala Nervi, la figura del Cristo fra una esplosione  eldquo; tra violenza ed energia eldquo; di elementi che rimandano alla natura, alla terra: rami, radici che paiono alimentati da un dialogo fra il vento e la materia, fra la vita e la morte. Di Edgardo Mannucci, nato a Fabriano nel 1904, la mostra ripropone gli esordi figurativi  prima del periodo informale illustrato nel percorso espositivo da Strappi, Rilievi, Piastre, Cerchi, alcuni inediti,  da cui emerge  lo spirito della materia che lersquo;artista libera  come in una danza fra stratificazione e movimento. Nella splendida chiesa romanica di San Michele Arcangelo, restituita di recente al suo antico splendore, un omaggio allersquo;artista ascolano  Giuliano Giuliani. Singolare interprete del linguaggio della scultura attraverso un fare antico che si veste di una sapiente modernità, il lavoro di un uomo che infonde lersquo;anima alla pietra con una sorprendente leggerezza. Le sue mani a togliere materia, assottigliarla, a creare suggestioni per opere che paiono respirare.  Misteriose ascensioni, inaspettate  lacerazioni, avvolgimenti, ondulazioni; la pietra lavorata con lersquo;abilità di uno  scultore eldquo;nato dalla pietraerdquo; che ha respirato lersquo;odore, la polvere del travertino affascinato  della sua incredibile bellezza nella cava di famiglia. Unersquo;opera che dialoga con la natura, <em>il rapporto della mia scultura con lersquo;uomo, la natura e le cose, aspetti fondamentali  del mio fare arte</em>. Storie scritte con la pietra per rinascere ad ogni istante, arte e leggerezza per lersquo;eternità. <br /><br /><img src="/magazine/gall_img/2016/paesaggio_di_eriberto_guidi_400_01.jpg" alt="paesaggio_di_eriberto_guidi_400_01" title="paesaggio_di_eriberto_guidi_400_01" width="400" height="291" /><br /><strong>Paesaggio di <em>Eriberto Guidi</em></strong><br /><br />E ancora lersquo;omaggio ad <strong>Eriberto Guidi</strong>, lersquo;artista fotografo scomparso di recente. Il linguaggio in bianco e nero dei paesaggi che, verso il tramonto della sua esistenza, si vestiranno di colore,  la poesia di un uomo che ha raccontato con empatia eldquo;lersquo;Orrida Bellezzaerdquo; di una natura selvaggia, il respiro della terra. La sezione dedicata alle eldquo;Tendenze del contemporaneoerdquo;  celebra fra altri nomi quello di <strong>Raimondo Rossi</strong>:  lo spirito lieve delle sue ceramiche, angeli e maternità in movimento per un abile racconto tra eldquo;materia e segnoerdquo;. Alcune opere del ciclo  I misteri del rosario, sono della libanese <strong>Vivianne  Bou Khair</strong>, una artista che  attraversa crocevia di culture e religioni e sceglie lersquo;Italia per vivere. Dipinti realizzati con una personale cifra stilistica, una mano sicura che guarda allersquo;arte delle icone bizantine e un poco alla secessione viennese. Tele come espressione di un viaggio interiore che parte dalla storia per eternizzare un percorso alla ricerca della verità. La stilizzazione geometrica dei volti, quello di Cristo, quello di Maria ed è come se Vivianne volesse consegnarci una chiave per aprire almeno una porta del mistero che avvolge la vita,  di quello che abbraccia la morte. Un percorso ricco ed articolato quello della 66esima rassegna Salvi,  una grande mostra in un città piccola, lersquo;antica Sentinum, quasi un paese, - <em>un paese ci vuole ehellip;un paese vuol dire non essere soli</em>- che conferma il carattere di necessità dellersquo;arte. La proposta ragionata di due curatori che, insieme lersquo;impegno degli amministratori, guardano allersquo;arte come ad una risorsa imprescindibile  della esistenza umana.<br /><br /><br />In copertina: <strong><em>Giuliano Giuliani</em></strong>]]>