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Maurizio Bolognini, Nuovi strumenti, Brescia

Autore: Mattia Lenzi
data: 05.02.2008


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Se Marshall McLuhan ci ha detto che il medium è il messaggio, ovvero che il mezzo tecnologico elettrico, al di là dell’informazione che trasmette, del contenuto, di ciò che l’uomo immediatamente percepisce e interpreta, è esso stesso ‘messaggio’, ‘informazione’, la sperimentazione di Maurizio Bolognini, il cui lavoro dalla fine degli anni ’80 affronta e utilizza in modi radicali le tecnologie digitali, ci dice qualcosa di più sconvolgente, estremo e ‘scandaloso’, e cioè che oggi il medium, il mezzo tecnologico, la macchina, è diventato l’artista.
La crescita artistica e concettuale di Bolognini va oltre l’idea di ‘inconscio tecnologico del mezzo’ proposta da un altro grande artista tecnologico, Franco Vaccari, e giunge a concepire un paradossale ‘conscio tecnologico’, una sorta di intelligenza artificiale, un dispositivo con capacità creative a cui l’artista delega il proprio lavoro, rinunciando al controllo.

I suoi ‘Computer Sigillati’ sono macchine programmate per produrre flussi di immagini casuali, o altri tipi di elaborazione, lasciate poi funzionare indefinitamente e senza monitor. Come le menti invisibili di artisti che lavorano e immaginano per anni senza manifestare, se non in qualche sprazzo di visibilità, alcuna immagine all’occhio del pubblico, ma costruendo uno spazio di informazione parallelo, immateriale ma reale, dotato di un’esistenza autonoma dall’osservatore.
Di queste macchine creative ciò che prima era l’artista diviene per così dire l’ispirazione: costituisce l’interruttore, l’entità che fornisce alla macchina l’energia creativa (fuor di metafora colui che accende e programma i computer) di cui ha bisogno per cominciare a fare arte, e grazie a cui può continuare a farla all’infinito. È proprio a questo che servono le installazioni di Bolognini, a generare delle ‘infinità fuori controllo’, nella realtà di uno spazio e di un tempo davvero infiniti, quelli delle immagini prodotte e programmate nel contenitore di un computer poi sigillato perché nessuno, nemmeno l’artista, possa poi intervenire su questo processo random che si sviluppa in parallelo alla nostra vita.

I varchi di visibilità che l’artista concede collegando alcune delle sue macchine ad un videoproiettore, sono un aiuto allo spettatore distratto, una finestra sulla magia di questo universo misterioso e invisibile, ma assolutamente vero, che si compie nella dimensione mentale, in sintonia con l’artista, attraverso l’attitudine a immaginare ciò che non si vede e quindi in qualche modo a partecipare a questa costruzione.
L’elemento della partecipazione, più o meno consapevole, degli altri costituisce un aspetto fondamentale della ricerca di Bolognini. I suoi progetti prevedono spesso il coinvolgimento di terzi, che si tratti di programmatori o di un pubblico generico. Quest’ultimo è stato coinvolto dal suo lavoro sulla combinazione di dispositivi di programmazione e di comunicazione, come nelle Collective Intelligence Machines (CIMs): installazioni interattive in cui alcune delle macchine programmate sono collegata alla rete telefonica cellulare, per consentire al pubblico di interferire con il loro funzionamento altrimenti autosufficiente.
Basata su un meccanismo del tutto identico a quello della serie CIMs, è l’installazione interattiva e relazionale ICB (Interactive Collective Blue, 2006): il pubblico, intervenendo attraverso il proprio telefono cellulare, può modificare il colore blu dell’ambiente.
Tali progetti rientrano nell’intenzione socio-culturale e artistica di Bolognini di attivare processi di comunicazione in grado di produrre nuove forme di intelligenza collettiva, anticipando la possibilità di un’evoluzione dell’arte dall’interattività alla democrazia.

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Si può notare come, nei lavori di Bolognini, si sperimentino due situazioni estreme nel rapporto col pubblico: vi sono installazioni interattive, come le CIMs appunto, in cui il pubblico diviene di fatto parte dell’opera; e ci sono lavori che, come i Computer Sigillati, sembrano voler escludere il pubblico. Ciò è da collegarsi alle condizioni estreme in cui viene a trovarsi l’occhio dell’osservatore con le tecnologie digitali: di massima esclusione, come spettatore di processi condotto autonomamente dalla macchina, e di massima inclusione, attraverso forme di connettività e interattività più evolute.

Questa ambivalenza dello spazio elettronico è ben rappresentata dalla mostra che Nuovi Strumenti presenta e ospita a partire dal 1 febbraio e fino al 5 marzo 2008, tutta incentrata sull’opera di Maurizio Bolognini. Oltre a due delle prime ‘Macchine Programmate’ (1990) e ai ‘Blu democratici’ (2006) generati dalla citata ICB, la mostra propone alcune fotografie della serie Altavista (1997): per ottenerle l’artista ha replicato il sito web della polizia di Seattle, sostituendo i links alle telecamere distribuite nei diversi quartieri della città con quelli a telecamere situate in altre città del mondo; il refresh delle immagini dà luogo a una città impossibile ma osservabile continuamente in tempo reale.

A completare la mostra una serie di inediti ready-made, oggetti modificati da apparecchiature industriali controllate da alcune macchine dell’artista, e il video Basic Art Exercise, realizzato in Francia nel 2006, ‘completabile’ dal pubblico in questa occasione. La mostra esprime tutta l’essenza di Bolognini, tutta la radicalità del suo pensiero, frutto della ‘disumanizzazione’ dell’arte e della ‘tecnologizzazione’ del mondo.
Il suo lavoro rimette a fuoco lo stesso ruolo dell’artista rispetto al nuovo contesto tecnologico e sociale, in cui la democrazia, la rinuncia al controllo, la delega al dispositivo, diventano temi cruciali della sua ricerca sperimentale.



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