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Alle porte dell’edizione 2006 di MiArt abbiamo rivolto quattro domande a Richard Journo,
per comprendere meglio la direzione della sua ricerca artistica e la
prospettiva in cui egli stesso si pone di fronte al video, in
particolare in riferimento alle ultime produzioni e in occasione della
sua presenza nello spazio video@Miart.
FT: La tua immagine è presente nei
video Induced Happiness, System Error e AesthetikaGenetika; quindi tu
parti da te stesso e ti comprendi nelle tue riflessioni, non ti metti
fuori dal cerchio ad osservare la realtà?
RJ: Sono un artista digitale e un videomaker, e in questo modo provo ad
esprimere un punto di vista su com’è il mondo oggi. Non credo che per
me questo periodo sia fatto per stare dietro la videocamera, e
acquisire porzioni di realtà in modo passivo. Che noi lo vogliamo o no,
siamo parte attiva del medesimo meccanismo che sta cercando di avere
oggi l’ultima parola su come il mondo sarà nel futuro, partendo da come
viviamo il presente. Probabilmente in questo momento della mia vita la
posizione dell’osservatore per me è un po’ troppo stretta. Mi piace
porre domande, a volte provocatorie, a volte irriverenti, e so che
facendo così forse rompo le regole del consumismo superficiale di oggi.
Mi piace giocare con il paradosso.

FT: il centro della tua ricerca
artistica è la constatazione che il percorso dell’uomo stia deviando
dall’umano: secondo te l’ossessione della felicità, della bellezza,
dell’immortalità tramite la scienza sono quindi tutte facce di una
stessa società che in realtà è costruita sull’autolesionismo?
RJ: credo che la società di oggi sia il prodotto di come l’umanità
avesse guardato al futuro 30, 40 o 50 anni fa. La paura del futuro, la
rivalità uomo-macchina, la ricerca della felicità fuori da se stessi
sono il prodotto di una distorta visione del futuro. Il futuro è il
prodotto di ciò che noi crediamo il futuro sarà, in considerazione del
fatto che noi dobbiamo prenderci la responsabilità delle nostre
proiezioni e visioni.
La felicità, la bellezza e l’immortalità non sono i classici campi
della ricerca scientifica. Il potere e la religione in passato hanno
dominato queste aree, e nella maggior parte dei casi hanno fallito in
maniera spettacolare. Oggi la scienza ha invaso questi campi, dando
risposte a domande senza risposta, sull’ignoto, basate su ipotesi, e
occupando un nuovo ruolo nella società.
Partendo da questa riflessione, si sviluppa la linea portante del mio
video “Neuro-Believe”: SE LA SCIENZA È LA NUOVA RELIGIONE, ARTE E
SCIENZA SONO ARTI CONSACRATE?
Autolesionismo? Ti ricordi un’epoca nella storia in cui l’umanità non l’ha usato come uno strumento?

FT: A MiArt presenti tre video
realizzati in digitale con Photoshop, Final Cut Pro e Image Ready CS:
vuoi dirci qualcosa di più sulla tecnica di realizzazione?
RJ: molti artisti usano il video come uno strumento in un contesto
puramente concettuale o come una forma d’arte collettiva realizzata da
un team di persone, vivendo in molti casi aperta la paternità
dell’opera.
Io uso questo media come una forma d’arte soggettiva, in poche parole
faccio tutto da solo: scrittura, regia, produzione, realizzazione,
direzione delle luci, parte attoriale, editing, gestione del suono e
anche composizione delle musiche.
Le mie opere video sono una combinazione di immagini in movimento (che
esprimono l’esperienza del tempo, il cambio di prospettiva, le azioni e
le emozioni) e di immagini statiche (che sottolineano all’occasione un
senso di definitiva conferma documentale della tradizione scientifica).
Photoshop e Image Ready sono due software che uso per lavorare sui
fotogrammi animati o sulle immagini create in digitale. Final Cut pro è
il software di editino che uso per assemblare tutti gli elementi video,
grafici e audio. Dietro c’è sempre un grande ricerca e un preciso
script (progetto) concettuale.

FT: dall’esterno come vedi la situazione della video arte in Italia?
RJ: anche se sono italiano, non mi posso considerare un video artista
italiano, perchè la mia esperienza e il mio lavoro hanno le loro radici
nei 17 anni che ho trascorso a Londra; tuttavia devo dire che da giugno
2005 mi sono trasferito a Roma, e a Trastevere, in Via del Moro,
ho da poco aperto il mio studio. La scelta di trasferirmi deriva da
differenti ragioni: penso che la scena artistica italiana sia ricca di
vibrazioni e che il senso di comunità degli artisti italiani renda
l’intero quadro molto più interessante e competitivo, rispetto a città
e realtà più importanti in cui gli artisti vivono la loro esperienza
creativa in maniera isolata.
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