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Intervista a Andrea Botto

Autore: Andrea Tedesco
data: 08.07.2011

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Andrea Botto


Cominciamo dalla domanda più semplice? Di cosa ti occupi?

Mi occupo professionalmente di fotografia ed in modo specifico di ambiente ed architettura, con una particolare attenzione verso le tematiche della percezione e rappresentazione del mondo esterno, attraverso il rapporto tra il territorio e chi lo abita.

Parlando della tua formazione?

Mi sono diplomato in Fotografia nel 1997 all’Istituto Europeo di Design di Torino, dove ho potuto incontrare e frequentare molti professionisti del settore, dai quali ho appreso tanto e con cui ho mantenuto, negli anni, ottimi rapporti.

Tra i vari progetti quello che ti ha dato maggiore soddisfazione e quello da cui hai avuto maggior riscontro?

Sarà scontato, ma il progetto a cui si è più legati è sempre l’ultimo ed anche nel mio caso è così. In particolare il lavoro che abbiamo presentato a fine giugno insieme ad Emanuele Piccardo alla mostra “Empowerment/Cantiere Italia”, curata da Marco Scotini, negli spazi del Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova, alla quale partecipavano sessanta giovani artisti provenienti da tutta Italia, rappresenta un ottimo concentrato delle tematiche che ho affrontato negli ultimi anni.
In una naturale prosecuzione di un progetto di lettura architettonica e sociale, che ci aveva visto impegnati nel 2002, abbiamo organizzato una festa di piazza nel quartiere Ina Casa di Forte Quezzi a Genova, meglio noto come “il Biscione”, con la preziosa collaborazione delle associazioni di quartiere, della Circoscrizione, del Comune di Genova, del Centro della Creatività e di alcuni sponsors privati.
Tema del progetto era ripensare i quartieri attraverso un approccio analitico ai problemi delle periferie e alla loro tematizzazione partendo dalla valorizzazione delle risorse sociali dei quartieri stessi; dunque, non come atto conseguente ad interventi imposti dall’esterno quanto piuttosto come esito dell’azione, della capacità espressiva e propositiva, degli stessi abitanti. Perché è con l’agire che diviene possibile reimpossessarsi del proprio territorio, ritrovando una nuova qualità e consapevolezza dell'abitare.
Il video dell’evento, le interviste, i ritratti agli abitanti, i pensieri ed i disegni dei bambini delle scuole sono andati poi a comporre l’allestimento della mostra.
Grande soddisfazione e grande riscontro soprattutto per aver riportato la pratica artistica un po’ più vicina alla gente, molto lontana dalla solita autoreferenzialità.

Indaghiamo un po' il territorio Genovese. Quali sedi espositive offrono o sono un buon trampolino per i Giovani Artisti?

…qui entriamo in un ambito un po’ più spinoso.
A livello teorico, le sedi e gli spazi dove poter mostrare il proprio lavoro in Italia sono infinite. Sembra anzi che negli ultimi anni ci sia stata una nuova spinta all’apertura di sedi espositive, il tutto senz’altro dovuto ad un rinnovato impulso artistico generale, probabilmente conseguente alla precaria situazione internazionale che stiamo vivendo.
Questo però a mio avviso, se da una parte ha aumentato le possibilità di farsi vedere, dall’altra ha un po’ appiattito il discorso ed abbassato la qualità delle opere esposte.
Credo che sia soprattutto il mondo della critica a soffrire di più della generale confusione, in un avanzare un po’ a tentativi, a volte fin troppo modaioli, senza una vera e propria ricerca.
Per quel che riguarda la mia esperienza personale, ci sono senz’altro ambienti che più di altri si sono spesi a favore della creatività giovanile, primo fra tutti il GAI, l’associazione dei Giovani Artisti Italiani , ed in particolare la delegazione di Modena che, insieme alla Galleria Civica, ha investito sul settore fotografico con l’istituzione dell’ormai decennale Premio Portfolio.
C’è poi la Fondazione Italiana per la Fotografia di Torino
che con l’archivio NANInuovi autori per nuove immagini, aveva iniziato un discorso interessante e che speriamo nei prossimi tempi riprenda un po’ di spinta.
Penso che il miglior trampolino per i giovani sia innanzitutto credere fermamente nel proprio lavoro e perseguire una ricerca seria ed approfondita che guardi all’innovazione del linguaggio, non dimenticando mai però la propria storia.
Solo così si può a mio avviso avere la certezza del risultato, magari in tempi mediolunghi, ma senza vendere aria fritta come troppo spesso accade.

E Genova 2004 come viene vissuta, come qualcosa che vi riguarda solo dal punto di vista turistico o ha dato possibilità di sviluppo?

Sicuramente Genova è una delle città europee che più si è modificata negli ultimi quindici anni. Ci sono state occasioni importanti, prima fra tutte le Colombiadi del 1992 con la realizzazione dell’area del Porto Antico, poi il G8 del 2001 che, nonostante i fatti ben noti, ha permesso alla città di rimettersi un po’ a nuovo e poi questo 2004, i cui lavori però si sono forse protratti un po’ troppo, ma almeno non come quelli ormai epici per la costruzione della metropolitana…
Insomma la città è molto cambiata, ma a questo non ha fatto riscontro un atteggiamento analogo dei suoi abitanti, che rimangono ancora un po’ troppo restii alle novità, soprattutto in ambito culturale.
Ci sono però alcuni segnali di cambiamento, un positivo fermento che cresce dal basso, un’aumentata richiesta di attenzione da parte dei cittadini verso alcuni settori fino ad oggi poco valutati. Questo mi fa ben sperare per il futuro che anche chi governa si accorga prima o poi che qualcosa sta cambiando. Ci vorrebbe più sensibilità, ma forse stiamo parlando solo di generazioni sbagliate…

Il rapporto con il Centro creatività?

Devo dire che da quando li ho conosciuti i rapporti sono via via maturati e si sono consolidati nel tempo. Grazie a loro, all’inizio del 2004, siamo riusciti a portare a Genova la mostra del progetto “Phortres”, una lettura fotografica di tre castelli del cuneese affidata oltre che a me, all’artista francese Catherine Poncin ed al catanese Angelo Navarria, altro artista del GAI.
Sono tutte persone molto gentili e disponibili, in particolare Rosetta Marzola e Gianna Caviglia, con le quali ho avuto modo di lavorare più approfonditamente, che si danno veramente molto da fare per la creatività genovese.
Purtroppo anche loro devono fare i conti con un sistema che sembra faccia di tutto per rimanere indietro, poco propenso a cogliere le nuove proposte.
Una situazione di incertezza da cui però il Centro sta uscendo a testa alta, proponendo delle ottime cose.

Il futuro prossimo.

Per il futuro mi auguro che continui come gli ultimi due anni, che sono stati un crescendo di incarichi professionali. In ottobre ci sarà la mostra del lavoro realizzato per Linea di Confine sui cantieri dell’Alta velocità ed a fine anno dovrebbe uscire la monografia sulla città di Genova, insieme ad un altro volume che riguarda i siti di interesse geologico della Lunigiana.
Continuerò poi l’attività di docenza presso l’Istituto Europeo di Design di Torino, un’esperienza molto interessante che mi stimola molto.
Per il resto, manterrò l’impegno e la costanza nella professione, convinto, come diceva un amico urbanista, che il fotografo guarda il mondo da un punto privilegiato, in prima linea, sul campo, registrando, come un sismografo, anche le più piccole variazioni.
Tanti piccoli tasselli da ricomporre nella propria poetica con un’unica missione: guardare un mondo che mai come in questo momento ha bisogno di essere guardato.

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