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IL MONDO DELL’INNOCENZA VISTO DA UN POETA DELLA TECNOLOGIA - Intervista a John Gerrard
Data: 02.07.2015

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L’artista è una potenza nella trasformazione. Se si pensa in modo bello, non si è più tossici per il pianeta”.
John Gerrard

Abbiamo incontrato a Basilea John Gerrard, un artista irlandese, nato e cresciuto nella campagna fuori Dublino. Dopo aver studiato in America con due lauree, master in arte e software, oggi lavora con la Thomas Dane Gallery di Londra.
Il suo lavoro è dicotomicamente interessante perché da un lato, quello sofisticato, usa raffinatissime tecniche multimediali, software e tecnologie assai all’avanguardia, mentre dall’altro, quello poetico, richiede e riflette su un ritorno alla natura primeva, ab origine dove, come nella sua infanzia, si racconta l’innocenza e la povertà di una numerosa famiglia attaccata a tutto quello che aveva: i dintorni e le risorse naturali.
Abbracciare alberi, mangiare pane prodotto in casa, bruciare un tronco per scaldarsi, sfiniti, dopo una pesante giornata di lavoro in campagna. Questa è poesia. E arte! Ed è quello che ci racconta John, il cui ultimo potente lavoro Solar Reserve era esposto ad Art Statement a Basel ed è stato acquisito da Leonardo di Caprio presente in fiera che, da sempre, è sensibile con la sua fondazione, al tema dell’ambiente.

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John Gerrard, Solar Reserve (Tonopah, Nevada), LED wall.1200x800

GSS: Quando e dove sei nato?
JG:
Il 20 luglio 1974, a Dublino.

GSS: Nel tuo lavoro di due anni fa dal titolo “Smoke tree”, un albero dalle chiome di fumo, composto di fotografia e video, si muoveva in mezzo al nulla di una landa desolata. Emerge da qui un rapporto diverso con la natura. E’ vero? Qual’ è questo rapporto?
JG:
Il concetto dell’ “Albero di fumo” sottolinea un tema chiave di tutto il mio lavoro: il rapporto tra la presenza umana e la relazione con tutte le altre creature in un ambiente inteso in senso post cristiano. Noi siamo sempre stati forzatamente indotti a pensare di essere al centro dell’universo. Nel 1890 si è scoperta la prigione nera del petrolio. Ci fu poi un evento disastroso nel 1910-30: la tempesta di polvere terrestre che tolse tutti gli strati del suolo, soffiando via Colorado, Texas, New Mexico e devastando così migliaia di vite. Molti artisti lo hanno documentato. Una delle maggiori catastrofi umane nella storia. In questa corsa alla libertà totale, si vive un’euforia del movimento, in cui si è sorpassata la natura con il petrolio e le cose tossiche, dove niente è gratis e ogni cosa ha un valore. Paghi quello che usi. Il grano è fatto con il nitrogeno e il nitrogeno è fatto di petrolio. Se lo metti nella terra, ne aumenti la produzione. Noi siamo fatti di petrolio. Siamo radicalmente cambiati nelle strutture molecolari a causa di ciò e rispetto ad 80 anni fa. La mia mostra di New York è stata proprio una testimonianza su questa catastrofe da un lato e dall’altro tutto il mio lavoro riporta all’attenzione universale la natura.
GSS: Il sole è al centro di ogni cosa a cui possiamo pensare, ed è alla base di qualsiasi religione. La tua produzione riflette sull’interrelazione tra il sole, la terra, l’aria e l’acqua. È per questo che nel tuo ultimo lavoro hai ricreato interamente in 3D un silo di grano nella piccola città di Richfield in Kansas, come sei solito fare, collocandolo in un set di luce reale che dura 24 ore al giorno per 365 giorni in un anno?
JG: Si. Sono attento ai processi dell’agricoltura, dell’uomo e della natura. Il lavoro è ricco di riferimenti alla storia dell’arte e al contemporaneo. La luce, oltre che la politica e il sociale modificano il silo fino a diventare, nel 2038, un’ombra totalmente vuota. Così come forse si prospetterà essere il cambiamento del pianeta. Dall’era del petrolio, ad una di benessere arcadico. La virtualità è già li. In Kansas. Due pompe di olio. Un dittico. Esse, con un movimento rotatorio e, una forma zoomorfa, si piegano come se pregassero verso l’origine del loro potere. Che è il sole. Il sole è al centro di ogni cosa che noi possiamo capire. Nessuno parla di questo. Purtroppo.

GSS: Dicci della tua infanzia. Come e quanto ha influenzato il tuo lavoro? Cosa prevedi per il futuro?
JG:
Eravamo molto poveri. Respiravo le foglie degli alberi che si muovevano. Non devi essere ricco per vivere bene, ma stare tra gli alberi. E respirare. Prendere qualcosa dalla terra, nutrirti e stare con cose semplici. Avevamo un pozzo. Tagliavamo un albero per fare il fuoco. Tutto era molto semplice. Penso che tra 40 o 50 anni inizierà un nuovo sistema e sarà senza petrolio. Altrimenti ci sarà solo una carestia mondiale e grande instabilità.

GSS: Puoi dirmi come realizzi esattamente le tue complesse opere?
JG:
Ho una macchina fotografica, viaggio nel posto che ho prescelto e faccio un piccolo scan dell’oggetto, gli giro intorno lentamente e fotografo “con il cervello”. Faccio circa 300 foto. Poi si crea un modello sulla base delle foto e si rifà l’oggetto in 3 D in sei mesi o tre anni. Dipende. Poi si controllano le superfici, il riflesso d’argento. Luci e ombre. Con altri programmi si crea un tessuto, come una pelle sullo scheletro, che viene steso sopra. E’ come una superficie di fotografia fatta di tanti strati. Alla fine tutto viene fuso assieme. Un lavoro molto serio, lungo.

GSS: Non si può capire appieno un artista senza esimersi dal chiedere che musica egli ascolta?
JG:
Musica? Ho perso la direzione reale della musica ultimamente, cioè negli ultimi dieci anni. Ho comprato un i-pod, ma non voglio rubare agli artisti. In realtà, ascolto delle voci corali molto antiche, con bellissime voci di donna o musica medioevale.

GSS: Chi sono i tuoi artisti preferiti?
JG:
Duchamp.

GSS: Complimenti sei un poeta. Ogni parola che esprimi sa di poesia. E di natura.

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JOHN GERRARD, Dust Storm (Dalhart, Texas. U.S.A.), 2007 Courtesy Marian Goodman NY


In copertina: John Gerrard, Smoke Tree III, 2006 (particolare)





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