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QUANDO L’ARTE E’ PENSIERO ED ARTIFICIO
Data: 04.11.2015

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C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico…”. E l’opera straordinaria di un artista del nostro tempo scorre su questo doppio sentiero alla conquista del mondo, nel tempo in cui l’ultima mostra di Jacopo Scassellati, a cura di Giuseppe Bacci, inaugura il 27 Ottobre 2015 alla Besharat Gallery di Atlanta in Georgia. Un italiano in America, da Sassari, la città dove è nato, passando per Parigi con sosta ad Ascoli Piceno e “Fragments of being”, l’arte come espressione del talento, capacità tecnica, profondità di pensiero. Allorquando l’America si meraviglia di fronte alla bellezza di inaspettati cavalli in corsa e cavalieri, dinamiche battaglie. Un “Carro degli Dei” e l’immagine rimanda al viaggio dell’anima verso il Mondo delle Idee di platoniana memoria, alla ricerca della Verità, alla motivazione della umana avventura. Il “Ratto delle Sabine”, la forza, l’eleganza dei cavalli, celebre iconografia nella storia dell’arte come simbolo di vittoria, prestigio. E le quaranta  opere di Jacopo, nella grande esposizione della Besharat, ricavata da un vecchio complesso industriale a diversi piani, vedono il trionfo di cavalli dagli occhi bui, come totem in frammenti ricomposti per una scenografia teatrale di solennità. La fascinazione delle grandi tele di questo geniale artista, che ha compiuto da poco venticinque anni, cattura il pubblico, lo sorprende.  Una volta tanto l’arte  non è  dissacrazione o mero concetto,  e, più che una sorta di provocazione “altra”, diviene scossa, fremito del presente nel momento in cui si esprime attraverso un raffinato equilibrio estetico, una intensa espressività segnica, formale e coloristica, si concede alle peculiarità evocative di una pittura caratterizzata dal colore d’ombra, alla incisività di un linguaggio che getta un ponte tra le grandi lezioni rinascimentali e l’espressione della contemporaneità. L’abilità figurativa di un artista in un tempo scandito da “un ritmo che non c’è più” e la visione di un mondo che pare resuscitato dai libri di storia, dalla mitologia, dalla letteratura, se non dalla archeologia. “Sono memoria, archeologia dell’anima che si fa tutt’uno con le immagini degli studi classici, i miei lavori sono la traduzione di uno sguardo all’opera di irraggiungibili maestri”, quando nascono figure come frammenti ricomposti da mani esperte di archeologia, o complessi tralicci compositivi che  rimandano alla lezione picassiana  e nell’opera “In hoc signo-La battaglia“ c’è l’alone e l’imponenza di una celebre “Guernica”. Un mondo in nero, eppure sfiorato dalla luce, dove infuriano battaglie in scenari senza tempo, gli squarci di luce dei suoi dipinti sono il racconto di un viaggio nelle tenebre come passaggio  fra la notte e il giorno, fra il buio e la luce, fra la morte e la vita. Il soffio della creazione divina, lo sguardo di un volto senza occhi di “Velate memorie” e quello di una “Mater” che pare una maschera antica vestita per un carnevale a Venezia, un mondo abitato da personaggi di ieri che si fanno contemporanei. “Eroi ed eroine, dei e dee, vicende epiche, romanzesche e tragiche”,  una “Ofelia” che pare addormentata, il volto bellissimo, e solo l’arte può consegnare la bellezza all’ eternità. “Dipingere per me è come un viaggio che recupera i valori del passato”, rispetto ai temi, alla tecnica e a quel lavoro di alchimia che spinge Jacopo a sperimentare pigmenti e colori, come da bambino aveva fatto per gioco nel laboratorio ceramico del nonno in terra d’Umbria. Ed eccola l’arte che persisterà “nel tempo che verrà, nella storia che ci attende”, che diviene sostanza e coinvolgente espressione nella rappresentazione del  mondo. E l’arte non è più un altro mondo, ma è questo mondo e “Nel bagliore del vero è un’apparenza /la piccola realtà che le somiglia”.  





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