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C’ERA UNA VOLTA UN BULGARO, UN GRECO, UN … II - OSTATNIA RODZINA - The Last Family
Data: 05.08.2016

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Polonia · 2016 · DCP · Colore · 124' ·  v.o. polacco

C’era una volta un bulgaro, un greco, un polacco. Come nelle barzellette. Solo che qui si tratta dell’apertura del Film Festival di Locarno dove, interessanti pellicole dell’Europa dell’est in concorso, si sono distinte sin all’apertura.

Parliamo di OSTATNIA RODZINA (The Last Family), un film polacco che già dall’originalità del titolo, incuriosisce e lascia aperte molte prospettive di lettura, spesso tragicomiche.
La pellicola diretta da Jan Matuszynski, al suo primo lungometraggio, che ha ben poco di comico, narra la storia tragica della famiglia di Zdzisław Beksiński, (1929-2005) la cui moglie muore prematuramente e l’unico figlio Tomasz, noto presentatore radiofonico, traduttore e giornalista musicale, si tolse la vita 1998.
Alla fine, rimasto solo e depresso, viene assassinato il 22 febbraio 2005, accoltellato diciannove volte dal figlio del suo maggiordomo.
Aracnofobo, la musica classica era il suo sottofondo preferito mentre dipingeva in modo surrealista, Beksiński magicamente interpretato da Andrzej Seweryn, fu artista innovatore nell'austera Polonia comunista.
Iniziò a occuparsi di arte dapprima come fotografo di paesaggi desolati, volti bendati, bambole mutilate, visi deturpati cancellati da fotomontaggi; quindi passò alla scultura, trapassando blocchi di pietra con cavi d'acciaio, fino a che negli anni settanta iniziò a dedicarsi alla pittura a olio su masonite.
Un coma di tre settimane dopo un grave incidente automobilistico in un passaggio a livello non custodito, cambiò la sua esistenza. Disse di aver visto l’inferno e di doverlo rappresentare. Questo lo portò a generare opere inquietanti post-apocalittiche definite suo periodo gotico.

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Lo script del film di Robert Bolesto è molto interessante: è la storia di una famiglia dentro ad una nazione che cambia, dove la pittura, l’arte e la musica si alternano a vicende prossime al dolore e alla morte, come una sorta di ponte alla sopravvivenza.

Tutto il film è accuratamente ricostruito, dopo un attento studio basato su un archivio eclettico e ricchissimo di foto, storie, scritti, lasciati dall’artista che era anche appassionato cineamatore e filmava tutto ciò che faceva. Il regista ha scelto di rigirare la scene trovate con i filmini originali e, con un’efficiente maquillage, ottime recitazioni, tutto sembra uguale alla realtà.

Sebbene il finale lasci un po’ perplessi perché non è del tutto chiara la dinamica, il film conferma la potenza dei cineasti dell’est, sempre con scenografie scarne, un po’ tristi, cieli plumbei e interni spogli, ma molto originali nelle storie che affrontano e tramandano.

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