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C’ERA UNA VOLTA UN BULGARO, UN GRECO, UN … III - AFTERLOV di Stergios Paschos
Data: 07.08.2016

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Come nelle barzellette. C’era una volta un bulgaro, un greco, un polacco. Terzo episodio la Grecia. Solo che qui si tratta dell’apertura del Film Festival di Locarno dove, interessanti pellicole dell’Europa dell’est in concorso, si sono distinte sin all’apertura.

Una Villa. Una stanza. Un’idea. Un po’ Pinter. Un po’ Osborne. Un po’ Beckett. Di sicuro, di stampo teatrale, nella comunicazione dell’assurdo. Parte subito benissimo il giovane Stergios Paschos con una brillante e geniale commedia ironica, nevrotica, reale, su un rapporto a due, selezionata per la sezione Cineasti del presente.
Parliamo di AFTERLOV, un film greco magnificamente diretto e interpretato da due attori perfetti, con facce intelligenti: Haris Fragoulis nel ruolo di Nikos e Iro Bezou come Sofia, che scandagliano un ritmo preciso, incalzante, snervante, altalenante, martellante.
A Nikos, musicista fallito, viene affidata la villa di un amico con cane annesso ed egli decide di portarci la sua ex ragazza apparentemente per una vacanza mai fatta. In realtà, il piano contorto è invece quello di segregare Sofia per chiarimenti su come e perché sia finita la loro storia d’amore.
Il film narra un paradosso sempre più in auge oggigiorno: l’incomunicabilità tra uomo e donna. Questa coppia, che pur si ama, ancora non riesce per blocchi emotivi, per mancanza di consapevolezza, per paure recondite, per incapacità espressiva, per fanciullaggine e inesperienza, a dire e vivere ciò che prova sul piano verbale. Questi blocchi diventano poi macigni che non fanno sviluppare il rapporto.
La loro comunicazione sembra non funzionare sulla parola, mentre va su un piano fisico, dove i corpi assecondano una loro logica, totalmente priva di sovrastrutture razionali.
Al di là della storia, il film analizza e cristallizza un fatto sempre più tangibile oggi, legato al linguaggio, alla sua potenza distruttiva, anziché costruttiva e, il fallimento di questa coppia è, in assoluto, quello di molti.
Sebbene nel film il regista conceda ogni tanto una via d’uscita alla claustrofobica relazione, rappresentata da una natura rigogliosa del giardino, con piante e piscina esterni alla villa – la prigione funge anche da simbolo a un rapporto che imprigiona e blocca e di, sicuro non fa cresce i protagonisti, spesso ripresi attraverso specchi e vetri come se si rappresentasse in dualità, il loro alter ego. Forse più maturo e consapevole.

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