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LA PELLE DELL’ORSO
Data: 28.10.2016

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Le montagne restano immobili, siamo noi che dopo un’avventura non siamo più gli stessi. R. Robbins

La saggezza popolare dice che non bisogna vendere la pelle dell’orso prima di ucciderla. In realtà, La pelle dell’orso, con la regia di Marco Segato e Marco Paolini, in uscita il 3 novembre, rappresenta un’antitesi al detto e funge anche da metafora della vita.

Un po’ come nelle sconsolate vedute di genere di Caspar David Friedrich, in cui l’uomo solo si staglia tra vette della natura impervia e la sua immensità, il film con bellissimi scenari narra la storia di un’aspra comunità montana delle dolomiti, afflitta da un orso feroce, detto el Diaol che, con incursioni notturne, uccide il bestiame e terrorizza i poveri abitanti.
Così un uomo Pietro, (Marco Paolini), già orso di per sè, solo, senza amici, problematico, alcolista e piegato anche da una natura violenta, decide di vendere per 600 mila lire la pelle dell’orso che spera di catturare da solo. Il figlio Domenico chiuso, quattordicenne e orfano di madre, preoccupato, decide di seguirlo nell’avventura tra i boschi verso l’orso.
A un certo punto s’innesta una donna, figura femminile creativa e libera per contrasto, interpretata da Lucia Mascino. Essa è come una specie di enzima che velocizza il processo difficile e inesistente tra padre e figlio, riuscendo a legare, a scaldare quel gelo non solo fisico, ma anche emotivo che viene comunicato.
Questo è un film sottile, di genere, avventuroso, una sorta di western alpino. Rimane misterioso, tanto che lo spettatore non ottiene tutte le informazioni che vorrebbe avere e getta uno sguardo su un mondo chiuso, le montagne del bellunese negli anni 50, dove tutti sanno tutto sugli altri, ma agli estranei non si dice nulla. Pertanto anche allo spettatore, che è come un forestiero, non si deve dire troppo.

Il punto focale del film - dice Paolini - era quello di riuscire a mettere insieme due creature, una misteriosa e selvaggia, un orso degli anni 50 che non esisteva più e un uomo bestiale e il suo rapporto forte con la natura impervia.
Grazie anche a un’ottima fotografia che rende veritiero e intenso il rapporto con gli animali, coi prati e monti il film, che ha già vinto tre premi in Francia, è riuscito a trasmettere dei contenuti costruiti su sfumature senza ostentarle palesemente o svelarle del tutto e lasciando allo spettatore un rapporto privato con luci ed ombre di natura e sentimento.






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