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Tra luce e materia, l’arte di Gregorio Botta
Data: 23.01.2017

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E’ l’antico loggiato della Pescheria Centro Arti Visive ad ospitare una singolare installazione di Gregorio Botta a Pesaro: tre lunghi, essenziali, tavoli in metallo che ci appaiono, in primo luogo, nudi e grigi, immersi nel vuoto e nel silenzio, quando, nell’avvicinarsi, il gorgoglio dell’acqua che fuoriesce da alcune irregolari aperture, ci cattura. Ad evocare i banchi dei pescatori e l’acqua, come elemento primordiale, emblema della vita che scorre,  elemento imprescindibile nell’opera di Botta, ci appare come l’eco di un lavorio quotidiano che ha ceduto il passo alla memoria.

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Gregorio Botta (Napoli 1953,vive e lavora a Roma), un narratore visivo che abbiamo visto lavorare con la luce, la cera, il fumo. Con l’acqua. E la fascinazione di uno spazio con cui l’artista entra in dialogo ci restituisce  quindici  cerchi concavi, “conchiglie “ di vetro  ricolme d’acqua, collocate a muro. E la scena si arricchisce attraverso un gioco di luci ed ombre che si riflettono sulla parete bianca per effetto di una fonte luminosa. Pare allora di vedere le ombre nella caverna platoniana, o anche di vedere l’ingrandimento delle scaglie luccicanti del pesce di un tempo passato.
Per l’attigua Chiesa del Suffragio l’artista ha realizzato una suggestiva installazione rugginosa: ripercorrendo l’inconsueto perimetro dodecagonale della chiesa, Gregorio Botta ha trasformato la sua visione in un grande struttura, come la sagoma di una antica torre di guardia, una fortezza con alcune feritoie orizzontali ad altezza d’uomo. Feritoie che hanno il compito di farci vedere dentro, e non di guardare fuori, ed è allora che i nostri occhi incontrano la fiammella che disegna un cerchio di luce con una lampada sospesa ad una sottile barra metallica montata su un congegno rotante. Una piccola luce che trionfa nel buio come vibrazione del pensiero, scia di ricordi, come un mantra visivo che ci consegna un’anima di luce nell’oscurità della vita. Dall’altro lato compaiono bande di metallo ripiegate sulla asta di ferro come simboliche presenze di contenuti del passato, brandelli di storia. Tracce di futuro ? Carattere distintivo che ricorre più volte nella delicata ricerca di questo autore  che studia all’Accademia di Belle Arti a Roma dove segue i corsi di Toti Scialoja. “Machina”, il titolo della mostra,  rimanda ad un deus in machina invece che ex machina, un progetto nato dallo spazio e per questo spazio…..incantato dalla forza del luogo, dirà l’artista al curatore della mostra Ludovico Pratesi. Quello di Gregorio Botta è il linguaggio di un’arte fatto di lucide visioni, di ombre, di sorprese, di mistero, di ombre. Di luce. E il potere evocativo delle sue opere  riannoda le infinite sfaccettature del vivere in una trama che riassume il senso dell’arte, e il suo potere taumaturgico, in un presente che, troppo spesso, tiene lontana la speranza.   

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Installazione loggiato della Pescheria, part. foto da catalogo





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