ArtKey Magazine | ArticoloWilliam Furlong. Audio Arts
Autore: Ilari Valbonesi
Data: 19.10.2006
Gli artisti correlati: Joseph Beuys, Andy Warhol, William Furlong “Audio Art”. Perché registrare? È difficile dire perché. Sicuramente una curiosità naturale che ti spinge verso le cose. Ho comprato il mio primo registratore negli anni 60 prima che fossero popolari. Un piccolo “Real-to-real”. In qualche modo sono stato da sempre “affascinato” dalla registrazione. Poi ho iniziato a pensare alla “voce” e al discorso. Gli anni 70 sono il periodo dell’arte concettuale dove il testo scritto divenne supplemento di un fare oggettivo. Come artista ero più interessato al “discorso”, all’idea di linguaggio e alle persone che già lavoravano in ambito concettuale in Gran Bretagna. E presto mi resi conto che non c’erano riviste in grado di riportare questo materiale evocato dalle conversazioni, dai suoni e dalle discussioni. Una forza evocativa della voce che sulla pagina scritta si perde in quanto è sempre una voce trascritta. Le cassette audio erano già una forma radicale di comunicazione ma solo per musica registrata. Così mi sono chiesto se fosse stato possibile creare una rivista vocale. Solo voce registrata mediante una produzione di cassette audio da diffondere in giro. La cassetta era anche una forma economica di produzione e distribuzione La registrazione come presa di distanza dalla testualità di “Art e Language”. Ma anche da “Interview” di Andy Warhol in quanto lei ha prodotto registrazioni. Sono felice che lo hai nominato. Andy Warhol, che ho conosciuto ed intervistato, ha subito capito l’importanza della registrazione. Registrava tutto e chiamava il suo registratore “mia moglie”. Io pure registravo moltissimo. Personalmente preferisco la parola “conversazione” ad “intervista”. Conversare è un processo molto creativo che ti consente di conoscere il mondo attraverso le persone con cui stai parlando. Se poi tu parli a qualcuno è come gli stessi facendo un ritratto : ne comprendi l’origine. La voce umana è infatti molto ricca, stratificata, etnica, sessuale. Puoi parlarmi senza dire cosa stai pensando e viceversa anch’io posso trattenere i miei pensieri. Per la mostra romana presento un’opera che si chiama: “Conversation Piece”. Duchamp è un altro artista che aveva capito. Sapevano che la voce è uno strumento importante per capire e comunicare. E c’è voluto molto tempo per far capire alla gente questa cosa molto semplice. Ancora viviamo in un’epoca dove tutto deve essere documentato come un testamento, ma nelle sfumature della voce ci sono molte più cose che in una pagina scritta PLAY Duchamp Ogni corpo ha un suono specifico…il suono è un corpo? E corretto dire che risuoniamo in modo differente. C’è una ragione profonda nella voce che evoca storie, valori e differenze. Per questo ho iniziato ad usare la voce come materiale artistico. In più la voce riporta in presenza la storia personale, da dove veniamo, cosa abbiamo fatto, cosa faremo.. perché mentre facciamo questa intervista pensiamo anche ad altre cose. La voce è un espressione dell’intera identità. Come per Beuys, la voce è una scultura organica. La voce è un materiale profondo? La voce fa risuonare pensieri ed ideologie che ci portiamo addosso. “AudioArts” iniziò semplicemente come riflessione sulla voce in quanto materiale stratificato. È iniziato per caso, anche se adesso mostra una intrinseca coerenza. Usavo le parole per dischiudere uno spazio variegato. Com’è stata la ricezione inglese di “AudioArts” in quegli anni Si stava diffondendo il clima intellettuale di “Art and Language” in Gran Bretagna. Ma solo un piccolo gruppo di critici d’arte ne avevano capito l’importanza : Peter Townsend di Studio International Magazine, recentemente scomparso, la critica Caroline Tisdall, Richard Cork,o mercanti d’arte come Jack Wender. E Richard Hamilton. I pochi che avevano capito pensavano che fosse un progetto rilevante. Persone acute, tra cui Lawrence Wiener con cui feci anche dei progetti di registrazione alla fine degli ani 70. Che tipo di mostre ha fatto in questi anni? Sono un artista con un background classico e visivo. Non sono un editor. Per cui ho fatto delle “mostre”. Mostre in cui presentavo registrazioni, voci e lavori combinati. L’archivio è una forma di arte pubblica. Anche Dan Graham ha un archivio. Non ho mai visto una differenza tra la costruzione di un archivio “AudioArts” e le personali. Non divido le pratiche. Lo spazio per “AudioArts” è comunque uno spazio d’ascolto per cui mi piace l’idea che se mando una cassetta in Australia finisce in uno stanza da letto, un museo, una galleria. Il suono agisce in uno spazio e ha bisogno di uno spazio per essere ascoltato. Per articolarsi. Ha mai utilizzato la radio come medium? Questa è un ulteriore estensione del concetto di audio perché la trasmissione supera ogni confine e il suono può essere diffuso da una piccola radio o auditorium. Ad esempio ho trasmesso da Vienna. PLAY Con la radio ho presentato molti dei miei lavori con il suono. Le interviste con gli artisti, ma anche le interviste che ho fatto per strada. E’ importante ricordare che il mio lavoro registra l’attualità: registra il reale. Non mi piace manipolare il suono, un’identità del suono. Questa registrazione la intitolerei: Roma 16 ottobre 2006, Sound Art museum, per sempre. Il suono è “Person(site) specific”. “Registrare la realtà”. Con la registrazione si ascolta la realtà o si produce la realtà? La registrazione comincia come ascolto. Successivamente la produco per trasformarla in opera sonora Questo significa che ci sono “modi” differenti di ascoltare? Ad esempio : quando registro una conversazione, la riascolto più volte perché - quando la risento per prima volta - non sento tutto. L’orecchio fa una selezione mentre la registrazione ritiene il tutto. E non è detto che la mia o la tua selezione siano la stessa. Per cui riascoltare la stessa cosa più volte è interessante proprio perché in una conversazione, mentre parli, puoi ascoltare solo una volta. Per questo quando lavoro il materiale sonoro inserisco delle pause. Questo dona l’opportunità di riascoltare una conversazione che invece è continua. E consente la produzione di un discorso come “oggetto sonoro”. Qual è la differenza tra una conversazione per strada o con un artista? Quando faccio un’intervista per strada sono interessato alla costruzione di un’immagine in particolare, di gruppo di persone e di un’atmosfera. La costruzione di un luogo e di spazio e di coloro che stanno vivendo in quello spazio. Per questo non faccio delle domande complesse: dove vai? Da dove vieni? cosa ti piace mangiare? cosa fai stasera? e ricevo delle risposte. Le voci trasmettono l’umore, da dove vengono le persone, le loro preoccupazioni, le passioni. Domande semplici con cui hai molto materiale. Quando intervisto un artista invece è per approfondire il lavoro. Sono due direzioni del mio lavoro. Il denominatore comune è la registrazione. Che tipo di lavoro presenti alla mostra romana RAM – Radio Arte Mobile? Per la mostra romana presento due “corsi” del mio lavoro: molte interviste con artisti ma anche un’opera intitolata “Conversation Pieces”. Un lavoro che utilizza le registrazioni. Sezioni di conversazioni con Marchel Duchamp, Joseph Beuys, John Cage e Andy Wahrol, editate e poi ricostruite in un’unica conversazione che incrociandoli li fa incontrare. Mi piace far accadere delle cose impossibili. Imprevedibili. Anche Cage vuole imprevedibilità. Una conversazione è imprevedibile. Duchamp che discute con Beyus…ha anche un senso perchè inizi a crederci. Poi ci sarà un “Pieces” dove lavoro con lo spazio sonoro : “What are you doing in taping?” è una sequenza registrata a Dublino mentre dei ragazzi vendono dei giornali per strada. Un ragazzo si gira e mi chiede “cosa” stessi registrando come se ci fosse un appropriazione: mi stai osservando… C’è dunque una comunicazione tra tempo e spazio differenti. Si riferisce alla credenza. Ascoltare è credere. Una fede percettiva. Audioarts è un organismo sociale? E’ una scultura sociale. Così il critico inglese Mel Gooding ha descritto teoricamente questo coinvolgimento di persone differenti come parti di questa scultura sonora. Una scultura che “incorpora” le persone che incontro. E così diventa una corporazione di suoni. |
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