ArtKey Magazine | ArticoloDiego Canato al Machè
Data: 03.11.2006
Vai all'evento: Diego Canato - The Big Empty Vai alla sede: Machè Gli artisti correlati: Diego Canato Quali sono gli artisti a cui fai riferimento? Gilberto Zorio è stata la mia accademia privata. E naturalmente stimo il suo lavoro così come quello dei poveristi, ma a parte questo non si può dire che abbia dei veri e propri artisti di riferimento. Una delle molte cose che ho imparato da Gilberto Zorio, una delle frasi che spesso mi ripeteva, è “Del lavoro sei padrone fino a quando a un certo punto è lui a diventare il padrone”: puoi decidere lo spostamento dell’opera, dove metterla, ma è l’opera che ti parla; tu, una volta finita, non ne sei più padrone. E’ questa è una verità che più volte ho sperimentato e fatto mia. La prossima personale la inaugurerai l'8 novembre al Machè di Torino: qual è il punto di partenza di questa personale e quali i legami con le esposizioni appena concluse? Nel lavoro che presenterò al Machè ho cercato altre forme di comunicazione: tra cui il codice morse, la lingua italiana dei segni dei sordi e quella tattile dei sordo ciechi, il linguaggio dei fiori. "The Big Empty" (titolo della mostra, “Il grande vuoto”) esplora il vuoto interiore personale ma soprattutto il vuoto di comunicazione tra le persone: noi comunichiamo per scoprire qualcosa dell'altro o per farci scoprire. Il lavoro prevede installazioni video che rappresentano dialoghi tra i diversi linguaggi, e le stesse installazioni dialogano, tendendo a una rappresentazione più complessa. Per la maggior parte dei lavori, il telefono, metafora e strumento di connessione, rappresentato in video, sarà punto di partenza di interazioni gestuali che, filmate, cercano di comunicare tra loro; un tentativo di legare insieme ogni volta comunicazione diverse e tra di loro incompatibili. Questo lavoro rappresenta una situazione che io penso come nostro stato attuale e a cui provo a dare una via di uscita. Scoprirla starà allo spettatore, invitato a comprendere e a camminare nel percorso costruito. Parla della tua ultima mostra alla galleria 10.2 tenutasi a giugno. La mostra si articolava attraverso un’installazione e disegni. Attingendo da paure, emozioni e sentimenti che mi appartengono, per la galleria 10.2! ho realizzato un’installazione scultorea composta da due trapezi speculari, sopra i quali due monitor dialogano tra loro, proiettando in loop un video con mani che dondolano nel vuoto, e rappresentano il gesto del trapezista nel momento del salto. L’azione vuole sottointendere la paura del salto, di lasciarsi andare all'altro. Figure di trapezi argentati emergono dalle incisioni sagomate di fogli neri, nei disegni della prima stanza. Come si sviluppa il tuo processo creativo? In che modo nascono i tuoi lavori? Il lavoro mi viene come immagine che arriva improvvisa nella testa: non nasce da una meditazione. Come dice Keith Richards, una canzone non la cerchi, è nell'aria: semplicemente bisogna prenderla. Meditare un lavoro significa perdere lo stupore di fronte alla visione, perché senza stupore non può esistere arte. L'artista ha il dovere di afferrare il proprio tempo che equivale a cogliere l'emozione che permette la creazione. In tutto il processo quello creativo è l'unico momento veramente esaltante. Colta l’immagine la devo realizzare, ci lavoro su con gli inconvenienti tecnici, pratici, economici, ma è sempre un gioco per arrivare il più vicino possibile all’immagine che ho avuto. C’è un tema ricorrente che contraddistingue le tue opere? Parto sempre da un aspetto autobiografico, quindi dalle tristezze, i rancori, i sogni, le speranze, tutto quello che mi muove ogni giorno. Molti lavori che ho fatto sono quasi premonitori; come quello per la collettiva Versus XII a Chieri per la galleria Velan, "Conversations kill". Poco tempo dopo mi sono trovato in una situazione simile, per cui in questo momento mi preme continuare a parlare di vuoti di comunicazione. Del problema di comunicare che ho io, ma che è certamente anche sociale; l'assenza di comunicazione, l’impossibilità di poter esprimere un pensiero, un sentimento. Altro filo conduttore delle mie opere è una costante idea di movimento, di viaggio in senso mentale, interiore. Cerco sempre, in qualche modo, di non far star fermo chi guarda il lavoro, di far muovere l’immaginazione e la curiosità; e non è affatto semplice. Soprattutto cerco di far convergere l'attenzione su un lavoro in modo abbastanza veloce. I video, anche se trasmessi in loop, sono di pochi minuti; cerco di non portare via troppo tempo ma in qualche modo cerco di incuriosire lo spettatore. Gli ultimi lavori sono realizzati in modo che suggeriscano allo spettatore una posizione precisa che spero assuma, posizioni che io ricordo di aver avuto in un particolare momento la cui emozione ha generato l'idea del lavoro. Quindi desidero che quella emozione venga vissuta dallo spettatore con il filtro dei propri ricordi, in tal modo l'idea soggettiva del lavoro diviene esperienza oggettiva. E come il tuo linguaggio si è evoluto in questi anni? E' iniziato proprio con il sentire l’esigenza di esprimermi attraverso il linguaggio visivo. All’inizio ho usato la fotografia però l’ho abbandonata quasi subito; lo strumento del video mi offre maggiori possibilità, mi aiuta a dire quello che voglio e oggi è accessibile. La fotografia è stata più che altro un modo per iniziare, facevo delle sequenze, e quindi il passo successivo e naturale è stato il video. Parlaci dell’installazione realizzata per la collettiva Versus XII a Chieri, che mi sembra sintetizzi molto bene quanto detto fino ad ora. In “Conversations Kill” ho cercato un modo di comunicare che non fosse l'uso della parola o della scrittura nel senso tradizionale. “Conversazioni uccise”, è una piccola video installazione sull'impossibilità di comunicare. Ho scelto nella forma un tavolo, punto d'incontro ed abbandono quotidiano, familiare e simbolico, vicino al quale è possibile sedersi su due sgabelli: assumendo una posizione precisa rispetto al video inserito al centro del tavolo. Nella sostanza ho cercato di dare all'osservatore l'opportunità d'immedesimarsi in ruoli opposti, entrambi scomodi, fragili, sconfitti. Chi parla invano, chi ascolta svogliato. Nel video, delle mani maschili e femminili si fronteggiano su di un piano nero: quelle femminili, nell'atto di scrivere a macchina, parlano senza avere risposta da quelle maschili, che, giunte e nervose, attendono una fine. Chi scrive non sente, chi ascolta non parla. C'è poi anche una costante formale nei tuoi lavori, forma privilegiata è l' installazione video… Le installazioni video per me in realtà sono sculture vere e proprie, perché non la intendo come videoarte. Io non ti parlerò mai di questo lavoro ("Conversations Kill") come di un video; per me resta una scultura e il video è solo una possibilità in più per rafforzare o spiegare meglio l’idea complessiva da cui nasce: lo ritengo il mezzo a me più congeniale, lo uso in modo molto spontaneo, istintivo, quasi da bambino. Ed è così che mi piace usarlo, sono sempre molto semplice. Per esempio non faccio mai prove, la ripresa che voglio è sempre unica. Cerco di mantenermi istintivo per conservare, come detto, la visione che ho avuto e da cui nasce il lavoro; diversamente so che rovinerei il lavoro. Come pensi una mostra? Tendenzialmente sono sempre scarno, metto pochi lavori in mostra, uno o due al massimo. Da quando ho iniziato, cerco di essere sempre il più sintetico possibile. I lavori sono, dal punto di vista stilistico e formale, minimali: essere essenziale è una condizione necessaria per ordinare nella mia mente il concetto che voglio esprimere, in modo che arrivi diretto. Ecco perchè anche i video, che utilizzo per le installazioni sono semplici e brevi. Per quanto riguarda i materiali tendenzialmente uso il legno materiale caldo e che riesco a lavorare facilmente, è leggero quindi facile da trasportare. Caratteristica necessaria per un giovane artista che solitamente non ha la Gondrad a disposizione ... scherzo ovviamente. Hai mai lavorato in collaborazione con altri artisti? La mostra al Machè di Torino del 2005 è stata l’unica volta in cui ho lavorato con un altro artista: Alessandro Sciaraffa, con cui attualmente divido lo studio. Più che di un incontro si è trattato di uno scontro fra opposte visioni e il titolo era infatti “Dilatazione di un’implosione”: l'installazione di Alessandro Sciaraffa era l'espressione di un’implosione, la mia una dilatazione, due concetti opposti appunto. Il dialogo tra loro avveniva attraverso l'alternarsi della parte sonora dei due lavori: la litania greco-ortodossa del mio lavoro (con un forte valore evocativo, mistico, una preghiera personale) e il sonoro di Sciaraffa che era un'onda quadra a bassa frequenza. Lo scopo era di creare una vibrazione e che desse l'idea di una compressione dello spazio. Sciaraffa ha accartocciato un foglio di carta bianco, la cui dimensione era l'esatta pianta della stanza a sua disposizione, e lo ha appeso al soffitto sopra un mucchio di sale con al centro una pietra di ossidiana. Io ho chiuso la stanza a mia disposizione con una porta che non si potesse aprire: l'asse della porta era inclinato verso l'interno e la maniglia era anch'essa inclinata e capovolta; dalla serratura si intravedeva una forte e intensa luce blu, che catturava l'attenzione: l'occhio invitato ad avvicinarsi in atto voyeristico, scopriva invece il cielo. |
ArtKey Magazine
In Primo Piano
![]() |
|
|
|
||