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Deposizione #2: Jannis Kounellis
Data: 22.12.2006

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DEPOSIZIONE #2: JANNIS KOUNELLIS

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DEPOSIZIONE #1: JIMMIE DURHAM


I.V: Il titolo dell’installazione è Deposizione. E si compone di tavoli ricoperti di lastre di piombo e un letto. Un’indagine sulla “mobilità” nello spazio?
J.K: Io appartengo ad una generazione che ha visto. Fin dall’inizio si è capito che l’essenza non è nella spazialità ma nella mobilità, anche se non c’era niente. Io ho portato qualche cosa e questo è la mobilità, è l’essere dialettico con lo spazio che fa parte della mobilità.

I.V: Ogni posizione nello spazio è già una deposizione?
J.K: È un’altra cosa. Anche un’anfora greca è una deposizione. Ed è sempre stato così. La deposizione riguarda questo corpo che non ha vita e si depone. Al contrario, quando il corpo ha vita non si depone. Senza vita c’è deposizione del corpo: lo si prende per situarlo in una maniera significativa, gli si dà una posizione significativa secondo la tradizione. Lo si depone. Una di quelle cose che accade ad esempio nel sud, per cui la gente piange.

I.V: Letto come punto cieco dell’installazione?
J.K: Il letto è uguale ai tavoli. La differenza è nel suo essere nero, che è un colore violentemente neutro e anche luttuoso se vuoi. In ogni caso, una presenza inconfondibile che determina la misura del letto e che, guarda caso e su per giù, è come un uomo. Il letto sta a significare l’ideologia dell’uomo che non si abbandona né come misura, né come segno, né come prospettiva e rimane lì nella sua certezza senza che possa passare altra idea.

I.V: Un corpo privo di vita “occupa” lo spazio?
J.K: Non solamente “occupa” ma determina lo spazio. Il corpo è un segno filosofico determinante. Il corpo indica.

I.V: Un’indicazione che già si annuncia ne “l’alfabeto”?
J.K: È diversa. Lì c’era una indicazione ermetica e anche fonetica. Per quanto l’ermetismo rimane in tutto per quello che mi riguarda. Non l’ho mai abbandonato

I.V: Un indizio che ha un suono?
J.K: Il corpo non ha un suono. La freccia e la lettera avevano una loro collocazione semantica e fonetica. Il corpo non è fonetico. Il corpo è un dato profondamente legato alla nostra cultura che è difficile abbandonare in ogni caso.

I.V: Per questo ha iniziato a lavorare con dei mobili?
J.K: Il tavolo è uguale al letto. Come le porte sono fatte nella stessa misura. Appartengono alla stessa famiglia. I tavoli di questa installazione sono alti su per giù 80 centimetri. Quelli inglesi ad esempio un po’ più piccoli.

I.V: A misura d’uomo?
J.K: Quando si dice “a misura d’uomo” è estremamente significativo. Poi c’è l’antropomorfia. Che è un’altra cosa ma fa parte dello stesso pensiero. In passato ho messo un quintale di carbone all’angolo. E portare un tavolo ha una sua intrinseca coerenza. Non cambi strada.

I.V: L’atto di portare il tavolo fa parte dell’installazione dunque
J.K: Ha un suo peso e immediatamente vedi di quello che si tratta.

I.V: Le lastre di piombo significano un’opacità del corpo?
J.K: Questo è il piombo. Opacità estrema del corpo. Quando il piombo ricopre tutti i tavoli li rende uniformi. E’ vero che tra queste dimensioni ci sono tagli ma tutte insieme creano questo corpo nuovo…come il Cristo di Mantenga è un corpo.

I.V: Un corpo ricomposto?
J.K: Perché è un corpo. Ricomposto in quanto corpo. Non è frammentato.

I.V: Ma costituito da parti..
J.K: Un corpo che si costituisce a pezzi, che poi diventa un organismo unitario e così diventa un corpo. Poi c’è una ferita che è labirintica ossia un’entrata. E in questa entrata c’è il letto nero. È tagliato, e il letto è inserito.

I.V: Il corpo “privo di vita” è un corpo “morto”?
J.K: No, è un’altra idea di corpo. Questo corpo è “privo di vita”, non ha mai respirato, ma ha un suo perché linguistico e anche emotivo.

I.V: Un movimento di altro ordine?
J.K: È dialettico. L’importante è che ha una sua idea, un’idea di emotività che rimane.

I.V: A Pescara inaugurò la Galleria Pieroni
J.K: Il piombo c’era sempre. Tutte le porte della galleria erano di piombo. Erano semichiuse. In quella angolazione né si potevano aprire, né si potevano chiudere

I.V: Un accesso inaccessibile. Per un’emotività portata al limite?
J.K: Al limite è tutto. Quelli invece erano altri tempi. Non so quanti anni sono passati e perché sono passati. Non è per ricordare. Non mi interessa. Penso però che è stata una cosa estremamente importante come indicazione di libertà e come invenzione della tradizione. E’ difficile dimenticare questa idea di fondo che ci ha fatto viaggiare e ci fatto incontrare persone. Un essere attratti e attraenti. Non si dimentica ed è una cosa fondamentale.

I.V: C’è un affetto delle cose?
J.K: Da quello che era un quadro tonale si è appresa una realtà che non è tonale. Si vive dentro l’opera. E infatti è molto più grande di una persona. In un quadro tonale c’è sempre in qualche modo la raffigurazione del centro. Questo è un cambiamento fondamentale: non c’è più questo centro compositivo dell’opera. E invece c’è un’altra maniera di essere quadro, di vivere un quadro, ma anche di essere artista. Completamente diverso. Potresti anche fare un quadro, ma di per se non affronta quel tipo di problema.

I.V: Più fuochi di attenzione?
J.K: Che tu vivi l’opera. Ad esempio: per andare da andare qui a là ci impieghi del tempo. Il tuo corpo è molto più piccolo di questa installazione. Il corpo vive dentro ed è improbabile che tu possa utilizzare questa installazione per decorare la tua camera.

I.V: Una diversa vivibilità dell’opera?
J.K: Diventa vivibile e invivibile

I.V: Per questo la sua vicinanza al teatro?
Capire bene l’arte italiana significa comprendere che il teatro c’entra. Perché nell’opera c’è sempre la drammaturgia. Un lavoro di Caravaggio è un lavoro drammaturgico. E non si capisce dove non ci sia dramma.

I.V: Insomma il pappagallo è volato via?
J.K: Il pappagallo vive ancora

I.V: Aleggia?
J.K: No vive benissimo.



Jannis Kounellis
Deposizione
80 x 600 x 320 cm.
Legno, metallo (piombo, ferro), pittura, tela
Foto: Marco Fedele di Catrano
Courtesy: Ram