ArtKey Magazine | ArticoloDeposizione #1: Jimmie Durham
Autore: Ilari Valbonesi
Data: 22.12.2006
Vai all'evento: Deposizione - Jimmie Durham | Jannis Kounellis Vai alla sede: RAM - Radio Arte Mobile Gli artisti correlati: Jannis Kounellis, Jimmie Durham DEPOSIZIONE#1: JIMMIE DURHAM L'intervista è correlata con DEPOSIZIONE #2 : JANNIS KOUNELLIS I.V: Il titolo dell’installazione è Deposizione. Ed è costituita da diversi elementi, tra cui una grande pietra nera. Jimmie Durham: Ho iniziato trovando una pietra. Non da un’idea. Ho trovato questa pietra. E l’ho presa. Affinché diventasse un’opera d’arte. Così l’ho portata da Berlino a Roma. L’ho trovata in uno di quei grandi negozi di pietre dove mi ha portato Maria Thereza dicendomi “devi vedere questo deposito di pietre!”. Lì ho incontrato la pietra nera.. I.V: Quando si raccoglie una pietra è come se già si modellasse lo spazio… Perché lo spazio intorno a questa pietra è pieno di bicchieri rotti? J.D: Volevo dare l’idea che la pietra volasse…come se la pietra potesse volare. Non è vero, ma è come se la pietra esprimesse di per sé un desiderio di volare. La pietra ha la pretesa di volare. La mia pretesa invece è che volasse su e giù per rompere i bicchieri per poi tornare al suo posto. I.V: Vuole dire che anche un corpo in apparenza statico è già pretesa di movimento? J.D: Sì penso che nella pietra ci sia un intrinseco movimento. Poi la pietra di ossidiana è una pietra vulcanica. Mi sono immaginato questa pietra che vola nell’aria fuori dal vulcano e atterra. I.V: E atterra a Roma sulla scala. Perché per rompere i bicchieri? J.D: Si trasformano. Quando fai arte la complessità entra nel lavoro e così molte metafore vi girano intorno. Metafore che non sei tu a mettere, ma diventano comunque parte del lavoro. Così come aggressione e violenza entrano nell’opera, e una certa idea di conflitto. Non sono io a disporre questo conflitto, ma succede.. è il conflitto a entrare nel lavoro. Se tu confessi questo, già sei ad un buon punto. Senza sapere che stai confessando qualcosa. I.V: Ma i bicchieri dell’installazione non sono un’immagine conflittuale. J.D: Per me la politica è anti-monumento e contro l’arte monumentale. La pietra nera pretende di essere un monumento, ma tutti sanno che non lo è. I.V: Si tratta di un’installazione politica? J.D: Quando faccio politica in senso stretto sono attivista e milito. Quando faccio arte sono un intellettuale, non sono politico, non rilascio istruzioni. Contemplo. I.V: Come è possibile fare politica senza operare violenza? J.D: Non saprei…negli anni settanta ero più “violento” (ride), poi sono andato in un posto in Siberia dove ho conosciuto gente bellissima che pratica una resistenza attiva senza violenza. Non ne avevano l’opportunità. La violenza era talmente agita su di loro che non si potevano permettere di resistere con la violenza. Per noi invece era il contrario : ci chiamavano a rispondere con violenza in quanto se non avessimo risposto in quel modo ci avrebbero ammazzato tutti. Era una situazione differente. In un certo senso le popolazioni in Siberia hanno resistito meglio, efficacemente, senza usare violenza. Purtroppo adesso non stanno meglio perché di nuovo il loro territorio è aggredito. L’America è invece un continente violento che pratica violenza continuamente. Se c’è un modo di resistere senza violenza non lo si scorge. Di conseguenza sono molto turbato ed indeciso su come muovermi e su cosa fare e come comportarmi I.V: E la questione dei diritti umani dopo Beijing ? J.D: In America purtroppo domina ancora Hollywood, una dominazione visiva ed individualista veicolata attraverso dei film stupidi I.V: Il suono dislocato nell’altra stanza è un altro elemento di Deposizione. J.D: All’inizio volevo semplicemente registrare il suono dei bicchieri che si infrangono perché sapevo sarebbe stato un bel suono. Poi mi hanno suggerito d’installarli a sé e così è stato. I.V: Forse la via della resistenza è l’ascoltare? Forse la via della resistenza è l’ascoltare I.V: C’è un discorso sulla memoria in quanto dimensione storica nel tuo lavoro? J.D: Per me c’è un elemento personale e privato. Non mi dispiace raccontare una storia, ma la storia non deve saturare il lavoro. Sono storie private. Non mi piace la narrazione. Gli oggetti di per loro portano un peso, la narrazione è un ulteriore peso. I.V: Quindi l’installazione è una questione di relazioni. Che tipo di relazione abbiamo con la pietra? J.D: È una relazione che si concorda con la pietra. Se camminiamo sul pavimento, anche se ci togliamo le scarpe, i piedi fingono di non sentirlo e la pietra/pavimento a sua volta pretende di non sentirli. Una finta indifferenza tra corpi… così ci dimentichiamo del corpo. I.V: E quando tocchiamo la pietra abbiamo una memoria del corpo? J.D: Quando tocchiamo la pietra, ci ricordiamo del corpo… ![]() Jimmie Durham Deposizione Vetro, metallo, ossidiana, tessuto 140 x 387 x 97 cm Foto: Marco Fedele di Catrano Courtesy: RAM |
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