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Giulia Caira - Crac Liceo Bruno Munari
Data: 28.02.2007


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Gli artisti correlati: Giulia Caira


Due rappresentazioni del disagio femminile 



 

Un liceo artistico intitolato a Bruno Munari nel centro storico di Cremona organizza ed ospita una bella iniziativa di divulgazione dell’arte contemporanea e convince artisti di fama internazionale a presentare le loro opere all’interno dello stesso istituto scolastico. La scelta, sostiene l’organizzatore dell’evento, è quasi obbligata e vuole favorire l’avvicinamento dei giovani studenti liceali all’arte contemporanea e spingerli a confrontarsi con essa. Una scelta forzata ma indispensabile, specifica con un briciolo di irritazione l’organizzatore dell’evento, perché in Italia “l’artista” non ha possibilità né di ottenere riconoscimenti istituzionali e formali né di trovare spazi o sponsorizzazioni per iniziative ed eventi che abbiano lo scopo di diffondere, divulgare, illustrare, mostrare, proiettare e far toccare con mano l’arte contemporanea a un pubblico il più ampio possibile che non sia solo di addetti ai lavori o d’elite.

L’arte contemporanea fatica a farsi comprendere soprattutto perché non trova spazi dove poter farsi conoscere: perciò si vedono con favore le iniziative come quella del Liceo Artistico cremonese volte a ridurre se non eliminare le distanze tra i giovani e l’arte contemporanea. L’iniziativa è sostenuta dal CRAC, (Centro Ricerca Arte Contemporanea) a partire dal 2003 all’interno dello stesso Liceo Artistico Statale “Bruno Munari” di Cremona per volontà di alcuni insegnanti ed artisti; il centro si pone come obiettivo di partecipare a mostre, laboratori, seminari e progetti speciali tutti centrati sull’arte contemporanea.





Nell’ambito di questa iniziativa, il CRAC ha potuto avvalersi di espositori di elevato prestigio nazionale ed internazionale. L’elenco degli autori che sono passati e passeranno in rassegna le loro ultime opere è rilevante e permette di individuare Cremona come uno dei più importanti luoghi d’incontro per la diffusione e la divulgazione dell’arte modera e contemporanea: Linke e Martegani, Paolo Chiasera, Markus Schinwald, Eva Marisaldi, Thorsten Kirchhoff, Bartolomeo Migliore, Manuela Cirino, ELASTIC, Lucia Uni, Alessandra Spranzi, Botto e Bruno, Elisabetta Benassi, Annamaria Martena, Tiziano Carboni, Semiconductor, Jaume Fargas i Coll, Korner Union, Ziad Antar, Alice Cattaneo, Jos van der Linden, Rune Valentijn Stoel, Martin Zet, Giulia Caira, Felipe Aguila, Jasa Mrevlje, Simone Catania, Sergio Breviario, Massimo Maida.


Dal  21 febbraio al 21 marzo, sono di scena due produzioni artistiche di Giulia Caira, e come esplicitata nella locandina dell’evento “Videoinstallazione”, si tratta di opere realizzate sfruttando il video ed il montaggio come mezzo per trasmettere sensazioni e stati d’animo sotto forma di arte. 


     

La mostra è stata allestita in un’aula dello stesso liceo artistico dover per l’occasione sono state chiuse tutte le possibili fonti di luce in modo da avere una visione perfetta dell’immagine proveniente da due televisori nel caso della prima opera e da uno schermo con proiettore nel caso della seconda opera, il tutto separato da una parete bianca costruita appositamente per l’evento. L’artista, cosentina di nascita ma torinese di formazione e cultura, punta la propria sensibilità sulla situazione di disagio che la società contemporanea crea, in particolare nei confronti dell’universo femminile.

Infatti la società contemporanea crea solitudine e frustrazione negando e rendendo molto difficili i rapporti umani e le possibilità di realizzazione delle persone, in particolare, le donne, creando lacci e laccioli che ne frustrano le possibilità.Tutto questo si trasforma in dolore che la Caria riesce ad esprimere con le espressioni di sofferenza, con il pianto ed arrivando perfino alla rassegnazione.


 
 

 La sensazione di disagio creata dall’assenza di luce in cui è calato lo spettatore/visitatore nonché di sofferta solitudine e di incomunicabilità verso il mondo esterno viene accentuato sia dallo sfondo scelto, nero e buio, sia dalla luce che illumina il viso della donna, viso illuminato da una luce debole e calda, quasi un lume di candela, sia da un sottofondo sonoro stridulo, formato da canti di bambini.      

Lo stesso senso di disagio è comunicato anche dal video trasmesso nei due monitor: nel primo schermo a sinistra si vede una figura femminile nuda di schiena costretta da fasce elastiche che si schianta ripetutamente contro una parete nera. Sul secondo monitor, la stessa figura oscilla con un movimento orizzontale veloce, prigioniera del perimetro costruito dalle fasce elastiche, rimbalza ossessivamente contro le pareti del monitor quasi per indicarne il confine, la mancanza di libertà, la mancanza di spazi in cui potersi muovere, liberare la propria persona senza riuscire nemmeno a farsi identificare perché non vuole e non può girarsi, quasi come se vivesse una vergogna intima e riservata, tanto da non farsi vedere, non farsi identificare come persona: un oggetto costretto dalle fasce elastiche a non muoversi. D’altra parte l’impossibilità di comunicare è espressa anche nel nastro adesivo sulla bocca.

Per l’evento di Cremona presso il CRAC, la Caira ha deciso di unificare i lavori in un unico progetto facendo interagire le due situazioni: in questo modo ottiene un contrasto molto forte tra il sonoro, il canticchiare inquietante dei bambini, la figura piangente e la costrizione decisa dell'altra figura che non trova spazi di vita necessaria per la propria esistenza.

Come sostiene in conclusione il  comunicato stampa dell’evento l’organizzatore della mostra Dino Ferruzzi e l’artista Giulia Caira “il riferimento letterario è al testo di Jonathan Franzen Zona disagio e all’immagine di copertina che illustra la mappa di un cuore – map of a man’s hearth, McCall magazine 1960 – in cui le sezioni evidenziate corrispondono ai diversi stadi emozionali dell’animo umano. In esso ritroviamo anche la cosiddetta zona disagio, i cui contorni, secondo Franzen, sono delineati in età adolescenziale dove rancori, delusioni e antiche frustrazioni stanno in agguato. Ed è proprio nel riconoscere e analizzare le proprie zone oscure, il proprio passato che si trova l’essenza di noi stessi e si conquista la capacità di riscrivere una nuova storia.”





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