ArtKey Magazine | ArticoloBellezza Pericolosa - PAN di Napoli
Autore: Anna Rescina
Data: 02.08.2007
Vai all'evento: BELLEZZA PERICOLOSA Vai alla sede: PAN - Palazzo delle Arti di Napoli Gli artisti correlati: Erwin Olaf, Anna Fusco, Sylvie Fleury, Lauren Greenfield, Rosy Rox, Marilyn Minter, Orlan, Rachel Lachowicz, Micha Klein, Sergej Bratkov, Margi Geerlinks, Nelly Agassi, Beth B, Nicola Costantino, Jacob Dahlgren, Davis & Davis, E. V. Day, Martin C. De Waal, Daniella Dooling, Kirsten Geisler, Paul Knight, Assi Meshulam, Joshua Neustein, L. A. Raeven, Gae Savannah, Joan Semmel, Joseph Stashkevetch, Ruud Van Empel Dov’è finita la bellezza “La bellezza salverà il mondo”, scriveva Fedor Dostoevskij. Finora, ciascuna civiltà ha dettato i propri canoni estetici, un ideale di perfezione esteriore spesso in lotta con le costrizioni della natura e la reale sostanza di cui siamo fatti. La nostra stessa società, cosiddetta occidentale, ovvero delle immagini, sembra aver riposto nel credo dell’apparenza le sue aspirazioni, i suoi valori morali, le ambizioni individuali e collettive ad essere (famosi, ricchi, e di successo). L’apparenza, propagata dai mass media, propone ed impone non solo canoni di bellezza, ma soprattutto l’urgenza e la necessità di adeguarsi: moda, celebrità, e divismo dettano le regole. Il non adeguarsi è indice di fallimento. Ciò che è pericoloso è la prepotenza del condizionamento: ne è spia l’ossessività della risposta dell’utente-consumatore-fruitore. Questo è il nucleo concettuale su cui è stata impiantata, concepita e messa in scena la mostra collettiva “Dangerous beauty – Bellezza pericolosa”, inauguratasi al PAN – Palazzo delle Arti Napoli il 5 luglio scorso. ![]() Sergej Bratkov, Four works from the series Kids II 2003 stampa fotografica a colori/ color photograph 30 x 40 cm courtesy Galerie Anita Beckers, Frankfurt Impianto tematico, scelte artistiche, tecnica d’allestimento, evento inaugurale stesso – tutti d’impatto, fortemente coesi attorno al concept – ricalcano lo stile d’oltreoceano: in America, del resto, è nata questa mostra, realizzata prima al Jewish Community Center e in seguito al Chelsea Art Museum di New York, a cura, anche qui in Italia, di Manon Slome. Negli Stati Uniti più che altrove, anche l’arte ha fagogitato, avendone adottato le stesse caratteristiche e modalità comunicative, i meccanismi dello star system: sensibilità individuali, stili di vita, sfere personali intime, specie se eccessivi o maniacali, attraverso i canali della comunicazione di massa, esibiti ed esasperati, divengono terreno fecondo di condivisione collettiva e partecipazione pubblica. Spettacolo e società, qui come non mai, s’identificano. La denuncia di un disagio individuale si traduce immediatamente in messa in scena spettacolarizzata. Allo stesso modo, anche l’arte ha finito per identificarsi nell’esibizione di una documentazione, ferrea, tenace, priva di reticenze e retroscena, tautologica, eppure esuberante ed esacerbata, del malessere. ![]() Micha Klein, Classic Artificial Beauty - The Original Sequence 1998 – 2003 video loop courtesy TORCH Gallery, Amsterdam “Bellezza pericolosa” ha un intento programmatico determinato: un hortus conclusus preciso, rispetto al quale nessuna opera sfora: tutte le installazioni e tutti gli artisti insistono sulla medesima materia, lo stesso discorso, con identiche accentuazioni. La questione è posta in termini concretissimi: non ci si chiede qui cos’è la bellezza, cosa significhi oggi, come si può intendere il discorso sociale, storico e culturale che la riguarda: questo avrebbe presupposto un fare arte non scevro da intellettualismi e relativismi di genere. L’esposizione focalizza, senza mediazioni di sorta, esattamente fino a quale punto può condurre l’ossessione, diffusissima, di eguagliare i parametri estetici dominanti e imperanti nei canali di comunicazione di massa: essenzialmente, la pubblicità, in tutte quelle che oramai non sono altro che sue diramazioni: la televisione, i giornali, il cinema, e, perché no, l’arte stessa. Lo show business ha fatto sì che rappresentazione e identità coincidessero: tutto si esaurisce nella dimensione, orizzontale, della messa in scena, e la progettazione, proiettata in uno spazio-tempo euristici, lascia il posto ai meccanismi della riproduzione: dell’immagine, lo stereotipo, l’identico. La standardizzazione reiterata della rappresentazione si applica a tutti i campi del sapere, dell’espressione, dell’esperienza, dell’immaginazione, fino a che non si è interiorizzata. (Warhol ha fatto scuola: del resto, non si può dire che non l’avesse previsto.) Stati s’animo, sogni, malesseri, contagiati da questo processo, a loro volta inglobano il corpo: attraverso la somatizzazione del disagio. ![]() Davis & Davis, The Ralphs (Dad, Mom, Baby, Sis) 1999 stampa fotografica a colori / color photograph 61 x 51 cm courtesy Heather Marx Gallery, San Francisco Consapevolezza del reale ridotta quasi al grado nullo: gli ultimi barlumi di coscienza sono rivolti all’evento, in quella ch’è oramai divenuta la voga: l’esibizione del disadattamento. Brandelli di sapere e quotidiano si mescolano: l’incarnare la banalizzazione delle nozioni – psicologia, medicina, psichiatria, sessuologia, etc. – subentra al carattere e alla personalità. Il disturbo, nelle sue più fervide manifestazioni e plateali conseguenze, diviene oggetto di rappresentazione: documentazione, resoconto, racconto dei sintomi della malattia, che ora assume, attraverso l’interiorizzazione del tratto sociale, connotati puramente individuali e personali, privati, in definitiva, perché del tutto estranei, della socialità intesa in senso politico e culturale. Manie, fissazioni, ansie, isteria, disturbi ossessivo-compulsivi, disordini alimentari, atti borderline, fobie: stati mentali documentabili attraverso gli effetti, specie se eccessivi e debordanti. Quindi: feticismo, anoressia, dismorfofobia con conseguente ricorso alla chirurgia estetica, sacrifici e cerimoniali atti a scongiurare l’angoscia, per finire, poi, a furia di rituali e show, per sconfinare nell’orrore. ![]() Erwin Olaf, Kate M dalla serie Mature 1999 stampa fotografica / photograph 84 x 113 cm courtesy dell’artista Dipinti, sculture, fotografie, installazioni video e ambientali per raccontare la malattia dei nostri tempi: la bellezza a tutti i costi. Non sono alieni dai meccanismi pervasivi di dissociazione dell’io, dei vissuti e del sociale, neppure gli artisti, che anzi fanno loro il disagio e le stesse modalità di viverlo. E così Orlan si sottopone deliberatamente a interventi di chirurgia plastica facciale, ai fini di documentare, con una maniacalità feroce, i postumi dell’intervento: una maschera di ematomi e tumefazioni, e il decorso di quaranta giorni di guarigione e scomparsa dei segni. Erwin Olaf in ”Rain” mostra due splendidi esemplari di donna sottopostisi alla ridefinizione totale mediante chirurgia estetica: una lastra sottopelle stira la fronte, mentre vistosi ganci metallici sorreggono le labbra, gli zigomi, le palpebre, evidentemente sostituiti da protesi. Beth B mette in scena protesi al silicone montate su corpo esposto in vetrinetta illuminata. Nicola Costantino, strizzando l’occhio alle pubblicità per cosmetici e creme anti-cellulite, invita ammiccante a fare un bagno con saponette ottenute con il proprio grasso, estratto mediante liposuzione. Questo il primo dei filoni che accomuna alcuni degli artisti: il feticismo relativo a una o più parti del corpo, l’eccessiva cura, il ricorso a pezzi di ricambio, la trasformazione nell’orrido. ![]() Marilyn Minter, Splish Splash 2006 stampa fotografica a colori / digital C-type print 152.4 x 218.4 cm courtesy dell’artista e Salon 94, New York Il secondo filone è più concentrato sul feticismo degli oggetti: ritratti glamour di scarpe, gioie preziose, oggetti metallici lucenti, fronzoli (Gae Savannah, Marilyn Minter, Silvie Fleury). Altre opere ancora fanno riferimento alla contaminazione umano-manichino-cyborg: bellezza virtuale, decomposta e rimontata, ibrida, transessuale, trans-razziale, oltre la differenza naturale-artificiale (Kirsten Geisler, Micha Klein, Rosy Rox, Joan Semel). Infine, il filone dell’impressionante esposizione del canone perfetto: la magrezza. Autentiche protagoniste della scena, le anoressiche: le ragazzine del Renhew Center, dove Lauren Greenfield ha documentato sei mesi di storie, diete e rituali; le gemelle L.A. Raeven, duo artistico intento nella teatralizzazione della propria malattia, l’astinenza assoluta dal cibo: ovvero, come il rituale si amplifica se impersonato nel doppio. Joshua Neustein inscena la prassi tipica cui si ricorre nell’anoressia: bere enormi quantità d’acqua ai fini di simulare sazietà. ![]() Jacob Dahlgren, Heaven is a place on earth 2006 tecnica mista, bilance pesapersone, alluminio / mixed media, bathroomscales, aluminium 305,5 x 299 cm courtesy dell’artista e Galleri Charlotte Lund, Stockholm Incubo, croce e delizia della deriva anoressica, la bilancia; Jacob Dahlgren ne fa oggetto d’arte: un tappeto di grandi dimensioni, la cui unità minima è una bilancia, rossa, bianca e blu, minaccioso e attraente al tempo stesso. La sfida è pesarsi in pubblico, se è vero che il peso, protagonista dell’esibizione, lo è anche delle nostre vite. Costrizioni, rinunce, sofferenze, psicosi e nevrosi del quotidiano: la sindrome della bellezza pericolosa è donna. Lo dice bene Daniella Dooling: manifesto della mostra “Camisole”, una sottoveste-camicia di forza, di unghie e cuoio, ad imprigionare il corpo, tenuto stretto e imbavagliato dalle deviazioni che la mente, corroborata dai processi di dissociazione impressi dal sociale, ingloba. |
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