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INTRAMOENIA EXTRA ART 2007. Intervista a Giusy Caroppo e all’artista Virginia Ryan
Data: 26.09.2007

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INTRAMOENIA EXTRA ART 2007- Il tour della meraviglia-

Tra pochi giorni prenderà il via il terzo evento diretto da Achille Bonito Oliva, Intramoenia Extra Art, che dal 2005 porta l’arte contemporanea nei castelli di Puglia.
Dopo Casteldelmonte (dicembre 2005-febbraio 2006), Manfredonia, Lucera e Monte Sant’Angelo (ottobre- dicembre 2006), quest’anno tocca al Salento.
Il progetto curatoriale di Giusy Caroppo, attraverserà i luoghi del barocco, in un “tour della meraviglia”, così come è stato definito da ABO, e porterà a Sud nomi eccellenti del panorama internazionale e non solo; tra gli altri Virginia Ryan e Baldo Diodato che nelle scorse settimane, sono stati impegnati in sopralluoghi, negli spazi a loro affidati, per la progettazione e la realizzazione di opere site specific.
Abbiamo intervistato la curatrice Giusy Caroppo e l’artista Virginia Ryan.


Maria Grazia Taddeo: Giusy, quest’anno, diversamente dalle altre edizioni, c’è stato un lancio con una visibilità ad ampio raggio: la conferenza stampa dello scorso 19 settembre al Maxxi di Roma.

Giusy Caroppo: Un successo di affluenza sopra le nostre aspettative, grazie all’impegno del nostro ufficio stampa Manual, coordinato da Paola Marino, e di Rossella Meucci Reale, esperta in found raising, che ha tessuto un fil rouge importante con la banca Monte Paschi di Siena, Main Sponsor di INTRAMOENIA EXTRA ART e che insieme alla Darc ha promosso la conferenza.


M.G.T.: Intramoenia, progetto complesso e pionieristico in Puglia, è riuscito, seppur in breve tempo, a conquistarsi sempre più l’attenzione e il sostegno degli Enti Istituzionali e Privati. Pensi che in un territorio periferico per l’arte contemporanea, il tuo progetto sia riuscito a far comprendere alle varie forze economiche di quali grandi e costruttive possibilità possa essere foriero il sostegno ad iniziative culturali?

G.C.: In Puglia fin’ora non c’è stata grande sensibilità di aziende private, se non di grandi strutture ricettive come Park Hotel Castel del Monte, nella prima edizione, e l’Acaya Golf Hotel Resort, in questa. Le grandi aziende, purtroppo, hanno ignorato l’evento, sebbene il parternariato del Club delle Imprese della Confindustria di Bari fa ben sperare per il futuro.
Una grande conquista è invece stata quella di mettere insieme le Soprintendenze, grazie anche al supporto di Ruggero Martines che ha condiviso dal principio la mission del nostro progetto, quest’anno la Provincia di Lecce in maniera veramente considerevole e finalmente la Regione Puglia, non solo per ciò che concerne la cultura – Silvia Godelli, assessore al Mediterraneo, ha dal primo momento dato ossigeno al progetto - ma anche il turismo, l’assessorato di Massimo Ostillio, realizzando il nostro sogno di un progetto che potesse unire in maniera intelligente “turismo e cultura”.


M.G.T.: Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, il fulcro delle esposizioni è non solo a Lecce, ma scegli anche paesi della provincia meno noti e meno “turistici” di altri.
Ci sono delle motivazioni che sottendono alla scelta di Acaja e Muro Leccese ?

G.C.: E’ uno dei pilastri del nostro progetto, promuovere i luoghi più decentrati rispetto ai tradizionali flussi turistici, favorendo l’entroterra, e soprattutto in periodi di bassa stagione, “destagionalizzando”, appunto. Castel del Monte innevato è il più bel ricordo che abbiamo delle precedenti manifestazioni.
Riguardo al progetto di quest’anno, il castello di Acaya ci è stato segnalato dalla Provincia di Lecce che ne ha finanziato il restauro e quindi con il nostro evento si celebrerà anche l’inaugurazione dello splendido maniero, che fa capo al comune di Vernole.
Muro Leccese invece ci è sembrato quasi un miracolo del nostro sud: un restauro perfetto, un supporto didattico eccellente – peraltro curato dal Professor Paul Arthur dell’Università di Lecce, che ha seguito i restauri di alcuni gioielli come il frantoio ipogeo del Borgo Terra - guide gratuite dalla grande gentilezza e competenza. E poi la poesia di luoghi che conservano la semplicità e il silenzio che le nostre città hanno dimenticato.


M.G.T.: Come nelle precedenti edizioni (Sara Ciracì per Casteldelmonte, Braco Dimitrijevic per Manfredonia) hai scelto luoghi ed artisti per interventi site specific. Per Acaja hai pensato a Virginia Ryan mentre per Muro Leccese, Baldo Diodato. Quale la ragione che ti ha indotta a scegliere questi due artisti?

G.C.: Sono anche loro artisti un po’ fuori dai circuiti tradizionali, ma che hanno già lavorato in progetti complessi curati da Achille Bonito Oliva, negli anni scorsi. Artisti che hanno operato prevalentemente all’estero, la Ryan in Ghana soprattutto e Diodato a New York; artisti che pongono alla base della loro ricerca uno stretto rapporto con il territorio, il genius loci e la sua storia. Ecco perché il lavoro di Diodato fermerà in calchi di alluminio lastricati stradali, muretti a secco e graffiti arcaici di Lecce e dintorni, quello sensibile e profondo di Virginia Ryan, traccerà un legame tra il luogo – il castello di Acaya e l’affresco rinvenuto della Dormitio Virginis – le tradizioni artigianali locali, il ricamo in questo caso – e l’interiorità , la personalità di donne di ogni estrazione sociale e età, invitate a collaborare al progetto.


M.G.T.: Cosa rimane di Intramoenia una volta chiuse le mostre? Intendo dire, nessuno dei vari Comuni interessati, ha mai pensato di dotarsi di una collezione di arte contemporanea, partendo proprio dalle opere ospitate, in particolare quelle site specific e in considerazione del fatto che la generosità degli artisti stessi avrebbe incoraggiato tale iniziativa con la donazione?

G.C.: È triste, ma è così. Sebbene gli artisti hanno spesso mostrato la volontà che i lavori restassero lì dove sono stati pensati e realizzati – e penso soprattutto all’installazione di Braco Dimitrijevic a Manfredonia - mai, dico mai, nessun ente ha fatto sì che ciò avvenisse.
Speriamo che quest’anno qualcosa cambi: tra i lavori che mi piacerebbe fossero acquisiti, c’è la complessa opera installativa di Francesco Schiavulli, artista fino ad oggi un po’ bistrattato dall’ambiente nostrano, che invece può aspirare tranquillamente a platee internazionali.


M.G.T.: Il tuo è un progetto triennale finanziato dalla Regione, quindi dovrebbe concludersi il prossimo anno. Pensi già quali nuovi siti coinvolgere, e soprattutto credi sia possibile prolungarne la durata? La Provincia di Taranto rientrerà tra siti da te pensati per un prossimo futuro?

G.C.: Si diceva triennale perché si pensava a due o tre eventi annuali, in zone diverse. Se ne sono realizzati uno l’anno, per cui spero che l’amministrazione regionale possa prolungare la vita del progetto, se non altro perché siano testimoniati altri luoghi del nostro territorio. Sicuramente, se ci sarà ancora vita per INTRAMOENIA EXTRA ART, penso alla Terra di Bari (Barletta, Trani e Bari appunto). A Taranto la proposta era già stata fatta, tuttavia non ebbi alcuna risposta. Probabile che la volontà di non rimanere fuori da questo progetto apprezzato un po’ in tutti gli ambienti nazionali, induca gli amministratori del tarantino e, perché no, del brindisino a farsi avanti.
Come gia anticipato, uno dei lavori site specific, è stato affidato a Virginia Ryan, che interverrà in una zona del castello di Acaya, recentemente venuta alla luce in seguito a scavi archeologici.
Si tratta delle fondamenta di una chiesa tardo bizantina, che conserva ancora intatto un affresco che ha come soggetto una Dormitio Virginis.
L’ambientazione è molto particolare in quanto insiste nel cortile del castello ed è separata dalle sale, è un luogo altro e proprio dalla sua identità Virginia è partita per ideare il suo progetto.

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Virginia Ryan durante l’incontro con le ricamatrici del gruppo Arakamare

Maria Grazia Taddeo: Virginia, vuoi raccontarci quali suggestioni ti ha ispirato il sito che la curatrice ha pensato di affidarti?

Virginia Ryan: La mia attenzione è stata immediatamente catturata dal tema dell’affresco: la scena della morte della Vergine, presenta la tradizionale iconografia medievale dell’animula che appena uscita dal corpo che passa in un’altra dimensione. Il mio intento è quello di creare un dialogo tra questa raffigurazione ed il concetto di sospensione.
“In transitu” (titolo del progetto) nella sua ideazione, intendeva concentrare la riflessione sulla transizione da uno stato esistenziale ad un altro, in accezioni plurali: entro il sonno e la veglia, la vita e la vita ultraterrena, la terra ed il cielo.


M.G.T.: Come per altri progetti anche in questa occasione hai voluto la collaborazione della gente del posto. Chi sono le persone che hai voluto come collaboratrici di “In transitu” e perché?

V.R.: Ho sentito il sito come uno spazio estremamente femminile, e da sempre conosco la devozione delle donne del Sud per la Madonna. Quindi ho pensato alle donne della comunità, ed ho cercato qualcosa che fosse particolarmente legato alle loro radici culturali. Sono venuta a conoscenza della tradizione di tramandare di madre in figlia l’arte del ricamo. Ho fatto riferimento anche alla mia storia personale: mia suocera è napoletana, anche lei una donna del Sud, e mi sono venuti in mente i miei riposi estivi sulle federe ricamate del suo corredo.
Il corredo, altro elemento femminile. Ma soprattutto le federe. Sul cuscino il nostro corpo si abbandona e raggiunge nel sonno un’altra dimensione, sul cuscino siamo soggetti a quotidiane transizioni.
Così l’idea di avere tante federe, ognuna testimone di un personale passaggio. Ho contattato un gruppo di ricamatrici e ho chiesto ad ognuna di loro di ricamare una parola che fosse significativa di una transizione del loro percorso personale.
Le federe saranno tese e sospese in maniera irregolare sui resti archeologici, come tele che sussurrano in bianco momenti privati ma universali, e si metteranno in relazione con l’affresco.


M.G.T.: Quindici le donne salentine che hanno lavorato con te, ci racconti come hanno e come hai vissuto questa esperienza e quali sono le storie di transizione che hanno deciso di donare?

V.R.: Come all’inizio di ogni progetto di questo tipo, c’era il timore di incontrare un po’ di diffidenza ed invece, come ogni altra volta, la gente è stata disponibile e si è prestata prendendo molto a cuore il lavoro e donando le proprie esperienze di vita mettendosi a nudo.
Il gruppo si chiama Arakamare. Sono quindici donne; un gruppo di amiche, madri, figlie, sorelle che si riuniscono in laboratori di ricamo coordinati da Anna Maria Spano. Sono donne di diverse età, e di diversa estrazione sociale e tutte hanno partecipato con grande generosità. Le parole che hanno scelto di ricamare sulle federe hanno a che fare con la loro vita quotidiana: con i ricordi, con le speranze, con gli affetti, con la fede. Ecco, in questo, il senso del progetto ha un po’ cambiato aspetto; infatti accanto a parole testimonianza di momenti di transizione raccontati da alcune donne, si sono affiancate anche parole dalla fortissima connotazione di permanenza nella vita, che hanno dato al concetto di transito anche un valore di crescita, o di momento di svolta delle proprie esistenze. Mi è piaciuto che il progetto si modellasse sulle esistenze di chi si è fatto “creatore” insieme a me del lavoro, e quindi per rispettarne l’autenticità ed il marcato e sincero coinvolgimento ho deciso di lasciare che questi aspetti diversi e anche contrastanti convivessero stabilendo una nuova dinamica.


M.G.T.: I tuoi interventi hanno la caratteristica di essere una sorta di immersione e condivisione nella antropologia viva e pulsante dei luoghi in cui operi, significativa è infatti anche la scelta di collaborare da tempo con il prof. Steven Feld, antropologo nonché uno dei maggiori esperti di etno-musicologia. Anche in questo caso hai previsto un suo intervento con uno spazio sonoro appositamente creato per “In transitu”. Di che si tratta?

V.R.: Steven mi ha accompagnato nel sopralluogo, ha incontrato con me le ricamatrici, le ha osservate lavorare e le ha ascoltate leggere le motivazioni che ognuna aveva per le parole ricamate. Così è nato l’accompagnamento sonoro: abbiamo registrato la voce di ogni donna mentre leggeva, e poi il chiacchiericcio durante il lavoro. Queste registrazioni saranno il sottofondo sonoro dello spazio delimitato dalle federe, e la loro riproduzione è stata studiata in maniera tale da creare la percezione, insieme alla disposizione delle federe, di uno spazio intimo e domestico, che è soprattutto uno spazio dell’anima.


M.G.T.: Una volta chiusa “Intramoenia Extra Art”, pensi che questa installazione potrà avere un proprio cammino ed essere esposta altrove?

V.R.: Sì, questa è una idea che sta maturando man mano che il lavoro va avanti: in occasione del sopralluogo ho voluto fotografare ognuna delle donne, con il proprio ricamo tra le mani. L’intensità dei visi, la forza degli sguardi, mi ha affascinata, e credo che in futuro queste foto, i testi, magari proprio i manoscritti, potrebbero costituire ulteriore materiale per dare nuova forma al progetto o comunque una documentazione completa di esso.

In Copertina: Da sinistra Virginia Ryan, Steven Feld e Giusy Caroppo durante il sopralluogo ad castello di Acaja





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