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Mark Rothko - Palazzo delle Esposizioni di Roma
Autore: Melania Rossi
Data: 16.10.2007

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Mark Rothko

“L’avanzamento del lavoro di un pittore, che si sposta nel tempo da un punto a un altro, andrà verso la chiarezza: verso l’eliminazione di tutti gli ostacoli tra il pittore e l’idea, e tra l’idea e l’osservatore. [...] Raggiungere questa chiarezza vuol dire, inevitabilmente, essere compresi”.
Mark Rothko

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Mark Rothko
Entrance to Subway
, 1938
Olio su tela
86,4x117,5 cm
Collezione Kate Rothko Prizel
© 1998 by Kate Rothko Prizel and Cristopher Rothko
By SIAE 2007.


E’ necessario compiere uno sforzo emotivo per liberarsi dalla necessità intellettuale di attribuire un’etichetta precostituita a ciò che si sta osservando. Classificare è imbalsamare e il prezzo è la mutilazione dell’identità. La comprensione che sembra essere così raggiunta è in realtà un anestetico all’emozione, niente di più lontano dalla chiarezza data dall’espressione limpida di un’idea. Davanti ai quadri di Mark Rothko l’osservatore deve abbandonare le definizioni ed entrare completamente nel sentimento dell’opera. Solo così le forme diventeranno improvvisamente eloquenti. Se questo non avviene, accadrà che uscendo dalla retrospettiva consacratagli dal Palazzo delle Esposizioni, pur ben costruita e lineare, ci si accorga di non aver capito. Si avrà la sensazione di aver perso l’essenziale.

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Mark RothkoSenza titolo (Study for Antigone), 1940 ca.
ouache e acquerello su carta
15,3x21,6 cm
Collezione Christopher Rothko e Kate Rothko Prizel
© 2007 by Kate Rothko Prizel and Christopher Rothko
By SIAE 2007.


Sono queste le premesse fondamentali per avvicinarsi al lavoro del grande pittore americano come lui stesso avrebbe voluto, cioè esclusivamente attraverso l’emozione: “Sono interessato solo ad esprimere emozioni umane fondamentali – la tragedia, l’estasi, l’estinzione e così via – e il fatto che molte persone collassino e piangano quando si trovano di fronte ai miei dipinti è una prova che comunico queste emozioni umane”.

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Mark RothkoSenza titolo, 1948
della serie Multiforms
Olio su tela
136,8x78,4 cm
Collezione Christopher Rothko
© 1998 by Kate Rothko Prizel and Cristopher Rothko
By SIAE 2007.


L’arte di Rothko è quindi atta alla comunicazione, allo scambio. La vita e la morte di ogni sua opera sono affidate esclusivamente allo sguardo del visitatore.
La complessiva leggibilità della mostra, data dalla divisione in sale a seconda delle diverse fasi del percorso artistico del pittore di origine russa, non deve costituire un inganno per l’osservatore. Lo stesso Rothko, infatti, rifiutò una lettura evoluzionistica della propria ricerca. Non si tratta di una pittura che va dall’ovvio all’oscuro, dal figurativo all’astratto, ma, piuttosto, è accaduto che nel tempo i simboli siano stati di volta in volta sostituiti.

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Mark RothkoNo.12, 1949
Olio su tela
171,5x108,1 cm
Collezione Walker Art Center, Minneapolis
Donazione, the Mark Rothko Foundation, Inc., 1986
© 1998 by Kate Rothko Prizel and Cristopher Rothko
By SIAE 2007.


Dai primi lavori della seconda metà degli anni ‘30, fino agli ultimi Black on Gray Paintings del 1969, il processo di avvicinamento alla chiarezza di cui parla il pittore non ha soppresso le figure in favore delle armonie cromatiche che lo hanno reso celebre. Al contrario, tutta la pittura di Mark Rothko è fatta di cose. Le distese di colore delle enormi tele degli anni ’50 sono cose. Niente di più lontano dai simbolisti quindi, e da Mondrian, a cui è stato spesso avvicinato. Se Mondrian divide la tela, Rothko vi pone sopra degli oggetti, che fluttuano sul fondo monocromatico estinguendosi sempre prima del bordo. L’effetto è del tutto atmosferico perchè i piani sono sovrapposti e il colore non è mai omogeneo.

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Mark Rothko
No. 12
, 1951 Tecnica mista su tela 145,4x134 cm Prestito anonimo © 1998 by Kate Rothko Prizel and Cristopher Rothko By SIAE 2007.

Anche la produzione giovanile, la serie dei Subway Paintings (1935-1939), mostra forme e colori evocativi sul piano emotivo. Il tema dell’isolamento dell’uomo generato dalla grande metropoli è rappresentato da figure umane esili e slanciate come filo a piombo, che ricordano Giacometti. Il colore dominante è un leggero grigio diffuso, a rivelare l’assenza di colore dell’esistenza. Superfici bidimensionali inscrivono i personaggi in un mondo spettrale, effimero. Ma il mondo simbolico a cui Rothko ha attinto fino ad ora comincia a dissolversi. Si fa sempre più largo l’uso di mezzi puramente pittorici: linea, superficie e piani paralleli.
Nelle opere degli anni ’40, elementi surrealisti e mitologici sono celebrati sullo sfondo degli eventi della Seconda Guerra Mondiale. Dalla lettura dei tragici greci e da alcuni personaggi in particolare, come Edipo o Antigone, l’artista trae ispirazione creando figure ibride. Parti anatomiche suddividono la superficie pittorica in più fasce orizzontali, mescolandosi ad elementi geometrici che richiamano fregi e architetture classiche. Di fronte a questa serie non si può non pensare a Picasso. Nel maggio del 1939 arrivava, infatti, a New York, la Guernica.
Nei Multiforms, invece, le macchie sono gli elementi preminenti. L’artista scompone e ricompone gli elementi sulla tela e lo sguardo è costretto a seguire le masse colorate dialogando con l’opera. Ma le macchie, ancora, non possono essere lette che come macchie.
Questa fase di passaggio lascerà presto spazio ad una composizione fatta di piani paralleli sovrastanti l’uno all’altro. La tavolozza si anima di colori brillanti, creando forti contrasti cromatici e luminosità fluorescenti. Si ha la sensazione che le superfici siano indipendenti e che si influenzino tra loro perchè costrette in un’area limitata. I piani retrocedono e avanzano sullo sfondo, in un movimento galleggiante percepibile solo ad uno sguardo attento e prolungato. Le tele, intanto, diventano di dimensioni sempre più monumentali. L’autore non poteva che “starvi dentro” dipingendole, essere quindi inevitabilmente sincero. E anche lo spettatore, soggiogato, non ha scampo.
L’esperienza vissuta di fronte a queste opere è difficile da circoscrivere. Osservando infatti la tela ad una certa distanza, l’occhio reagisce ai contrasti cromatici percependone l’armonia o i contrasti. Ad uno sguardo ravvicinato, invece, stupisce la disomogeneità della stesura, “sporcata” da continue interferenze di colori differenti. Le sensazioni che ne derivano appartengono alla scala dei sentimenti umani, al dramma umano. Lo stile dell’artista è così giunto al suo momento di massimo fulgore. La sua consapevolezza è tale da permettergli una protesta, anzi, il vero e proprio scherno della ricca classe newyorkese, solo attraverso la sua arte. Così si spiega l’effetto opprimente e cupo delle gouaches preparatorie realizzate per decorare il lussuoso ristorante all’interno del Seagram Building. Una sezione a parte della mostra è giustamente dedicata a questi lavori. Per tale opera, commissionatagli nel 1958, Rothko si servì della tavolozza più scura che avesse mai tentato fino ad allora. L’artista spiegò le ragioni di quel gesto ad uno sconosciuto incontrato nel vagone ristorante durante un viaggio in treno: “Ho accettato quest’incarico come una sfida, armato di intenzioni del tutto malevole. Spero tanto di riuscire a dipingere qualcosa che guasti l’appetito di ogni figlio di puttana che entrerà in quella sala per mangiare”.
Il cerchio si chiude nell’ultima sala, con la serie dei Blackform Paintings, datata 1964, e con l’ultimo gruppo di dipinti, i Black on Gray Paintings. La sintesi qui è estrema. Il cromatismo vivace si spenge e le opere si tingono di toni scuri, quasi di nero su nero. In realtà, le campiture sono ancora presenti all’interno della composizione, ma emergono più lentamente. Dopo un certo tempo d’osservazione i piani si spingono in avanti, posandosi sugli occhi di chi guarda come bende scure.
Non c’è più dialogo con l’opera. L’osservatore è costretto ad un distacco che non gli permette nessun movimento se non un’introspezione intima, silenziosa. Lo stesso raccoglimento cercato forse dall’artista, ormai famoso, che in un discorso di ringraziamento per l’assegnazione della laurea honoris causa della Yale University, dice: “Quando ero giovane, l’arte era una cosa solitaria: nessuna galleria, nessun collezionista, nessun critico, nessun soldo. Tuttavia era un’età dell’oro, perchè non avevamo niente da perdere e una visione da guadagnare. Oggi non è più come una volta. É un periodo gravato dalla prolissità, dall’attività, dal consumo. Quale condizione sia migliore per il mondo nel suo insieme, è quanto non mi arrischierò a discutere. Ma so che gran parte di quanti sono incalzati da una vita del genere sono alla ricerca disperata di sacche di silenzio in cui possano radicarsi e crescere. Dobbiamo tutti sperare che riescano a trovarle”.
Mark Rothko si sarebbe tolto la vita dopo pochi mesi.

Nota: le citazioni sono state tratte da Scritti sull’arte. 1934-1969, testo che raccoglie tutte le pubblicazioni di Mark Rothko in riviste, giornali o cataloghi di mostra, la sua cospicua corrispondenza e la trascrizione di quaderni, conferenze e interviste.



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In copertina:

foto-.
Henry Elkan Mark Rothko 1953