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ULTIME ULTIME CENE, Cenacolo Vinciano di Milano
Autore: Laura Atie
Data: 10.12.2007

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ULTIME ULTIME CENE

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Filippo Avalle


La prossimità fisica al Refettorio del Convento domenicano di Santa Maria delle Grazie, dove Leonardo lavorò per quattro anni all’Ultima Cena fu il pretesto con cui Alexandre Iolas decise di inaugurare, nel 1987, la nuova galleria del Credito Valtellinese, di cui era all’epoca direttore artistico. Situato all’interno del Palazzo delle Stelline, dunque affacciato anch’esso – come la splendida architettura della Chiesa – sul Corso Magenta, questo spazio diventò per l’occasione un luogo di confronto temporalmente sospeso e di rilettura del Cenacolo Vinciano, ad opera e omaggio di Andy Warhol, che concepì e realizzò appositamente una serie di serigrafie.
Un omaggio che oggi si rinnova: nel ventennale di attività della Galleria, i curatori Philippe Daverio e Dominique Stella hanno riproposto questo tema, così delicato e forte, declinato secondo le sensibilità artistiche di Spoerri, Recalcati, Avalle, Nitsch e altri.
L’opera pop è posta alla (nostra) sinistra rispetto il secco Leonardesco; vederle nella stessa sala è un’occasione che non si ripeterà molto presto.
La Piccola Sacrestia nel chiostro Bramantesco di via Caradosso, ospita un lavoro di Martial Rayasse, Heureux Rivages: la Cena si consuma lontana, sulle colline troppo verdeggianti perché sia già il tempo della vendemmia; eppure, il vino, simbolo indiscusso del sacrificio di Cristo, versato ad memoriam il giovedì di passione, ricorre in quest’opera idealmente divisa in tre momenti, in cui la narrazione si dissolve per lasciar spazio all’interpretazione allegorica.
Come nelle antiche iconografie di Bacco – cui il giovane abbandonato sulla panchina in primo piano, ebbro e livido, sembra alludere – i possibili ‘stati’ della vite (e del suo frutto) sono rappresentati in contemporanea sulla stessa superficie. Manca forse la semina, ma sono presenti la vendemmia del grappolo maturo e il nettare fermentato della pigiatura: ad indicare ancora la rinascita, una promessa di rinnovamento, di vita nuova. Accanto al vino rubino, il pane. Attorno al giovane, oltre il verdeggiare di un filare, c’è una donna discinta sulla destra e un gruppo di persone allucinato, i cui volti sono maschere smorfiose, alla sinistra. Si direbbero tutti nostri contemporanei, persi nella follia di questo tempo, come la ragazza in costume che scivola correndo nei prati dello sfondo. Ad osservare bene questo acrilico lascia grande spazio al lavorio mentale dello spettatore.


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Antonio Recalcati

Alla galleria si giunge passando anche per il chiostro delle Stelline; il corridoio all’ingresso è decorato da Lorenzo Petrantoni, un collage caotico di minute riproduzioni in bianco e nero con tutte le ‘ultime cene’ della storia dell’arte. Appena entrati, invece, ci accoglie una tavola imbandita di vetrerie finissime, soffiate da un mastro vetraio, Silvano Signorotto, che restituisce perfettamente un’opera di Simone di Baschenis, datata intorno al 1534 e conservata in S. Stefano di Carisolo in Trentino: i piatti, i calici e le posate, i pesci, i pani e l’agnello a centrotavola, oltre ai crostacei ‘infuocati’ che a quel tempo pare popolassero i fiumi della zona.
L’opera di Hermann Nitsch ripropone parte di quanto esposto nel 2000 al Centre Culturel Français; una serigrafia del 1983 guarda nelle viscere del corpo umano e riversa sulla tela formule matematiche ed anche in questo caso il pensiero torna un po’ alle anatomie Leonardesche, ma libere e filanti come gomitoli di lana. Alcuni altari ospitano tracce di cera e macchie di vino, calici, fazzoletti di carta e zollette di zucchero; alle pareti solo alcune delle vesti degli apostoli – camici da pittore immancabilmente sporcate e usurate dalla vocazione e dal rosso.
L’Ultima cena di Filippo Avalle è l’inizio di un viaggio infinito nel cervello-mente. Anche per quest’opera, splendida, la lettura iconologia richiederebbe un lavoro particolarmente attento e preciso, vista la quantità e ricchezza di riferimenti che si possono cogliere, anche grazie al disegno (o forse si dovrebbe chiamare progetto) preparatorio di una futuristica e insieme mitologica e spirituale ‘struttura stratigrafica al neon’.
La narrazione è frammentaria e sospesa, evocativa, relativa. Un brulichio di personaggi, spiriti, ninfe, sirene, animali, piante… così anche pareti di ghiaccio, ascensori, architetture, si sedimentano e confondono l’una sulle altre, ogni particolare nasconde un pensiero che fluisce vorticosamente nei segni accanto, rendendoli simboli carichi di significato.

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Andy Warhol

Maria incinta vede il futuro, l’antico tema dell’Annunciazione è così attravesato da un fremito di gioia e dall’ombra di un presagio di morte. Più in alto, il corpo di Cristo è risucchiato dall’occhio di Dio. Danze alate e leggere si contrappongono al peso della terra intera, perché il sacro presuppone la partecipazione del corpo, profano.
Tutte le religioni sono comparate, in qualche modo armonizzate, come a voler sciogliere in una rivelazione , con una preghiera finalmente universale, l’incomprensione Babelica dei popoli.
Novello Finotti propone una scultura in granito nero dello Zimbawe, A confronto, due uomini si parlano e le loro bocche sono separate dal leggero soffio dell’alito, contrapposto alla corporeità massiccia dell’insieme.
Cinque tavole ad olio condensano la meditazione di Antonio Recalcati: quella grande, centrale, non rappresenta che una tavolata di legno, spoglia, povera. con del filoni di pane nei piatti del coperto e i bicchieri ancora rovesciati. La luce filtra da una finestra e l’ombra di una croce si allunga sulla tavola. Il chiaro scuro è incisivo e potente, il senso è tragico, già incombe il dramma.
Altre quattro opere più piccole, su entrambi lati, rappresentano un giovane apostolo in canottiera. Disperato, spaventato, nei dipinti superiori si copre il volto con le mani, mentre in quelli inferiori assume un atteggiamento più spirituale, di preghiera: il bicchiere è vuoto, apre le braccia come ad accogliere il proprio destino e a ripetere la preghiera: Padre Nostro.
Le Ultime cene di Daniel Spoerri sono quelle marmorizzate di 13 (anzi, l’Uno più 12) grandi protagonisti della nostra storia: Gesù e Socrate, Brahe, Goethe, Freud, Proust, Duchamp… scolpiti e modellati nella pietra Carrarese una tavola con gli oggetti-simboli che per storia o tradizione identificano questi uomini e una traccia del loro ultimo pasto (una madeleine, delle uova, una scacchiera...); ad uno ad uno, i commensali si sono alzati e allontanati definitivamente, in silenzio.
Dopo la bianchissima e accecante installazione-scultorea di Velasco, il percorso volge al termine con un ironico Banchetto funebre del Nouveau Réalisme: è il manifesto firmato da tutti gli artisti del gruppo che si ritrovano a Milano nel 1970 per festeggiare il decimo anniversario sempre sotto l’egida dello Chief Daniel Spoerri.
Il tema cristiano della celebrazione di qualcosa di ultimo – la cena, intima, al termine della giornata – ma solo apparentemente definitivo, necessario al compimento di volontà oltremondana, diventa laico nella misura in cui l’uomo si prepara all’abbandono o alla morte: c’è un istante in cui il dolore, per quanto mitigato dalla speranza (che alcuni chiamano certezza), resta quello che è, disarmante impotenza e rassegnata solitudine. D’altronde, non si diventa uomini che quando si impara a essere soli.

In copertina:
Novello Finotti