ArtKey Magazine | ArticoloUntitled, Galleria Raffaella Cortese di Milano
Autore: Guia Cortassa
Data: 14.12.2007
Vai all'evento: UNTITLED Vai alla sede: Galleria Raffaella Cortese Untitled ![]() Quattro opere, diverse, riunite in una mostra, che apparentemente non hanno niente a che vedere l’una con l’altra. Untitled. Nessuna connotazione, nessuna denotazione, ammoniscono già dal comunicato stampa: tutto ciò che accomuna i quattro lavori è il silenzio dello spettatore davanti all’arte. E così ho fatto, sono rimasta in silenzio davanti ad esse, ed ho capito. Era una manzoniana dichiarazione di falsa modestia, perché le opere, tra di loro, sviluppano una dialettica dalla profondità rara, che le rende veri e propri esempi di Arte. Come quattro affermazioni secche, quattro sentenze, ci danno una chiave di lettura della condizione umana – soprattutto del cosiddetto “sesso debole” - del nostro tempo. L’accoglienza è affidata al cubano Kcho, il più giovane dei quattro artisti. La sua “Colonna infinita” di pneumatici tocca il soffitto, è schiacciata da esso, è in equilibrio precario, potrebbe crollare da un momento all’altro. Senso di claustrofobia e di precarietà, di instabilità: un ritratto dell’uomo del giorno d’oggi, un memento mori inconsueto ma che travolge lo spettatore. Jana Sterback, praghese, con il suo Bread Bed, ci catapulta dell’intimismo femminile. Quale, infatti, un luogo più interiore del letto? Il materasso, realizzato con del pane, fa ricordare all’artista il calore e l’importanza del quotidiano, del nucleo famigliare e della casa come luogo storico ed emozionale, in contrasto con i non luoghi che popoliamo ogni giorno della nostra vita, impersonali e freddi. La responsabilità della donna di prendersi cura dei suoi cari, nutrendoli e proteggendoli, si svecchia del luogo comune di affermazione maschilista e retrograda, per assurgere a verità universale. La posizione dell’uomo è secondaria, l’organizzazione è tornata ad essere matriarcale, e il potere risiede proprio nella sfera dell’interiorità e degli affetti. Agli antipodi si pone, invece, la donna di Juliao Sarmento, portoghese. Svuotata di ogni connotato, addirittura senza il capo, ma con un vestito nero, tanto sensuale, quanto semplice, quella dell’artista di Lisbona è una “donna oggetto”, immobile, da guardare e non indagare. Svuotata di ogni capacità critica ed emozionale, inerte davanti allo sguardo e al giudizio altrui, ferma sotto i riflettori come un’esemplare da ammirare, posta in ossimoro con il titolo dato all’opera: Dentro. Un’inquietante presenza ricorrente nel lavoro dello scultore lusitano, la donna senza volto rappresenta la mercificazione dell’universo femminile, la negazione del femminino sacro, lo spegnimento della sensibilità femminea. La fiammella della speranza muliebre si riaccende con il lavoro che chiude la mostra: Southern Hemisphere Constellation di Kiki Smith. L’eterea e candida fanciulla della scultrice newyorkese dorme dolcemente adagiata sulla lattea distesa di stelle, nuova protettrice della volta celeste e di coloro che abitano sottostante, immersa nella placida calma del sonno. Ogni astro è un punto nero, che avvolge anche il corpo della nuova Dea; ribalta la realtà, la Smith, il cielo notturno non è più nero, non sono le stelle piccoli punti bianchi a rischiararlo. L’Universo cambia di genere, diventa femminile, come la Via Lattea, che scaturisce da un seno femmineo. “Spes ultima dea” dicevano nel mondo classico; evidentemente, a giudicare da questa mostra, la classicità è ancora assolutamente attuale. ![]() |
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