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INTERVISTA A MARCELA CERNADAS
Data: 11.01.2008

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Vai all'evento: Marcela Cernadas - Velamina

Vai alla sede: Chiesa San Salvador


Giovedì 13 dicembre nella chiesa di San Salvador a Venezia, in occasione del suo Cinquecentenario, si è inaugurato il nuovo lavoro di Marcela Cernadas, Velamina, delicata installazione site-specific che intesse un dialogo particolare con la celebre pala d’altare di Tiziano Vecellio, raffigurante la Trasfigurazione, ospitata all’interno dell’edificio.
L’evento, visibile sino al 16 dicembre, è stato curato da Agnes Kohlmeyer in collaborazione con la Galleria Michela Rizzo.


Abbiamo incontrato Marcela Cernadas che ci ha spiegato nei particolari il significato del suo lavoro. L’artista, nata a Campana in Argentina, vive e lavora fra Venezia e Buenos Aires. Ha iniziato dipingendo nature morte per poi scoprire il video e la poesia in cui ha continuato a trasporre la fisicità e la pietas dei primi oli. Le sue opere, costruite da sottili equilibri tra sacro e profano e partendo da dati contingenti, come per esempio il cibo, ci parlano di tematiche universali: vita, morte, amore.
Cernadas è collaboratrice alla didattica nella Facoltà di Design e Arti dell’Università IUAV di Venezia e visiting artist nell’ Art Center College of Design di Los Angeles.

Barbara Cortina: Marcela, raccontaci la genesi del tuo ultimo lavoro Velamina.


Marcela Cernadas:
Velamina ha una lunga storia alle spalle, come la maggior parte dei lavori della riflessione artistica contemporanea. Per quanto mi riguarda, io mi sono sempre interrogata sulla possibilità, da parte di un’opera d’arte contemporanea, di avere un forte valore cultuale e devozionale, oltre che culturale od estetico, proprio come accadeva ai tempi delle antiche committenze. Devozione che, devo dire, ho ritrovato personalmente ne La Trasfigurazione di Tiziano e che vedo trasparire nei volti delle persone che vengono a visitare la chiesa. Questo aspetto mi sta molto a cuore e si riflette in molti miei lavori.


B.C: Non a caso Velamina, che adesso ci descriverai, è frutto di un rapporto molto intenso che tu hai con questo spazio, non è vero?


M.C:
Sì, sono arrivata a Venezia dieci anni fa e frequentando la chiesa di San Salvador è nata una grande amicizia con il suo parroco e un dialogo continuo e delicato con questo spazio e con le persone. Traendo spunto dal riverbero di luce magica e fortissima che proviene dalla Trasfigurazione di Tiziano, e dalla rivelazione di Cristo nel racconto biblico, sono partita con il mio intervento come se ancora oggi fosse possibile ricostruire ed amplificare per un momento questo istante cultuale, permettendoci di interrogarci anche sul valore simbolico delle opere d’arte contemporanea. Nella pratica, Velamina si compone di 24 tondi di sottilissimo velo, decorati con un piccolo ricamo di filo intinto nel latte e disposti a venti metri di altezza, a partire dalla sinistra del tamburo dell’altare dove si trova la pala del Tiziano. L’intervento è così monumentale quanto minimo.


B.C: Personalmente io trovo che i tuoi lavori abbiano una presenza fisica molto forte ma al tempo stesso estremamente raffinata nella loro composizione finale.

M.C: La forma per me è fondamentale. Come mi ha insegnato il mio maestro Franco Rella (n.d.a. ordinario di estetica allo IUAV di Venezia), il compito fondamentale dell’artista è continuare a trovare il modo di confrontarsi con ciò che è indicibile, con le forme fisiche frustanti la maggior parte delle volte, senza arrendersi mai.

B.C:
Nella estrema fisicità dei tuoi lavori, specie in quelli video, c’è un rimando alla caducità della vita?


M.C: Certamente.

B.C:
Si può dire che il lavoro che hai presentato alla Biennale di Venezia 2003, Il gioco del mondo, all’interno del progetto Recycling the future a cura di Angela Vettese sia stato una sorta di spartiacque nel tuo percorso da questo punto di vista?


M.C: Sì è possibile, il progetto mi ha permesso di lavorare con altre due artiste, Viviana Millan, mia carissima amica e Enrica Cavanzan e aprirmi ad una dimensione più poliedrica. In quel tempo Il gioco del mondo considerava l’aspetto del sacrificio e della crudeltà e sì, effettivamente, già incombeva il tema della carne a contrasto con i liquidi a cui sono arrivata con grande lentezza. Quando mi sono accorta che i liquidi con cui lavoravo, latte, miele, vino, olio erano alla fine delle abluzioni pagane, libagioni per gli dei, allora la carne non poteva più essere ignorata e ha spezzato decisamente un equilibrio, per la brutalità che essa comunque contiene.

B.C: Alla luce di questa ultima considerazione, il tuo lavoro può essere letto come una progressiva presa di coscienza di quella caducità e natura effimera dell’uomo e delle cose, di cui parlavamo prima, che a seconda dei momenti si fa più o meno prepotente?

M.C: Sì, sicuramente. Questo emergerà anche dalla mia prossima opera a cui sto lavorando in Spagna in questo momento, una serie di video, poesie e quaderni in cui proverò ad inserire con molta prudenza il pane.

B.C: Come scegli i titoli delle opere?

M.C: La titolazione è un momento molto delicato che avviene con l’aiuto della mia curatrice Agnes Kohlmeyer e, nel caso di Velamina, del mio parroco Don Natalino Bonazza.

B.C: Com’è nata la collaborazione con la Galleria Michela Rizzo?

M.C: Sempre tramite Agnes Kohlmeyer. Ci tengo a dire che ho trovato da parte della Galleria Michela Rizzo una grande disponibilità ed attenzione verso il mio progetto, che non capita spesso.

B.C: Marcela pensi di non aver potuto operare da nessun’altra parte se non a Venezia, con tutta la sua storia e il suo passato?

M.C: La domanda è molto complessa, forse non ho ancora una vera risposta. Il migrare in Argentina è molto sentito, io ho avuto una vita nomade ma qui a Venezia ho trovato vera accoglienza e sostegno per il mio lavoro. Devo dire che essere circondati continuamente da tutta questa storia fa sì che uno non diventi un barbaro e tutto scarti, facendo continue tabule rase.

B.C:
Quindi, a chi accusa il nostro Paese di essere troppo ancorato al passato tu risponderesti idealmente che da questo passato bisogna ripartire?


M.C:
Sì risponderei così. Questo è proprio lo spirito che pregna nei due lavori che ho fatto per il centro storico di Venezia, Velamina e Vita et Dulcedo. Ripartire e ripartire ancora una volta, non possiamo fare altro.


B.C: Mi sembra la conclusione perfetta. Ti ringrazio Marcela.


M.C:
Grazie a te.






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