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Gionata Gesi Ozmo, Allegra Ravizza Art Project, Milano
Data: 11.01.2008

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Una personalissima declinazione del pop surrealismo. Con riferimenti alla mistica. Soggetti e oggetti pubblici, eterogenei ma indistintamente familiari e amichevoli per visibilità e riconoscibilità. In mezzo a elementi tratti dall’universo del misticismo. Oggetti e soggetti dall’inequivoca denotazione e simboli polisemici. Misterici, per iniziati. Immaginazione e immagine formate per campiture piatte, monocrome. Nero su bianco. Si dice così, per altro, quando si vuole enfatizzare l’inequivocabilità di uno stato di cose.

L’arte di Ozmo (Gionata Gesi , Pisa, 1975) è equivoca? E’ cristallina come un simbolo ermetico. Ciò che si dice di quanto è oscuro, ancora. Come la Papessa dei Tarocchi, che
sa, ma svela solo in parte il suo sapere. E “Laddove abbiamo parlato apertamente non abbiamo detto nulla. Laddove abbiamo scritto in modo figurato abbiamo nascosto la verità” (Rosarium Philosophorum).
Stiamo giocando con le parole e non siamo epigoni di Michael Maier. Si diceva della venatura pop surrealista di Ozmo. Poco a che vedere con Camille Rose Garcia. E altrettanto con il pop storico. Ma la trasfigurazione - capitoliamo sempre nel misticismo, vedete? - di elementi semplici è la stessa. Gli oggetti enfatizzati dal pop erano repliche isomorfiche di sé stessi. Erano sempre sé stessi – magari ingigantiti, magari moltiplicati -, isolati, individuati e singoli, bellissimi come apparivano.

Ozmo invece ne enfatizza l’autoreferenzialità e gli addentellati a elementi di tutt’altra natura con la spontaneità dell’automatismo psichico. Non occorre scomodare l’eccellente Arturo Schwartz per disvelare le neanche troppo recondite armonie fra surrealismo e alchimia – e analisi junghiana, aggiungiamo noi, contro la poca opinione del Maestro per lo psicanalista svizzero.

Il sole nel gergo massonico è la Mente Eterna, l’Oro Immateriale. Viene collocato nelle logge a Est, dove si trova il Gran Maestro. Poi trovi Licio Gelli al momento dell’arresto nella sua Villa Wanda a Castiglion Fibocchi nel 1982 che fa ciao ciao con la manina. E’ uno scherzo serio. E’ il macrocosmo di immagini che campeggiano su un lavoro di generose dimensione presso la galleria Allegra Ravizza di Milano, dove Ozmo tiene in questi giorni la sua personale.

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Gionata Gesi Ozmo, Untitled (L’Apocalisse) 2007, pennarello su pvc, dimensioni variabili - disegno pennarello su muro, courtesy Allegra Ravizza Art Project

Lavori su pvc, carta da parati e disegni. Come Untitled (L'Apocalisse), opera a pennarello nero su pvc che sconfina sulla parete dello spazio espositivo decontestualizzando elementi tratti dal mondo dei media e dell’arte, ricollocandoli in un universo di discorso extrafenomenico (donnine succinte, la Merda d’Artista di Manzoni, il logo di MTV, la pantera della Polizia, la testata di Flash Art, le Twin Towers, accompagnati a raffigurazioni della Medusa, del Sole esoterico, dell’Ouroboros, Dante e Virgilio, in alto l’Arcangelo Gabriele, in basso il caprone malefico e il già citato Licio Gelli).

O come l’altro lavoro in esposizione, sempre su pvc – Che cosa è cambiato - , che fa venire in mente Brueghel o Cranach ed è invece debitore de I sette peccati capitali di Otto Dix, contraltare a una serie di disegni di piccole dimensioni occasionati dall’indicizzazione dei termini “identità” e “resistenza”. Per un risultato complessivo che va al di là del buon disegno e della buona mano.

Ciò che permette di pensare come lo stile non sia solo la caratteristica sempre all’altezza della propria epoca (Alois Riegl dixit), ma anche la visione unica e privata della stessa epoca ad opera dell’artista filosofo che, come l’Eremita nei Tarocchi, rappresenta
il solitario inseguitore della conoscenza. Come il surrealista, patrocinatore della conoscenza innanzitutto di sé, attraverso il metodo dell’automatismo psichico. Come l’alchimista, il cui lavoro è essenzialmente un lavoro su sé stessi. E, per chiudere il cerchio delle rappresentazioni, come nell’analisi junghiana del Sé.
L’opera d’arte non è mai DELL’artista, ma è bene non estorcerle confessioni, magari indebite, che non può con ciò stesso rilasciare.

In copertina:
Gesi Gionata Ozmo, Che cosa è cambiato, 2007, drawing pen on pvc, particolare – courtesy Allegra Ravizza Art Project