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PIOTR UKLANSKI, GALLERIA MASSIMO DE CARLO, MILANO
Autore: Guia Cortassa
Data: 15.01.2008

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Vai all'evento: Piotr Uklanski

Vai alla sede: Galleria Massimo De Carlo

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Dopo la special guest appearance allo Yang Pei Ming Show, Piotr Uklanski torna come protagonista alla galleria Massimo De Carlo di Milano. Lo fa non mancando di stupire, mantenendo il marchio di fabbrica di surrealismo e impegno sociale, fiaba e politica, sogno e cruda realtà. Lo fa con poche opere, solo quattro, che riescono a colpire molto più efficacemente di molte mostre invase di lavori insipidi.

Nato a Varsavia nel 1968, Uklanski, che ha vissuto sulla sua pelle il regime del Blocco Sovietico, accoglie gli spettatori con un lavoro che difficilmente si lascia fraintendere: la gigantesca sillhouette di un pugno chiuso di metallo nero si staglia su una macroscopica pittura, che occupa tutta la parete, una distesa di smalto bianco su cui la lucida vernice vermiglia cola come sangue fresco. Una chiara allusione politica, una vera e proprio dichiarazione di poetica.

Cambiando stanza, il tono non cambia. In mezzo allo spazio due poster incorniciati, protagoniste due coppie miste. Entrando, lo sguardo crudo di Klaus Kinski ci gela. Accanto a lui, una stupenda donna nera, nuda, che volge gli occhi altrove. Aggirando la prima fotografia si scorge la seconda. Qua è una seducente e candida Ilona Staller, con una leggera veste bianca e virginali fiori nei capelli, a cingere con le sue braccia le spalle di un vecchio di colore, anch'esso nudo. Il fardello dell'uomo bianco non è più portare la cultura e la civiltà alle popolazioni di colore, ma una missione di seduzione e sensualità.

Si cambia ancora stanza, si sale al piano superiore, dove catalizza immediatamente l'attenzione una particolare installazione a pavimento. Giochi di luce e di specchi ci fanno scorgere un'irreale profondità, a metà tra un peep show di provincia ed Alice nel Paese delle Meraviglie, ci troviamo proiettati in una dimensione inesistente, un'illusione ottica. A scrutare su questa magia, la fotografia su pvc di un occhio femmineo, verde, magistralmente truccato, la cui espressione abbacchiata stride con i colori carnevaleschi apposti a ornamento. È Stephanie Seymour, famosa fotomodella dal corpo perfetto, con più di trecento copertine patinate all'attivo. Dopo essersi mostrata senza veli per Playboy, la mannequin svela la sua anima, mostrando l'unica parte del corpo incapace di mentire anche al fotografo più esperto.
Introspezione, riflessione, denuncia. La spensieratezza della forma nasconde contenuti forti, importanti, difficili. Ancora una volta, il bad boy polacco dell'arte contemporanea colpisce nel segno.