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Alla mercè di Mister GOGO. L'Italia corre alla corte di Gagosian
Autore: Anna Rescina
Data: 28.01.2008

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Vai all'evento: Cy Twombly - Three Notes from Salalah + Inaugurazione Spazio


Un americano a Roma

C’erano proprio tutti, all’evento dell’anno della mondanità romana, con tanto di jet set internazionale, fra vip e personaggi del mondo dell’economia, della moda, e dell’arte. Annunciata ormai da tempo, apre la settima filiale, nel mondo, di quello ch’è oramai il tempio d’oro dell’arte contemporanea, o meglio: l’altare e il simbolo della sua transustanziazione in impero finanziario. Larry Gagosian non è il classico milionario statunitense che reinveste i propri proventi in arte coeva. Anzi: è quest’ultima che ha decretato la sua ascesa nell’OIimpo dei più ricchi del mondo. Ha iniziato, negli anni ’70, a Los Angeles, commerciando in riproduzioni di dipinti. Confezionando le stampe con cornici di alluminio, le rivendeva a cinque volte il prezzo d’acquisto. Di qui, il grande salto: prima a Los Angeles, poi alla conquista di New York, in una scalata rapida quanto vertiginosa, entra negli affari dalla porta principale, rivendendo a facoltosissimi collezionisti le cosiddette blue-chips, ovvero quelle opere d’arte, dal punto di vista prettamente economico, in irresistibile ascesa. Ed è così che, già a metà degli anni ’80, diviene il guru degli art-dealers newyorkesi: è lui che sancisce, in definitiva, la consacrazione della pop-art ai massimi vertici di mercato, di speculazione in speculazione, al punto che è difficile stabilire se effettivamente lo abbia guidato il fiuto, o sia stata la sua carismatica consulenza a convincere i maggiori investitori ad acquistare quelle determinate opere, di modo da aumentarne vertiginosamente il valore di mercato. Ed è a questo punto che, da consolidato uomo di fiducia di alcuni dei più influenti collezionisti statunitensi – ultramilionari filantropi detentori di veri e propri imperi finanziari, dai produttori televisivi e cinematografici Douglas Cramer, keith Barish, David Geffen, all’immobiliarista Eli Broad, al pubblicitario Charles Saatchi, all’editore Si Newhouse -, definiti da Gagosian stesso “partners” più che clienti, si è imposto come il vero burattinaio dei trionfi da record d’asta delle blue-chips, e ,al contempo, come talent-scout per i nuovi volti dell’arte contemporanea, decretandone il successo nel giro di pochi anni, piazzandoli sin da subito sul mercato a cifre da capogiro. È dell’88 il record di vendita in assoluto per un artista vivente: 17 milioni di dollari fu quotata “False Star” di Jasper Johns, aggiudicata da Gagosian per conto di Si Newhouse. Di questo modo, riuscì a incrementare in maniera esponenziale il suo giro d’affari, di già ingrossato da quella che fu, soprattutto per lui, la miniera d’oro Jean-Michel Basquiat. Della sua scuderia, fra i più noti, anche Richard Serra, Walter de Maria, Jeff Koons, Ed Ruscha, Rachel Whiteread, Francesco Clemente, Cecily Brown, Alighiero Boetti, Francesco Vezzoli, Andy Warhol, Damien Hirst, Eric Fischl, Robert Mapplethorpe, Anselm Kiefer, Alberto Giacometti, Willem de Kooning, Cy Twombly. Certo, non è oro tutto quello che luccica: ambiguità e ombre lo seguono da sempre, sospetti e accuse difficilmente dimostrabili si sono abbattuti su di lui sin dai suoi esordi. C’è chi giura che non ha mai pagato alcuni quadri acquistati in asta, e ovviamente in seguito rivenduti al rialzo. Per lo stato federale è un evasore: la truffa fiscale più cospicua risalirebbe al 1990, quando, in combutta con Peter M. Brant, fonda una società e, acquisendo la Lerand di Richard Weisman, ne ingloba la vasta collezione, ben 62 dipinti, di cui 58 rivenduti, attraverso un complesso sistema di scatole cinesi, alla Thomas Ammann Fine Art A.G., per un valore imponibile di quasi 18 milioni di dollari. I restanti quattro - un Lichtenstein e tre opere di mostri sacri del color-field americano: Clifford Still, Barnett Newman e Mark Rothko – costituiscono la scottante prova d’accusa, tale per cui l’ammontare totale inevaso sarebbe di 26,5 milioni di dollari. Fin qui, il pescecane: “The Shark”, come lo chiamano o anche “Larry Gogo”, siccome bravo come lui, a far levitare le quote di mercato, non c’è nessuno. Ma, volenti o no, Gagosian è anche colui che ha creato, si può dire, spazi per mostre epocali - certo cavalcandone l’onda del successo finanziario – ed esposizioni, che, oggi che questi artisti sono stati definitivamente consacrati come i mostri sacri dell’arte contemporanea, sono entrate nel mito. Ed è qui l’inghippo: dove finisce il venditore e dove inizia l’amatore dotato di fiuto per l’arte; dove, il procacciatore di fenomeni a tutti i costi e l’autentico estimatore dell’artista; fino a che punto, quindi, si può distinguere cos’è arte suprema dal valore che il mercato, nel bene e nel male, gli ha attribuito? Sono ormai nella storia le celeberrime esposizioni newyorkesi della metà degli anni ’80 dedicate all’Espressionismo astratto e alla Pop Art, e ancora, agli inizi degli anni ’90, a Jackson Pollock con la serie dei Black Enamel Paintings e a Frank Stella con la prodigiosa mostra The Black and Metallic Paintings, e poi gli anni successivi di SoHo, con gli imprescindibili progetti scultorei, e la scommessa sugli emergenti Jean-Michel Basquiat, Eric Fischl e David Salle, e i sodalizi, mai scontati, con le icone del potere finanziario dell’arte oggi: Jeff Koons, Damien Hirst, Richard Prince, Anselm Kiefer, artisti di fama internazionale che ha contribuito Gagosian in primis ad elevare al rango di autentiche star. La multinazionale Gagosian consta di tre gallerie a New York, una a Beverly Hills e due a Londra, e approda ora a Roma, in via Crispi, dove inaugura con Three Notes from Salalah di Cy Twombly. Il preambolo è gustosamente filantropico: dichiarazioni stampa in cui Larry Gagosian ribadisce l’importanza di Roma per la cultura, e, a colloquio, ad unisono, con Walter Veltroni e Francesco Rutelli, inneggia alla vivacità artistica – storica e coeva – della capitale, al punto da auspicare un’integrazione della galleria nella vita culturale della città. Peccato, però, che lo stile – e del restauro dell’ala destra di Palazzo Taverna, e della serata d’inaugurazione – sia, oseremmo dire, in piena sintonia con le ormai, paradossalmente classiche, tendenze americane. Esclusività e mondanità l’hanno fatto da padroni. Accesso alla strada impedito alle auto, ingresso alla mostra negato a chi non fosse munito del preziosissimo invito. Tra gli ospiti, divi come William Dafoe e Bob Geldof, gli stilisti Valentino, Prada, Fendi, Etro, manager del calibro di Tronchetti Provera, e nientemeno che il direttore della Tate Gallery sir Nicholas Serota. Non mancava nessuno, insomma. Ha trionfato il lusso, a discapito di quanto avrebbe significato un’impronta di stampo più politico, che avesse consentito la fruizione a tutti, e si fosse resa più attenta verso l’impatto culturale che quello meramente economico. Che dire della mostra? Più dei tre dipinti a grosse dimensioni del ciclo dedicato all’oasi di Salalah, colpisce la tela affissa all’ingresso: Cy Twombly vi ha trascritto, in blu, nella sua inconfondibile grafia, nome della galleria, indirizzo romano, e data dell’evento: insieme opera, targa, marchio ed epigrafe.






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