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C’era una volta la Cina… ora c’è l’India.
Autore: Giulia Brivio
Data: 24.04.2008

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C’era una volta la Cina… ora c’è l’India.


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Dhruvi Acharya “Hot air”, 2002, acrilico su tela. Courtesy Chemould Prescott Road Art Gallery, Bombay

La storia si ripete. La moda si ripete. I meccanismi sono gli stessi, ma il risultato cambia.
L’ascesa economica dei paesi asiatici non ha tregua e se in Italia, come nel mondo, è ormai consolidata la presenza cinese, una nuova realtà si sta diffondendo con maggiore rapidità, quella indiana. A un ingresso nel mercato economico ancora una volta segue velocemente un successo nel mercato dell’arte, moderna e contemporanea, che più pacatamente si ripercuote sul gusto e sulla moda italiani. Dopo il fascino che l’antica e raffinata cultura cinese ha impresso sugli occidentali è il turno di quella indiana, cultura che da sempre attrae per i suoi caratteri di misticismo, si pensi ad esempio ai viaggi avventurosi alla ricerca di santoni e magici guaritori ayurvedici.
All’inizio del 2007 il Sole-24Ore pubblicava: “L'India oggi corre e detta i tempi della globalizzazione”, definendo nel dettaglio un quadro dello sviluppo economico previsto per l’India nei prossimi decenni, per cui se oggi rappresenta l'1,5% del Pil mondiale, nel 2030 triplicherà la sua quota, per giungere nel 2050 al 12%. Dall’analisi dell’attuale crescita economica del paese si può prevedere che diventerà la terza economia del pianeta, essendo già il quinto mercato al mondo per le telecomunicazioni e il secondo per la produzione di applicazioni informatiche, solo per citare alcuni dei suoi punti di forza. Per quanto riguarda il progresso culturale, non è trascurabile il fatto che l'India dedichi il 6% del suo Prodotto interno lordo all'educazione e ospiti la più grande industria cinematografica del mondo, l’ormai celebre Bollywood.

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Bhupen Khakhar “Man with a Bouquet of Plastic Flowers”, 1975, olio su tela. National Gallery of Modern Art New Delhi.

L’Oriente si impone sul mercato internazionale e quando questo accade gli scambi si intensificano e le culture si incontrano; a testimonianza dei rapporti che l’Italia sta intraprendendo con l’India il 7 dicembre la Regione Veneto ha emesso un comunicato stampa intitolato: “Il Veneto in India nell’anno dell’Italia in India” in cui si afferma che è necessario collaborare con il paese come si è già fatto, con successo, nel 2005 con la Cina.
Ma è solo una questione di mercato? Oppure è un’esigenza culturale, quella di aprirsi e imparare ad apprazzera orizzonti diversi? Sicuramente il fattore economico precede e stimola quello culturale, ma la moda si diffonde perché si cerca qualcosa che sia diverso, altro, che stupisca.
Il mercato dell’arte è da subito sensibile ai cambiamenti e alle potenziali mutazioni del gusto estetico, per cui dopo il grande successo della Cina, negli ultimi mesi l’arte indiana ha conquistato posizioni di rilievo. L’ambasciatore dell’India in Italia Rajiv Dogra afferma: “Oggi le visioni e gli approcci alla vita, indiana ed italiana, sono divenute parallele e similari per forma e contenuti grazie ai linguaggi dell’arte. Le ragioni sono da rintracciare nel fenomeno della globalizzazione e nell’utilizzo diffuso di internet. Questo è ancora più evidente nelle giovani generazioni di artisti connotati da aspirazioni ed ambizioni simili”.

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Pushpamala “Tank”

E sono proprio legate alle giovani generazioni, alla questione urbana e alla globalizzazione, le numerose mostre che sono state inaugurate in diverse città italiane negli ultimi mesi. Solo a Milano tre importanti collettive hanno riscosso grande successo: presso lo Spazio Oberdan è stato proposto un percorso cronologico dal 1947 al 2007 in “India Arte Oggi” a cura di Daniela Palazzolo; all’Hangar Bicocca si è tenuta “Urban Manners” a cura di Adelina Von Furstenberg e alla galleria Marella e Primo Marella è stata presentata la “New Indian - New Wave”, incentrate entrambe sulla scena emergente indiana. Sempre a Milano e sempre focalizzata sui giovani artisti indiani Caterina Corni, per AR / Contemporary Gallery, ha curato “Contemporary Indian Art”, con artisti come Rachana Nagarkar, Tushar Potdar, Sakin Shinde and Kirann Telkar.
All’Auditorium Parco della Musica di Roma “Prospects Contemporary Art from India” a cura di Deepak Ananth, si è svolta nell’ambito di “Focus India”, rassegna dedicata a Bollywood, portando in scena lo sguardo critico di 10 tra i più noti artisti indiani. Non bisogna dimenticare la mostra dedicata al subcontinente indiano alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino lo scorso anno e il fenomeno “India” arriva anche al Kunstmuseum di Berna dove si è da poco conclusa "Horn Please”, ampia collettiva dedicata al tema della globalizzazione del paese. Nel 2005 lo stesso Kunstmuseum proponeva "Mahjong: arte contemporanea cinese" in perfetta corrispondenza con “Cina: prospettive d’arte contemporanea” presso l’italiano Spazio Oberdan. La storia si ripete, negli stessi luoghi.
Lo scambio culturale India-Italia è reciproco ed è iniziato con la mostra promossa dalla Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale del ministero degli Affari Esteri “Ai confini del visibile. Nuove espressioni dell’arte italiana ed indiana”, al Victoria Memorial Hall di Kolkata, dove è stata esposta la collezione d’arte italiana del XXI secolo della Farnesina.

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Tejal Shah “You too can touch the moon – Yashoda with Krishna”, 2006, stampa digitale

Dunque privati e istituzioni pubbliche promuovono e sostengono l’arte indiana, esplorandone l’identità in una società globale e già le aste testimoniano questa tendenza. Il 27 maggio la casa d’aste Christie’s ha venduto a 700.000 sterline un’opera di Syde Haider Raza (nato nel 1922 a Babaria, vive e lavora in Francia), fondatore del Progressive Artists Group di Bombay, dopo l’indipendenza dell’India dalla Gran Bretagna. Inoltre alcuni giovani artisti già affermati in India si stanno imponendo con decisione sul mercato italiano come Subodh Gupta (nato nel 1964 a Khagaul, vive e lavora a New Delhi), Ravinder Reddy (nato nel 1956 a Suryapet, vive e lavora a Visakhapatnam) , Vivan Sundaram (nata a Shimla nel 1943, vive e lavora a New Delhi), Tejal Shah (nata nel 1979 a Bhilai, vive e lavora a Bombay), Jitish Kallat (nato nel 1974 a Bombay dove vive e lavora) proposti in quasi tutte le mostre sopracitate.
C’è un canale preferenziale e in parte filtrante tra Occidente e India: l’Inghilterra. Sicuramente Londra è già “indiana”, per la numerosa comunità che vi risiede, studia e lavora per ragioni storico-politiche e per l’appartenenza al Commonwealth che facilita i rapporti tra i due paesi. Nella moda, nella comunicazione pubblicitaria, nel cinema, il gusto e i simboli della cultura indiana, sono ormai parte del London style, espresso con efficacia dagli artisti-designer Thukral&Tagra o dalle fotografie di Tejal Shah: colori vivaci, dal fucsia al turchese, decorazioni floreali, orecchini e pendagli dorati, vesti fluttuanti, stoffe pregiate, elefantini...
Si possono riscontrare caratteri peculiari dell’arte indiana, il forte legame con la società anche ai livelli più bassi, la forza dei messaggi politici espressi, la riflessione continua sul proprio territorio, sugli scontri religiosi, l’uso critico dei mass media. Non si può non notare il gusto personalissimo che ancora non ci appartiene del kitsch bolliwoodiano, iperdecorativismo ed eccessivo colore, che forse in Italia ancora non convince del tutto, perché non compreso nella sua profonda valenza iconografico-simbolica. Ma, anche se il linguaggio visivo sembra fortemente localizzato e riconoscibile per scelte stilistiche affini, non è così semplice definire l’India un unico Paese. Infatti la sua popolazione è di oltre un miliardo di abitanti (giovanissimi, se si pensa agli standard europei, perché la metà di essi ha oggi meno di 25 anni), è divisa in 28 stati, con 22 lingue ufficiali e 7 religioni ufficiali.

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Tejal Shah “The garge she sat in, like a burnished throne - Burned on the water”, 2006, stampa digitale

Nonostante i grossi centri come Chennai, la quarta metropoli del Paese, Bangalore, la Silicon Valley indiana, Kolkata, sede di prestigiose Università e Mumbai, capitale economica e finanziaria, il 70% della popolazione vive nelle campagne circostanti e il fenomeno consistente della migrazione verso la città sta assumendo dimensioni incontrollate, rappresentate efficacemente dall’installazione di Bose Krishnamachari “Ghost/Transmemoir” del 2007 (allestita allo Spazio Oberdan di Milano) in cui dalle latte che contengono il pranzo dei pendolari provenienti dalle campagne provengono immagini e suoni di una megalopoli affollate.
Nell’era della globalizzazione unificante, a volte annientatrice, la moda della cultura esotica si ripete (a cui non erano estranei nemmeno gli artisti e i collezionisti della fine dell’Ottocento dopo lo sviluppo industriale e urbano europeo, si pensi agli impressionisti e a Paul Gauguin), ma allo stesso tempo cambia, perché da questa commistione tra Oriente e Occidente, dai conflitti che la cultura indiana vive, etnici e religiosi, dal ruolo forte delle donne sulla scena artistica, dal valore riscoperto della scultura arcaica, l’arte italiana può imparare molto, come affrontare problematiche politico-sociali, come essere locali in un villaggio globale, come rivalutare le proprie origini e tradizioni e riconoscere l’importanza delle percezioni olfattive e tattili, grazie a una scelta accurata dei materiali che esprimano i sapori della terra e siano fortemente evocativi.
L’arte indiana fa riflettere per la sua densa componenete narrativa, come nelle opere fumettistiche di Chitra Ganesh o nei dipinti di Bhupen Khakhar (Bombay, 1934) che rappresenta scene di vita quotidiana in composizioni didascaliche. Racconta una storia millenaria che è quella di tutti i giorni e di oggi. Racconta in tante lingue diverse. E’ una miscellanea di narrazioni da mille e una notte che affascina lo spettatore occidentale e lo fa rimanere in ascolto.

In copertina:
Chitra Ganesh “Tales of Amnesia (Detail view, Godzilla)”, 2002-2007, C-Print





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