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Nathalie Djurberg, Fondazione Prada, Milano
Autore: Guia Cortassa
Data: 06.05.2008

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Nathalie Djurberg – Turn into me

“It's just sex and violence, melody and silence”
Bittersweet simphony

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Nathalie Djurberg Turn into me, installation view at Fondazione Prada. Courtesy Fondazione Prada, Milano, foto: Attilio Maranzano


Come quella cantata dai britannici Verve nel 1997, quella di Nathalie Djurberg è una sinfonia dolce e amara della vita.
Nata in Svezia, berlinese d'adozione, la giovane artista racconta in maniera brutale e sincera tutto ciò che di negativo l'uomo riesce a emanare da sé nel corso della sua esistenza: la deformazione, la malattia, la violenza, la sessualità fine a sé stessa, il disprezzo per il prossimo. Lo fa con dei cortometraggi che disturbano, che spingono lo spettatore a distogliere lo sguardo, a cercare di sottrarsi alla visione.
Lo fa realizzando animazioni in plastilina, violando una delle tecniche rimaste ancora per lo più appannaggio dei film per bambini, che qua diventa invece medium perfetto per le storie grottesche che nascono dalla mente della filmmaker. Realizzazione apparentemente rudimentale, personaggi grezzi, abbozzati, lasciati mal rifiniti, possibilmente brutti, con una finta noncuranza per i particolari, i fili che permettono il movimento ben in vista sotto le luci di scena, i degni delle dita che modellano la plastilina non cancellati né levigati, creano nello stop motion l'impressione di essere davvero davanti a dei ritratti di Dorian Gray, in cui i corpi sono sfigurati dalla nefandezza del proprio essere e delle proprie azioni.

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Nathalie Djurberg Turn into me, installation view at Fondazione Prada. Courtesy Fondazione Prada, Milano, foto: Attilio Maranzano


L'allusione sessuale è sempre presente, e, quando non esplicita – come nella maggior parte delle opere – diventa un sottile rimando, un gioco di codici e metafore, che, per la mostra alla Fondazione Prada, sfonda i confini bidimensionali dello schermo, per aprirsi allo spazio espositivo. Così, orifizi anatomici femminili diventano luoghi di proiezione per le animazioni della svedese, così come giganteschi tuberi – simbolo dell'accezione colloquiale che indica l'organo sessuale femminile – diventano mini teatri percorribili che ospitano altri filmati, dedicati alla relazione della donna con la sua sfera più intima, mentre alberi fallici racchiudono e bloccano a terra “Johnny”, in cui il protagonista maschile viene più e più volte violentato da spietate fanciulle.

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Nathalie Djurberg Turn into me, installation view at Fondazione Prada. Courtesy Fondazione Prada, Milano, foto: Attilio Maranzano  

Se, come spiega il curatore Germano Celant, la generazione di Nathalie Djurberg si è nutrita di Pasolini, sembrerebbe che ciò che più della produzione cinematografica dell'intellettuale ha influenzato la svedese sia stato “Salò o le centoventi giornate di Sodoma”: lo stesso senso magnetico di fastidio e repulsione si muovono nello spettatore, lo stesso disgusto, la stessa ricerca dell'eccesso; così come l'ingombrante figura di “Once Removed on My Mother's Side”, malata e sovrappeso, sembra aver preso vita da una delle grandi tele di Jenny Saville.

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Nathalie Djurberg Turn into me, installation view at Fondazione Prada. Courtesy Fondazione Prada, Milano, foto: Attilio Maranzano


Una mostra degna di un posto di rilievo, se mai esisterà, di un'edizione contemporanea del famoso saggio di Mario Praz “La carne, la morte e il diavolo”, che tocca e infrange i taboo più scabrosi dell'arte, senza pudore né mezzi termini.

In copertina:
Nathalie Djurberg Turn into me, installation view at Fondazione Prada. Courtesy Fondazione Prada, Milano, foto: Attilio Maranzano