ArtKey Magazine | ArticoloJames Turrell, Villa Panza, Varese
Autore: Riccardo Paravisi
Data: 19.06.2008
Vai all'evento: Oltre la luce. Il Roden Crater project di James Turrell Vai alla sede: Villa e Collezione Panza - FAI Gli artisti correlati: James Turrell ![]() Alpha Space. Lo skyspace A partire dal 1974 James Turrell (Los Ageles 1943) ha votato la sua vita al Roden Crater Project, la più grande opere d’arte ambientale al mondo, oltre che un monumento alla percezione, tuttora in fase di realizzazione. Quando in un tardo pomeriggio del novembre1974, a bordo del suo piccolo aereo, individuò per la prima volta questo cratere di vulcano spento situato nella zona centrale del Painted Desert, presso Flagstaff, in Arizona, ebbe subito la sensazione di trovarsi in un luogo estremamente potente e capì immediatamente che soltanto lì avrebbe potuto realizzare la sua idea di intervento su un ambiente che fosse capace di condizionare il nostro modo di vedere il cielo. Il Roden Crater grazie all’assenza totale di inquinamento atmosferico, alla secchezza dell’aria è alla quota elevata è senza dubbio il luogo ideale per l’osservazione della luce, pratica che Turrell considera molto prossima alla meditazione. Turrell ritiene, tuttavia, che la luce debba essere osservata attraverso un medium. Come acutamente ha osservato Giuseppe Panza di Biumo, uno tra i suoi primissimi collezionisti “[…]la sua luce non si può dipingere su una tela, deve essere dentro uno spazio, è necessario modificare un ambiente che deve essere vuoto e soprattutto grande”. Il visionario e geniale progetto di Turrell consiste proprio in un intervento estremamente invasivo, ma quasi del tutto invisibile dall’esterno, sulla struttura dell’intero cratere. Grazie alla collaborazione di architetti, ingegneri, geologi e astronomi l’artista americano ha ideato e in parte realizzato complesse strutture architettoniche totalmente ipogee che, grazie ad aperture verso l’esterno idoneamente orientate, consentono allo spettatore di catturare e interagire con i fenomeni luminosi, lunari, stellari o solari che essi siano. Si tratta, dunque, di un complesso sistema di stanze sotterranee che fungono da sofisticati osservatori astronomici, ma che sono soprattutto funzionali alle ricerche di Turrell sulla percezione: l’esaltante forza e visionarietà delle sue soluzioni spaziali unite al nitore del clima desertico dilatano ogni sensazione visiva, acustica e tattile, invitando il fruitore ad un’esperienza di tipo meditativo, in cui la consapevolezza di sé si accompagna al distacco dal mondo materiale. Nel progettare l’intervento sul Roden Crater James Turrell si è certamente ispirato ai Kivas, particolari costruzioni con funzione religioso-cerimoniale tipiche degli Anasazi (i cui attuali discendenti sono gli Hopi), una delle culture indiane più misteriose del Nord-America. I Kivas sono costruzioni rotonde a più piani, vuote al centro, che simboleggiano un ideale ponte tra terra e cielo. Nei riti che vi venivano officiati il celebrante attivava un contatto con l’energia del cuore del pianeta per mezzo di un foro al centro del piano più basso per rievocare il “ritorno alla luce” dei loro antenati, dopo essere rimasti nascosti in grotte sotterranee in seguito ad un eccezionale diluvio. All’ultimo piano del Kiva, di solito una terrazza rotonda a cielo aperto, avveniva invece l’attivazione del contatto con le energie del cosmo. Fra i siti più significativi di questo tipo va segnalato senza dubbio Pueblo Bonito, nel Chaco Canion: raffigurazioni pittoriche su pareti di roccia adiacenti al villaggio testimoniano l’interesse degli Anasazi per i fenomeni celesti. Del resto tutti i maggiori studiosi concordano nell’affermare che tutte le maggiori costruzioni lasciate da questa civiltà, ed in particolar modo i Kivas, presentino significative connessioni con i fenomeni astronomici e lunari. James Turrell, nel corso dei suoi sopralluoghi successivi alla scoperta del cratere, fece conoscenza con Gene, capo di una tribù Hopi, che certamente lo introdusse ai “segreti” del suo popolo e della sua cultura. Ecco che, dunque, il Roden Crater Project può essere considerato, oltre che la più grande opera di arte ambientale al mondo, anche la più grande opera site specific del mondo, rispettosa e nel contempo continuatrice delle tradizioni delle popolazioni che da svariati secoli abitano quelle terre alte e desertiche. La mostra allestita presso la Villa Panza di Biumo Superiore a Varese, curata da Agostino De Rosa e da Imago Rerum Team (Dipartimento di progettazione architettonica – Università IUAV di Venezia) offre, anche attraverso il ricorso ad immagini digitali, una vasta ed esaustiva panoramica del progetto, consentendo al visitatore di comprendere adeguatamente sia l’orografia del sito naturale, sia la configurazione e le implicazioni scientifico-astronomiche di ciascuno degli undici spazi che Turrell ha realizzato, o soltanto ideato. I rendering digitali dialogano poi attivamente con i primi disegni del progetto provenienti dagli archivi della collezione Panza, e relativi alle fasi iniziali in cui il sostegno, anche economico, dei Panza di Biumo fu determinante. Giuseppe Panza di Biumo fu, infatti, tra i primi collezionisti a credere in Turrell, tanto da chiamarlo agli inizi degli anni ‘70 a Varese e da mettergli liberamente a disposizione la propria villa, poi donata al FAI, nella quale l’artista californiano realizzò, negli spazi delle scuderie, tre installazioni di grande potenza evocativa che dialogano oggi con le opere di un altro grande artista americano che ha lavorato con la luce, Dan Flavin. La comprensione di quello che sarà il risultato finale del progetto viene affidata, in mostra, alle belle animazioni digitali, capaci di far compiere al visitatore un viaggio virtuale all’interno delle stanze ipogee concepite da James Turrell nel Roden Crater, offrendogli nel contempo la possibilità di assistere ai fenomeni celesti e luministici visibili nei vari ambienti, attraverso l’alternarsi di simulazioni diurne e notturne in vari periodi dell’anno. La mostra è completata poi dai alcuni modelli in bronzo ideati dall’artista e realizzati dall’Hausler Contemporary di Monaco, nonché da un bellissimo video-intervista intitolato “Passageways” realizzato da Carine Asscher e coprodotto da C.A. Productions e Centre Gorges Pompidou. In copertina: Alpha Space. Avvicinandosi |
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