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L’ Art-Economy: il mondo della borsa s’innamora dell’arte
Autore: Anna Rescina
Data: 26.06.2008

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L’ Art-Economy: il mondo della borsa s’innamora dell’arte
 
Ecco la nuova frontiera per i grossi investitori: come l’arte contemporanea, dai post-war ai giovani indiani e cinesi, può far levitare i patrimoni dei più danarosi
 
Non si sa se sia una moda passeggera, o se invece, assestandosi i meccanismi finanziari messi in atto negli ultimi anni, il mondo dell’arte, specie quella contemporanea, entrerà a tutti gli effetti a far parte delle chance d’investimento e profitto che consulenti, banchieri e manager proporranno come una delle diverse e diversificate fonti di rendimento.
Il trend dei grossi investimenti nel settore risale già almeno agli anni ’50, e riguardava per lo più quotazioni in arte moderna. Per la verità, sino a qualche tempo fa, l’arte era considerata al più un bene rifugio, al riparo dalle oscillazioni dei mercati dovute alle crisi petrolifere, e appannaggio, se non di intenditori, quanto meno di amatori ed estimatori dai grossi patrimoni, in grado di poter gestire trattative spinose e mercati privi di regole, spesso al ribasso, per quanto, alle volte, forieri di vertiginose, sorprendenti – almeno apparentemente - impennate, tutte da cavalcare. Gli art-dealers e i mediatori svolgevano un ruolo chiave nel processo di acquisizione e quotazione di opere, e il giro d’affari riguardava essenzialmente le grosse case d’asta, prime fra tutte Christie’s.
È proprio da Christie’s che proviene Philip Hoffmann. Gli anni da direttore finanziario presso la celebre casa inglese gli hanno conferito quanto meno una certa famigliarità con i problemi del settore - i rischi, ma anche i pregi, - per non dire un’autorità ragguardevole e di tutto rispetto. La missione è innanzitutto arginare gli arbitraggi che da sempre condizionano questo tipo di investimenti. Già gli indici di valutazione del rischio – il Mei Moses, fra i più autorevoli, ma anche Artprice, Art Market Research e Artnet – offrono una disamina decisamente univoca su cosa convenga puntare: Damien Hirst, Jeff koons, Cindy Sherman, Tracy Emin e l’ormai insuperabile – in fatto di incremento e guadagno – Andy Wahrol, ma anche gli altri pop-art (Lichtenstein, in primis), Keith Haring, post-war e very-contemporary art, fra cui in impennata i giovani indiani e cinesi: in assoluto, questi ultimi, la prima generazione appannaggio innanzitutto di economisti e finanzieri, e in secondo luogo di galleristi e professionisti del settore.
Scelte emozionali, predilezioni e gusti, parametri d’estetica, collezionismo privato, soffiate d’ambiente, hanno lasciato il posto a studiati sistemi razionali, varati secondo i parametri dei più classici fondi d’investimento dell’economia di borsa. La cosa va da sé, poiché già da tempo - con le agevolazioni fiscali che contraddistinguono il mercato dell’arte, e la mancanza di correlazione con i titoli tradizionali – la percentuale di rendimento sulla totalità del portafoglio azionario era cresciuta irresistibilmente, soprattutto per una differenza sostanziale nel margine di rischio per quel che concerne le perdite. Semmai, ciò che non garantiva stabilità e trasparenza rispetto agli altri ambiti d’investimento, era la catena degli intermediari, e una certa assenza di liquidità; quest’ultima, peraltro, dovuta alla scarsa trasparenza, a sua volta registrata a causa della forte chiusura del settore ai non adepti.
È qui che entra in gioco chi, come Hoffman, ma non solo, ha predisposto un fondo di raccolta, con tanto di quota minima d’accesso, per costituire un patrimonio in gestione, tale da consentire l’acquisizione, spesso direttamente dall’artista, o dalla galleria, di opere, poi da rivendere in asta, in modo da incrementare il portafoglio al punto da poter garantire agli investitori, al termine degli anni di vincolo, elevatissime percentuali di rendita. In questo panorama, l’unico rischio difficilmente arginabile è il trust, oramai virus infettivo per tutti i settori della finanza, siccome più garanzie di un conflitto – o meglio: di una convergenza d’interessi – fra case d’aste, advisor di parte, e dealers, difficilmente un sistema al massimo fluido e trasparente potrebbe garantirle.
Per ora, il fenomeno è di recente costituzione, e si presenta, visti i primordiali successi, più come un boom, che un fenomeno assestato. Non sono, infatti, ancora molti i fondi attivi sul mercato, e, in paesi come l’Italia, il private-banking non ha ancora raggiunto una maturità tale da gestire grossi patrimoni privati e investire in un settore, come quello dell’arte, tuttora ritenuto scivoloso. Scenario, questo, che rallenta e di gran lunga il profilarsi di fondi d’investimento sull’arte contemporanea: l’unico autorizzato nel nostro paese, e di recente, dalla Banca d’Italia, è Pinacoteca, della società Vegagest, con un vincolo decennale e un patrimonio da investire solo in old-masters, dal ‘400 all’800. ritenuto certo più affidabili Nel frattempo, il primo fondo di Hoffman, il Fine Art Fund I, della Fine Art Management Service Ltd., ha chiuso la raccolta con un bilancio strepitoso: sul venduto ha ottenuto una percentuale di rendimento nientemeno che del 34 %, e del 23,40% sull’intero portafoglio. Questa esperienza ha lanciato il trend in netto positivo, siccome, rispetto alle precedenti, si è tentato di razionalizzare il sistema evitando trading (compravendite e rivendite nel giro di poco tempo, per lo più a scopo speculativo), e ponendo delle garanzie piuttosto elevate: puntando su un vincolo decennale e una quota minima d’accesso di 250,000 $, coinvolgendo 20 sottoscrittori - fra persone fisiche, banche e imprese - e affidando annualmente la valutazione dell’operato a perizie incrociate di case d’asta e enti indipendenti. Da non sottovalutare le percentuali di investimento: la presenza di artisti post-war era al 30-40 % sul totale delle opere, e dei very-contemporary al 5-10%.
Sicché, nel frattempo, è già attiva la raccolta del secondo fondo della Fine Art Management Service Ltd., mentre sono sulla rampa di lancio, sempre con la medesima società promotrice, tre fondi puntati sull’arte contemporanea cinese, indiana e medio-orientale, di durata quinquennale, e una quota d’accesso inferiore ai precedenti: il che indica una maggiore intenzione speculativa, ma anche una localizzazione sicuramente più congeniale, benché tutti i fondi precostituitisi a livello internazionale godano dei privilegi garantiti dai paradisi fiscali dei paesi off-shore, in primis i più fruttuosi. I fondi nati nel 2006 in India e a Singapore la dicono lunga sulle caratteristiche di questa nuova frontiera per i rendimenti a breve termine. Certo, eloquente risulta anche l’interesse per i giovani emergenti dell’arte contemporanea, siccome, di questo modo, si taglia la caterva degli intermediari, e si evitano speculazioni a favore di terzi precedenti possessori, agevolando, invece, la prassi, in via di consolidamento, della filiazione diretta dell’artista al fondo: un portafoglio precostituito per acquisire qualcosa, che di qui a qualche anno, diverrà, in asta, opera d’arte.

In copertina: Tracey Emin, I've got it all, 2000, Ink-jet print, 124 x 109 cm






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