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Intervista a Valerio Dehò
Data: 27.06.2008

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Giulia Cavallaro: Valerio Dehò, curatore ma anche filosofo, critico ma anche esteta e semiologo, da sempre attento alla diverse forme della contemporaneità, ha lavorato per e con diverse realtà Italiane, sia pubbliche che private. Quali sono secondo lei i limiti del management culturale italiano? Quali invece le qualità?
Valerio Dehò: Comincio dalle qualità: il manager culturale italiano è duttile, intelligente e pronto a rispondere alle situazioni più incredibili, che sono la normalità nel nostro mondo. I limiti sono nella preparazione che spesso manca di basi tecniche e che bisogna formarsi da soli, con l’esperienza. Le nostre strutture sono piccole e il direttore deve fare di tutto, troppo, in genere. Poi i limiti gestionali sono determinati dalla politica, sempre invasiva anche quando è a fin di bene e quindi al protagonismo di assessori, sindaci e funzionari. Da noi è difficile lavorare.

G.C: Lei è direttore artistico di Kunst Merano Arte, un’istituzione che affianca progetti espositivi a incursioni sul territorio, alla ricerca di nuove relazioni con la comunità locale. In che modo, a suo parere, un’istituzione deve e può avvicinare la collettività ed essere realmente una presenza attiva? Qual è il ruolo sociale delle istituzioni culturali?
V.D: Bisogna sforzarsi di diventare parte di una collettività pur facendo delle scelte culturali che non possono accontentare tutti. Ma in genere assistiamo ad uno scollamento tra istituzione e comunità locale un po’ per carenza di strutture, un po’ per il personalismo di molti direttori che pensano più alla propria carriera che all’offrire un servizio al pubblico. Se una galleria si chiama “civica” deve fare parte di una cultura del territorio, altrimenti resta un corpo estraneo. Naturalmente non si tratta di far esporre artisti locali, ma di saperne valorizzare i migliori con occasioni di lavoro o di scambi internazionali. Il ruolo sociale delle istituzioni è quello di far crescere la domanda di cultura del contemporaneo, stimolandola presso il pubblico e offrendo programmi a lungo termine anche in chiave di servizi al pubblico, delle scuole, delle associazioni del tempo libero e sviluppando una rete locale di cui il museo sia la sinapsi principale. Bisogna fare di più, anche facendo meno mostre e meno spettacolo.

G.C: Un parere sulla giovane arte italiana: chi sono secondo lei gli artisti emergenti sui quali puntare l’attenzione?
V.D: Di queste cose si occupa egregiamente “Flash art” da anni e con risultati lusinghieri. Ma a parte le statistiche mi piacciono Fabio Viale, Nicola Renzi, Stefano Cagol o la Brigitte Niedermair e Michael Fliri o Nicola Vinci. Mi piace chi sa curare la tecnica e sa essere ossessivo.

G.C: La lista degli artisti italiani selezionati dal comitato Manifesta 7 è eterogenea. Cosa pensa degli artisti scelti? Rappresentano l’arte italiana?
V.D: Penso che sia frutto di diverse mediazioni, per questo è eterogenea. Non sono stati scelti per rappresentare l’arte italiana quindi la domanda non si pone.

G.C: Recentemente lei ha curato la mostra “Inside the secrete things” di Paolo Consorti, prodotta dalla galleria ArtSinergy di Bologna. Per lei Consorti è una vecchia conoscenza, avendone curato e seguito diverse esposizioni. Il recente lavoro di Consorti riprende e sviluppa la poetica dei lavori precedenti, rendendo i diversi progetti parte di un programma unitario e in divenire. Come valuta questa evoluzione artistica? Nello specifico quali continuità e quali fratture ci sono nell’ultima fatica di Consorti?
V.D: Anche Consorti è fuori dagli schemi ed è un ossessivo. E’ uno che rischia sempre perché la sua arte può essere fraintesa in quanto lontana da formule già pronte e traboccante di simboli. E’ un’arte vocata all’eccesso, al colore, al movimento, sostenuta da contenuti forti che imbarazzano un sistema contemporaneo più portato verso le scorciatoie e gli effetti. Questo lavoro smaterializza l’origine pittorica, l’imprinting culturale ma tende al coinvolgimento sensoriale dello spettatore con una citazione diretta della Camera picta del Mantenga. Direi che c’è continuità con il lavoro precedente, Consorti rielabora continuamente quello che fa per portarlo alla perfezione. E’ una tensione continua. IL suo lavoro è un progressivo distacco dalla pittura per ritornarci in una chiave concettuale e tecnica diversa. Ma sempre pittura rimane.

G.C: Consorti indaga continuamente altre forme artistiche: numerosi sono i rimandi all’arte antica e i giochi espressivi tra contemporaneo e classicismo. Come incide questa relazione tra significati con il senso complessivo dell’opera di Consorti?
V.D: Incide come background, come sfondo di una contemporaneità che senza il passato è niente.

G.C: Come si collocano il concetto di peccato e di redenzione di Consorti in rapporto alla sua concezione dell’umanità intera?
V.D: Il peccato è responsabilità, un atto di ribellione che viene punito da una legge sovrumana. Ma l’umanità se non si ribella, non può conoscere. Se Eva non avesse assaggiato la mela con Adamo, non avremmo mai saputo quanto questo frutto potesse essere dolce. Sembra proprio che non abbiamo nessuno scampo.

G.C: Infine: di che cosa si sta occupando attualmente? Ha in progetto nuovi lavori curatoriali?
V.D: Sto ultimando un libro che si chiamerà “Writing art”, voglio capire perché si continua a usare tanto la scrittura nell’arte contemporanea e che senso abbia. Come curatore a Merano stiamo preparando la mostra di Dirk+Mark Loebbert, una coppia di artisti di Colonia, che fa sul serio Public art e a ottobre curerò un omaggio alla grande Meret Oppenheim, dedicandomi ai suoi ultimi 20 di attività quando era già ritornata in Svizzera. Poi ho avuto l’ incarico dalla Provincia dell’Ogliastra in Sardegna di preparare un progetto di museo diffuso su tutto il territorio tra arte contemporanea, archeologia e paesaggio. Una bella sfida.

In copertina: Paolo Consorti