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LA 15° QUADRIENNALE D’ARTE DI ROMA
Data: 27.06.2008

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LA  15° QUADRIENNALE D’ARTE DI ROMA
Data di apertura: 19 giugno- 14 settembre 2008

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Matteo Basilè

 

Parla solo italiano e un italiano ipercontemporaneo la prossima Quadriennale,  storica manifestazione dedicata alle arti visive,  che ha inaugurato il 19 giugno a Palazzo delle Esposizioni di Roma.
La Commissione di questa edizione, la quindicesima, ha soffermato il suo sguardo sugli artisti che hanno cominciato ad esporre  a partire dagli anni Novanta, limitando così  il  campo d’indagine agli  ultimi venti anni. Una scelta “dolorosa” ma anche coraggiosa che taglia fuori molti nomi importanti ma che ha il merito di dare spazio a nuovi artisti e di realizzare appieno l’obiettivo che muove questa rassegna istituzionale: monitorare e dare una vetrina all’oggi e all’appena ieri.
E nel tentativo di documentare ogni orientamento, di far rientrare nella  ricognizione  ogni dimensione creativa, anche il non ancora definito o definibile, la commissione della Fondazione La Quadriennale  presieduta da Gino Agnese e  composta da cinque curatori non ha voluto dare un titolo alla prossima edizione  né tanto meno creare sezioni.
Cento gli artisti selezionati dai  curatori, Chiara Bertola, Lorenzo Canova, Bruno Corà, Daniela Lancioni e Claudio Spadoni. Diversi per sensibilità e per percorso professionale, i curatori hanno proposto venti artisti ciascuno  prestando particolare attenzione ai giovani e ai mid-career. Pur essendo l’età media degli artisti intorno ai quarantacinque anni, un quarto di loro è , infatti, “under 35”. Il risultato è una lista che rispecchia bene la situazione italiana in bilico tra punte di assoluta notorietà e troppi nomi ancora da valorizzare.

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Donatella Spaziali

 

Accanto ad un nucleo di autori già apprezzati dal grande pubblico come Stefano Arienti,Vanessa Beecroft, Matteo Basilè, Gea Casolaro, Lara Favaretto, Adrian Paci, Paola Pivi, Alessandra Tesi, Grazia Toderi, Nico Vascellari,   che vantano personali  in musei nazionali ed internazionali o partecipazioni alle più importanti biennali, compare  una folta schiera di artisti delle nuove generazioni con all’attivo solo personali o collettive presso gallerie private. Artisti per i quali la Quadriennale può rivelarsi un meritato trampolino di lancio verso più significativi traguardi. Giovani emergenti che, in alcuni casi, si dividono tra Italia e  Stati Uniti, Germania, Cina.
Ogni artista presenterà alla Quadriennale un lavoro realizzato appositamente per questo evento  o creato da poco. Così come impone il suo richiamo statutario, l’appuntamento istituzionale darà conto di ogni linguaggio espressivo e nei tremila metri quadri del Palazzo delle Esposizioni, fresco di restauro, troveranno spazio video, installazioni, dipinti, sculture, fotografie, disegni. E se video ed istallazioni continuano  ad essere i mezzi preferiti  di cui si servono gli artisti per sostanziare  inquietudini e  denunce, non va trascurata la presenza della tradizionale pittura e scultura e il ritorno del disegno sia in “assolo” che in dialogo con altre tecniche.
Diversamente dalla precedente  Quadriennale che aveva realizzato una vetrina dedicata all’arte internazionale, presentando undici artisti stranieri molto affermati legati al nostro paese da affinità culturali, questa edizione ha evitato ogni tentazione  “esterofila” per concentrarsi solo  sulla produzione italiana. Anzi, nella selezione, si sono privilegiati  autori che riescono ad esprimere  al meglio la specificità della situazione italiana, il nostro humus, e a rivelare dove sta andando la nostra arte e quali sentieri sta esplorando.

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Andrea Mastrovito

Al bando anche retrospettive o approfondimenti sull’arte del Novecento. In programma solo un omaggio a Luciano Fabro. Dell’artista torinese, scomparso prematuramente un anno fa, la rassegna propone  un’unica scultura “Autunno”, un lavoro mai esposto in Italia realizzato poco prima della morte.
Ed ora non resta che attendere, perché al di là della ragguardevole lista di artisti che la Commissione ha messo insieme, le mostre  non si fanno con i nomi ma con le opere: saranno queste a raccontarci,  ci auguriamo,  l’aria del tempo e, con la capacità di predire il futuro che da sempre l’arte possiede, ad illuminarci sull’aria del tempo che sarà.

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Luisa Rabbia
 

INTERVISTA A DUE VOCI CON DANIELA LANCIONI E LORENZO CANOVA
Curatori della 15° Quadriennale d’Arte di Roma
 
Letizia Guadagno: Quali sono le novità più significative di questa quindicesima edizione della Quadriennale di Roma rispetto alle precedenti rassegne?
Daniela Lancioni: Prima ancora di selezionare gli artisti da invitare, insieme agli altri commissari, ci siamo interrogati a lungo sul senso da dare alle nostre scelte. Il nostro sforzo, a me sembra, è stato quello di ragionare in relazione al contesto italiano, ma anche in relazione all’istituzione per la quale stavamo operando. Siamo giunti alla conclusione che la cosa più interessante da fare fosse offrire una mappatura dell’arte contemporanea in Italia. L’idea di contemporaneo si può declinare in modi diversi. Sui suoi esordi, nelle nostre discussioni, abbiamo ipotizzato le date dell’esplosione a Cernobyl (1986) e del crollo del muro di Berlino (1989). Abbiamo chiesto, però, e ottenuto che non fosse inserito nel regolamento della mostra alcuno sbarramento cronologico o generazionale. Altre edizioni della Quadriennale sono state dedicate a quegli autori che hanno la responsabilità di esprimere il nuovo, o se si preferisce il diverso, rispetto a quanto li ha preceduti e sono state migliori di altre. Se si tiene conto di questo, a mio avviso, il taglio della mostra attuale valorizza gli aspetti più fertili dell’istituzione.
Lorenzo Canova: Concordo pienamente con quello che ha detto Daniela. A questo aggiungerei l’importanza che può avere la Quadriennale nell’attuale panorama artistico. All’estero purtroppo l’arte italiana non ha più il peso che ha avuto in passato. Nella scorsa edizione di Documenta o a Münster, non c’era un solo artista italiano. Mi piacerebbe, dunque, che questa rassegna potesse essere un’occasione per riflettere sull’indubbio valore dell’arte italiana delle ultime generazioni che merita di essere maggiormente conosciuta e promossa sia in Italia che a livello internazionale.
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Daniela Lancioni
                                                                                          
L. G: Quali sono stati i criteri con cui avete operato nella scelta degli artisti?
D.L: Ciascun commissario ha proposto una rosa di nomi. Nel complesso un centinaio di artisti, un numero che scongiura l’effetto Salon e che permetterà a ciascun autore di esporre un’opera di rilievo. La “mappatura” che proporremo inevitabilmente non sarà esaustiva. La Quadriennale non è un libro o un archivio. È una mostra, le cui opere sono state scelte in base alla loro “fragranza”.
Per quanto mi riguarda, a scelte fatte, noto che nessuno degli artisti che ho proposto è nato prima del 1960 e che appartengono a diverse generazioni, per farti qualche esempio, da Andrea Aquilanti a Liliana Moro, da Marina Paris a Gea Casolaro, da Vanessa Beecroft a Daniele Puppi.
La scelta di aprire la mostra con un omaggio a Luciano Fabro è stata unanime e motivata dalla natura del suo lavoro, come dal dolore per la sua recente scomparsa.
L.C: Direi che le scelte sono sempre il risultato di una storia personale e professionale che però è frutto di studio, di lavoro sul campo e di un’analisi costante di quello che succede nel vasto panorama dell’arte contemporanea. Ho optato per artisti che lavorano con una concezione innovativa della pittura e della scultura che non dimentica però l’utilizzo delle nuove tecnologie, in una visione che spesso dialoga con le comunicazioni di massa e che sposta l’opera verso una dimensione “aperta” agli sconfinamenti verso nuovi territori e verso ambienti anche elettronici. In un certo senso è il disegno a legare tutte queste esperienze, l’elemento che si ricollega al millenario codice genetico dell’arte italiana ma che fonda anche la struttura progettuale, “mentale” e concettuale di opere che possono essere quadri o installazioni ma anche delle fotografie o dei video progettati su una complessa elaborazione disegnativa.

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Lorenzo Canova
 

L.G: La Quadriennale non ha un titolo, né un tema. Ci sono, tuttavia, tematiche ricorrenti? O un fil rouge?
D.L: Abbiamo preferito non cadere nella trappola del tema. Sarà tutto molto fluido. Il Palazzo delle Esposizioni sarà un grande spazio aperto con pareti divisorie ridotte al minimo e quello che si vedrà, mi auguro, sarà una sorpresa per tutti.
L.C: I problemi posti da questi artisti sono molti, e in tutti è presente un forte elemento di riflessione. In molte opere ad esempio noto un senso di allarme, più o meno evidente, un’inquietudine che rivela quella capacità di intuizione e di significazione che rappresenta ancora una delle caratteristiche più importanti delle arti visive.
   
L.G: Sulla base della vostra esperienza professionale e come curatori della Quadriennale, quali sono le caratteristiche più interessanti dell’arte italiana attuale?
D.L: Ancora una volta un’attitudine a fare “pittura”. L’opera da sempre è il campo di una sedimentazione, il problema è se lasciare a vista i prelievi o se fonderli in un’amalgama che si concretizzi in una immagine. Fare pittura, quindi, nel senso di affidare l’opera al valore dell’immagine, attraverso l’uso disincantato, liberatorio e mai ideologico di mezzi diversi. Questo, a mio avviso, può essere considerato l’aspetto più interessante dell’arte italiana attuale, condotto da artisti che hanno il vantaggio di poter gestire l’enorme e benefico patrimonio, accumulato attraverso molti decenni, di arte détournement, smaterializzata, nomade, destrutturata, relazionale.
L.C: Gli artisti italiani si esprimono con linguaggi fertili, articolati e vitali che rispecchiano la complessità del presente e che riescono a ricreare con una forte visione costruttiva le infinite sollecitazioni del mondo attuale, con uno sguardo che li rende innovativi senza dimenticare i legami che li uniscono alla straordinaria tradizione dell’arte nel nostro Paese. Forse queste caratteristiche li rendono spesso poco omologabili a uno stile “globale” ma rappresentano anche un elemento di forza dei nostri ecosistemi culturali che dobbiamo essere capaci di sostenere e proporre con più energia nel contesto internazionale.






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