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C'è crisi dappertutto? Frieze 2008
Autore: Guia Cortassa
Data: 23.10.2008

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“C'è crisi dappertutto
Io lo leggo sui visi
Dappertutto c'è crisi”

Bugo – C'è crisi
 

Col senno di poi, c'era da aspettarselo: nell'anno del crack delle banche e della recessione, nonostante Damien Hirst e le sue aste, anche nel mondo dell'arte, “osare” lascia il passo a “sopravvivere”. Ma è pur sempre Londra, la culla del Punk, la patria della Young British Art, la città dove tutto è possibile. Non questa volta però.
Parlare bene della fiera dal punto di vista organizzativo è troppo semplice: file ordinate per i biglietti, code controllate per l'ingresso, corsie privilegiate per gli addetti ai lavori, bagni con foto incorniciate e crema per le mani a disposizione, press lounge con qualsiasi cosa per poter lavorare in trasferta – persino il caffè Illy gratis -, timbri invisibili sulla pelle per poter entrare e uscire dal padiglione. Un canto del cigno, nell'anno in cui il weekend caldo dell'arte londinese fatica a decollare. Caldo, soprattutto per il sole, che difficilmente si vede così luminoso nella capitale britannica.

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Sì, perché la sensazione di “lusso, calma e voluttà”, per parafrasare Matisse, svanisce non appena si comincia a girare per gli stand. 151 gallerie, nomi noti, nomi mitologici, nomi nuovi, un unico comune denominatore: due dimensioni. Fin dai primi passi, è lampante il ritorno alla pittura, all'arte da parete, tranquilla, confortante e rassicurante. Non mancano le installazioni, anche se quelle veramente “di rottura” non si vedono. Grande assente, il video: il medium dell'arte contemporanea per eccellenza sembra proprio essersi preso un anno sabbatico. La gente cammina, guarda, cerca. Sono finiti i tempi della corsa all'oro, del sold out alla VIP preview, di Charles Saatchi travestito da addetto al padiglione per poter entrare e piluccare tra gli stand prima di chiunque altro. I pallini rossi che indicano le opere vendute latitano e questo è un grosso segnale: lo sanno tutti, piuttosto che vederne pochi, e lasciare gli invenduti alla mercè dei pettegoli dell'arte, meglio non segnalare gli affari già conclusi.
E se su Bloomberg i galleristi affermano che questa nuova lentezza è da apprezzare come lo slow food, sullo stesso giornale i paragoni con Art Basel sono assolutamente impietosi: i prezzi si abbassano persino da White Cube, i grandi collezionisti cominciano ad accorgersi che l'arte contemporanea è totalmente fuori mercato, fino ad affermare che con questi prezzi “ormai si possono comprare delle aziende” (come ha dichiarato Amir Shariat, adviser per alcuni hedge funds e socio all'Auctor Capital Partners Ltd. proprio a Bloomberg).
L'unica in grado di fare uno shopping massiccio è stata l'istituzione della Tate, che con i soldi a diposizione da The Outset /Frieze Art Fair Fund, si è aggiudicata opere di Hurvin Anderson, Andrea Fraser, Bela Kolárová, Lorna Simpson, Tris Vonna-Michell e Akram Zaatari.

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Chi è a Frieze in cerca di italiani, ha sicuramente sbagliato destinazione – soprattutto notando la concomitanza con la suicida Art Verona – le poche gallerie connazionali presenti puntano più sui nomi stranieri che sugli autoctoni. Chi, invece, è in fiera per i mostri sacri, rischia una grande delusione. Molto più interessanti degli innumerevoli “butterfly paintings” di Damien Hirst e scritte al neon di Tracey Emin, dei ricami di Vezzoli e delle sculture laccate di Sterling Ruby che spuntano qua è là, sono le proposte di The Fair Gallery, joint venture di 4 realtà europee profondamente diverse per provenienza; di Herald St. galleria dell'east end londinese; e dell'immortale Yvon Lambert.

Un ottimo lavoro è stato quello di Neville Wakefield, curatore dei Frieze Projects, quest'anno dedicati al tema dell'ecologia e del rispetto ambientale: 11 interventi site specific di altrettanti artisti, dislocati tra gli stand.
Sorprendenti e nascosti, come il lavoro di Tue Greenford; spettacolari nella loro funzionalità, come le cabine per fumatori di Norma Jeane; destabilizzanti, come i pappagalli a cui è stato insegnato l'abbaiare dei cani di Agnieszka Kurant, o come i datari a led rossi con l'orario inesatto di Andreas Slominski; o ancora, rilassanti, come i 10 minuti di massaggio ai piedi affaticati dei maratoneti dell'arte offerti da Bert Rodriguez; o il pub islandese salvato dalla demolizione a Reykjavik e reinstallato in fiera dal collettivo Kling & Bang. Si sposta su un piano concettuale, invece, Cory Arcangel, che rimette in scena la corsa al biglietto d'oro resa famosa da “Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato”, offrendo una seconda chance ai non selezionati tra gli applicanti per lo stand. L'onore è ricaduto su un'illustre sconosciuta galleria milanese, Studiò di Giovanna Simonetta.
Dodicesimo special project, e vincitore del Cartier Award, è stato il simbolico percorso verso il potere di Wilfredo Prieto, segnato dal red carpet che attraversa tutto il padiglione, e simbolo universale di uno spazio riservato a persone importanti e potenti.
Corollario della fiera, è il giardino delle sculture, ospitato dal verde di Regent's Park, curato da David Thorpe, in cui 16 artisti si confrontano con la grande dimensione. In più, le conferenze, tre al giorno.
Impossibile riuscire a esserci sempre, soprattutto con il sovraffollamento di eventi e mostre presenti in città, e soprattutto sapendo che solo per seguire i sei percorsi colorati tra gli stand ci vuole un'intera giornata. E scarpe molto, molto comode.