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144.440.500. La rubrica degli acquisti più folli del mondo dell’arte
Autore: Stefano Riba
Data: 23.10.2008

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Money, money, money… and art!
La rubrica degli acquisti più folli del mondo dell’arte

144.440.500. L’144 era il prefisso, ora vietato, a cui rispondevano a pagamento falene notturne in guepiere e lingerie minimali.
Immaginate di digitare questo numero sul vostro telefono, suona libero e la tonalità del tu-tu vi avverte che avete superato i confini nazionali. Risponde una voce femminile dall’accento anglosassone. “Benvenuti nella linea hot di Christie’s” dice la voce. “Premere 1 per conoscere i risultati dell’asta ‘Impressionists and Modern Art Evening Sale’. Premere 2 per ‘Post War and Contemporary Art Evening Sale’ .” Scegliete e la stessa voce sexy inizia a leggere i risultati.  “Claude Monet. ‘Le bassin aux nymphéas’.” la “aux” francese pronunciata come un ohhhhhhh di meraviglia e piacere. “Venduta per 40milioni 921 mila 250 sterline inglesi”. Continua snocciolando nomi: Schiele, Giacometti, Monet, Warhol, Dumas, Richter, Goncharova, Matisse, Freud, Bacon, Beuys, e cifre da capogiro, trenta milioni, tredici, quattro, venti. L’144.440.500 non esiste, ma ha un fondamento reale. È la somma raccolta nell’asta Impressionists and Modern Art Evening Sale che si è tenuta il 24 giugno scorso presso la sede londinese di Christie’s. Centroquarantaquattro milioni quattrocentoquaranta mila cinquecento sterline che corrispondono a centoottantatre milioni di euro: il mercato dell’arte è molto, troppo, florido. Diciamo pure dopato.  Lo confermano i risultati di altre due aste: 86 milioni di sterline la Post War and Contemporary Art Evening Sale di Christe’s il 30 giungo, quasi 95 milioni la Contemporary Art Evening Auction di Sotheby’s il 1° luglio.
Dopato: come definire altrimenti un mercato che non conosce crisi e che ha visto in pochi anni Bacon schizzare da 8 milioni di dollari a oltre 80, Warhol da 17 a 72 milioni e la casa d’aste Christie’s raccogliere nei primi 7 mesi del 2008 3,5 miliardi di dollari con un aumento, rispetto al 2006, del 56%? C’è un’altra cosa che fa assomigliare le aste ai telefoni erotici: di rado si conosce chi sta dall’altra parte. Come le donne dalle chiacchiere a pagamento, spesso i compratori partecipano via telefonica o tramite intermediari. Anche se le cose stanno cambiando: i collezionisti stanno diventando esibizionisti e il collezionismo più che un telefono erotico ora somiglia a un locale per spogliarelli. Dove i nuovi compratori russi, cinesi, indiani, coreani e arabi, che hanno fatto esplodere il mercato e che prima non avevano mai investito nell’arte, comprano le firme più costose per ostentarle. Sono il simbolo – riconoscibile con una sola occhiata – del loro status. Il mercato dell’arte è sempre più pornografico. “Non è più l’oscenità di ciò che è nascosto, è quella del visibile, del troppo visibile, del più visibile del visibile” dice Jean Baudrillard sulla comunicazione mediatica. Ma vale anche per l’arte: non è più l’oscenità del collezionista che nasconde l’opera in una casa- cassaforte, ma è quella di chi compra e poi sbandiera ai quattro venti il prezzo. È una doppia pornografia: esibizione e provocazione. Quello che si vuole provocare è lo “sguardo del desiderio” di chi non potrebbe mai permettersi una cifra simile.
Teknemedia attiva l’144.440.500. Per scritto però, perché sarà il nome della rubrica che vi racconterà gli acquisti più strambi e “osceni” dell’arte contemporanea. Lo farà sotto forma di racconti il cui scopo non sarà farvi “rosicare”, ma, tracciando il profilo immaginario dei possibili acquirenti, fare il punto sullo stato attuale del mercato dell’arte e i suoi protagonisti.

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Andy Warhol, Large Campbell Soup, 1964, 91,4 x61 cm.
Acquistata il 1°luglio da Sotheby's per 3.513,250 sterline (4.428.600 euro)

Cronaca irreale dell’acquisto reale di una Campbell Soup di Andy Warhol:
“15 minuti di fama”
Hernesto Juarez vive a Città del Messico in una villa di 1500 metri quadrati in un quartiere protetto da mura, filo spinato e polizia privata. Fa affari, molti affari, comprando e rivendendo cereali, frutta e ortaggi. Oltre i vetri offuscati del SUV che ha fatto arrivare da Stoccarda guarda gli occhi disperati di chi chiede qualche pesos per campare. Si domanda se sia il caso di sentirsi in colpa: se in Messico il costo della farina di mais è salito in due anni del 40% è anche colpa sua. Ma quando arriva in ufficio il suo vice lo accoglie con una pacca sulle spalle: hanno accettato l’offerta. All’inizio gli sembrava una truffa comprare soia coltivata disboscando il Mato Grosso per rivenderla ai produttori di biodiesel. Poi ha pensato che sono affari. Lui per tutti è El Tiburon, lo squalo, e con questo contratto guadagnerà qualcosa come trecento milioni di dollari. Una cifra capace di far svanire ogni rimorso. È euforico, abbozza due passi di samba e decide di festeggiare. Ha un’idea. La sera prima, a cena dai Medina, Carlos ha fatto il pavone mostrando agli invitati il suo nuovo Lichtenstein mentre lui faceva la figura dell’imbecille. Non sapendo, ha chiesto se fosse un conto off shore in una banca della mini-nazione europea. Hernesto alza il ricevitore e chiama il suo broker: “Trova una qualsiasi opera della Pop Art in una qualsiasi asta in un qualsiasi punto del mondo conosciuto”. Pochi minuti ed ecco la risposta: il 1° luglio da Sotheby’s una “Campbell Soup” del 1964 di Warhol sarà all’asta a partire da tre milioni di dollari. Tre settimane dopo ha una lattina di zuppa di pomodoro appesa nella sala da pranzo. Ha invitato un gruppo di amici, tra cui i Medina. Pensa al piano dell’imboscata. Quando arrivano gli ospiti li conduce direttamente alla sala dove il domestico offre calici di kir royal. Il primo a chiedere della novità appesa al muro è Julio. Hernesto risponde alle domande, spiega di averla presa a un’asta. Poi parte con la lezione imparata a memoria: serigrafia e serialità in Warhol, oggetti della vita quotidiana che vengono strappati all’invisibilità del banale. Fa anche un delizioso gioco di parole, per di più in inglese, con la marca della zuppa. Nella parola Campbell se ne nascondono due: camp e bell. La “campana del camp”, dove il camp è il concetto con cui Susan Sontag indicava “qualcosa di offensivo, inappropriato, kitsch, di gusto talmente cattivo da risultare divertente”. Gli ospiti lo guardano sbigottiti. Il buon umore di Carlos si eclissa. Spunta una vignetta come quella che esce dal suo Lichtenstein, ma contiene parole irriferibili. A tavola come sempre si parla di auto, vacanze e affari. Chiedono a Hernesto della macchina e degli affari nell’ortofrutticolo. E lui, che aveva previsto tutto, sfodera quel sorriso che è il motivo del soprannome. Un ghigno mefistofelico che mette in mostra i denti e dà l’illusione che siano così tanti da esser disposti su più file, proprio come quelli degli squali. Dice che la macchina è una bomba, un vero panzer tedesco, e che i prezzi della verdura sono in salita. Fiuta il sangue di Carlos Medina e morde alla gola: “Gli aumenti sono talmente eccezionali - si ferma e teatralmente indica la serigrafia di Warhol - che ho pagato una lattina di zuppa di pomodori oltre sei milioni di dollari. Ed è pure scaduta”. Sfodera la sua risata contagiosa a cui si uniscono tutti. Tranne uno.

Cronaca irreale dell’acquisto reale di un Concetto Spaziale di Lucio Fontana:
“Oggi ho lavorato dalla mattina alla sera”
Il 1° luglio viene comprato da Christie’s per 1 milione 161 mila 205 sterline (1 milione 463 mila 600 Euro) un “Concetto Spaziale” del 1966. Sono sei tagli su una tela bianca di cento centimetri per ottanta. Quattro tagli verticali, gli altri due un po’ obliqui.
Centonovantamila sterline a taglio. Durante la stessa asta è stata venduta a un prezzo superiore un’opera simile, ma con un solo taglio. Se ne deduce che il valore di un Fontana non è proporzionale al numero di tagli. L’acquirente, che vuole l’anonimato, non è mai stato un grande appassionato d’arte, però Fontana gli è sempre piaciuto, almeno così dice. Alcuni nei suoi tagli non vedono nulla. Lui invece ci legge la visualizzazione del non sapere cosa dire. Succede a tutti prima o poi. Dice che gli è capitato poche volte, ma le ricorda tutte. Immobile, non aveva nemmeno mezza parola da dire e avrebbe voluto bucare il silenzio a qualsiasi costo. Immagina che un giorno del 1951 Fontana si sia trovato di fronte a una tela bianca e non abbia saputo che fare. Ha preso una lametta e ha inciso il silenzio bianco della tela che lo opprimeva. Entrando nella storia dell’arte e facendo un sacco di soldi (per lo più li hanno fatti i suoi eredi, visto che è morto nel ’68). In quel sacco c’è anche il suo milione e rotti di sterline. Ha appeso il “Concetto Spaziale” davanti alla vecchia poltrona che è il suo angolo di meditazione. Guarda il quadro e pensa che non è mai stato un uomo colto, che ai concetti preferisce la pratica. Per questo è diventato ricco in un ambito in cui le astrazioni servono poco: gli impianti refrigeranti. Eppure ha compiuto la prima azione concettuale della sua vita: ha appeso il Fontana al contrario. Il telaio in abete che tiene tesa la tela e i tagli sporgono verso di lui. Sua moglie, che già pensava fosse impazzito quando decise di partecipare all’asta, quando ha visto l’opera ha minacciato di chiamare la neuro. Le ha spiegato che secondo lui i tagli sono dall’esterno verso l’interno perché l’artista voleva che lo spettatore penetrasse nella sua arte. “Questo però vale per chi paga sette euro per entrare al museo – dice – io, che di euro ne ho pagati quasi un milione e mezzo, voglio che sia Fontana a venire da me”. Le ha spiegato anche che c’è un altro motivo per cui si è sottoposto a questo salasso. Glielo ha mostrato: sul lato brutto dell’opera, come era solito fare, Fontana ha lasciato una piccola annotazione: “Oggi ho lavorato dalla mattina alla sera”. Le ha raccontato di aver visto una foto di Ugo Mulas che ritraeva l’artista al lavoro, colto in movimento con la lama tra le dita al termine di un taglio. Un’azione leggera, rapida, che non dava l’impressione di essere un lavoro pesante anche se ripetuto “dalla mattina alla sera”. Le ha spiegato che quella frase di Fontana è la sintesi della propria vita: passata a lavorare, da quando era un giovane apprendista al ruolo attuale di capo, fino a questi ultimi mesi di lavoro, con la pensione che si avvicina come un baratro nero. La scritta di Fontana gli ricorderà chi è e chi è stato anche quando, tra un mese, per la prima volta in 60 anni, non avrà nulla da fare.

In copertina: Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1966, 100x80 cm. Acquistato da Christie's per 1,161,250 sterline (1.463.600 euro)


Articolo pubblicato su ArtKey n.6
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