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Alla ricerca della pittura perduta
Autore: Valerio Dehò
Data: 10.11.2008

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Alla ricerca della pittura perduta

L’hanno notato anche i più sobri che la pittura è stata messa da parte nelle grandi manifestazioni internazionali, da Documenta alla Biennale di Venezia, nonché da Manifesta. Domandarsi perché è legittimo.
Un grande spazio come il nuovo Museion apre con una mostra onnivora e volutamente “storica” dal titolo “Sguardo periferico e corpo collettivo”, e non espone un solo dipinto, tranne il Boetti di “Mimetico”. Possibile che sia sfuggita la presenza della pittura negli ultimi 50 anni dell’arte?
Certamente la pittura non è scomparsa nel senso che si continua egregiamente a dipingere, ma i curatori (spesso giovanissimi) pensano che non sia il caso di metterla in mostra. Non sta bene, ed è anche difficile da capire. Se non è lo scarabocchio di qualche giovane artista poliglotta e multimediale, il pittore-pittore è uno in ritardo sui tempi: come si fa a dipingere in un mondo così digitale e veloce?
Si sta accentuando l’equivoco che l’arte sia una e basta. Se Pistoletto non vuole esporre accanto a Guttuso a Palazzo Grassi, forse è perché non ritiene che questi sia stato un artista. Invece di accettare un confronto, si nega dignità a chi sta dall’altra parte. Tutti quelli che sono appartenuti o sentono di appartenere alle avanguardie (qualunque cosa questo termine possa significare) si sentono gli unici interpreti della contemporaneità. Vi è un’idea dell’arte come progresso indefinito, che è difficile da sradicare, ma è falsa. L’arte non va da nessuna parte e il progresso è un termine spesso difficile anche da applicare alla scienza. Figuriamoci all’arte. Invece tutti quelli che lavorano sulla ricerca, sulla sperimentazione, su di un’idea di novità hanno in sé anche la strana consapevolezza di essere unici interpreti e depositari della verità dell’arte. La purezza di quest’ultima è un epifenomeno. Chi dipinge è impuro, fa delle cose vecchie e sporche, quindi è da tenere alla larga dalla comunità dell’arte contemporanea. Ma non è possibile che l’arte sia una strana convivenza tra ciò che anticipa il futuro e ciò che riassume la filogenesi? Perché vengono riconosciuti solo alcuni pittori a livello internazionale mentre la tecnica in sé viene ramazzata nell’angolo?
Molte colpe le hanno certamente i pittori e un certo sistema che sorregge una pittura stupida e decorativa: la tecnica da sola non basta. Il rigurgito figurativo degli anni Novanta ha prodotto decine di gallerie in provincia e parecchi pessimi artisti, bravi solo a scopiazzarsi l’un con l’altro.
La pittura è impegnativa ma lo è anche riconoscerne la qualità, anche quella di diventare un ready made e quindi di entrare in un ambito assoluto e concettuale. Ma chi sa riconoscere tutto questo? Vi è una generazione di critici che non saprebbe distinguere un quadro da una stampa, è priva della cultura, anche storica, di una tecnica lenta e complicata. L’esatto opposto della fotografia, del digitale e delle improvvisazioni a cui ci abituano le grandi manifestazioni di cui sopra. Molta arte contemporanea è solo contenuti e intenzioni. Non è criticabile, è fuori da qualsiasi estetica, appartiene alla semiosi illimitata dell’attualità. Non ha specificità né differenze. Non ha storia né identità, non ha territorio. È wireless. 


Articolo pubblicato su ArtKey n.6
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