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Alfredo Jaar interroga Milano (e gli italiani)
Data: 20.11.2008

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Articolo pubblicato su ArtKey n 7 | Novembre-Dicembre 2008 

CULTURA, DOVE SEI?

Manifesti che insinuano semplici interrogativi, all'apparenza innocui e non intrusivi. Sono quelli che si incontrano nel corso di questi mesi a Milano, all'interno di uno scenario urbano dove ormai il linguaggio pubblicitario ci ha abituati a qualsiasi messaggio, formulato nei modi più pittoreschi, spesso non banali. Sotto gli studiati meccanismi di comunicazione pubblicitaria, però, il più delle volte ad essere banale è il prodotto a cui ognuno di questi messaggi ben confezionati si riferisce, invitandoci a consumare e basta.

Ma i manifesti che ci interrogano, attraverso domande brevi e dirette, a ben guardare non pubblicizzano proprio nulla. Nessun logo, nessun prodotto. Solo un indizio, una scritta a caratteri piccoli piccoli: “Un progetto pubblico di Alfredo Jaar”.
Cos'è la cultura? Cultura dove sei? La cultura è critica sociale? La cultura è necessaria? La cultura è politica? La religione è cultura? La cultura dell'emergenza... Abbiamo dimenticato la cultura? Alla ricerca della cultura a Milano... Alla ricerca di Gramsci a Milano... Alla ricerca di Pasolini a Milano... Quali sono le responsabilità della cultura? La cultura fa volare l'Italia? L'intellettuale è inutile? Quali sono le responsabilità della cultura?

Fondo nero. Caratteri bianchi e punto interrogativo rosso. Tre colori, un carattere, un tema di cui tutte fanno parte: “che cos'è la cultura?”. Queste quindici domande spiazzano. Creano una rottura. Producono delle crepe nel panorama mediatico, invitandoci a una riflessione sulla nostra cultura e sul nostro presente. Una riflessione che ci chiede di fare l'artista cileno Alfredo Jaar (Santiago del Cile, 1956), residente a New York dal 1982, le cui domande fanno parte del progetto pubblico per Milano Questions, Questions. A soli ventitré anni, tra il 1979 e il 1981, sotto il regime di Pinochet, Jaar aveva interrogato i suoi concittadini di Santiago del Cile con Estudios sobre la felicidad, un'inchiesta sulla felicità condotta attraverso l'affissione di manifesti recanti la semplice domanda: “siete felici?”. Un lavoro che obbligava l'osservatore (ovvero il cittadino) ad un ragionamento sul presente e ad una risposta per nulla scontata. Viaggia un po' sullo stesso binario il progetto pubblico per Milano, dove Jaar è presente contestualmente con l'ampia mostra antologica presso le sedi di Spazio Oberdan e Hangar Bicocca, fino a gennaio 2009. Una mostra ed un progetto pubblico dai quali emerge appieno una “concezione interventista dell'opera d'arte” (per dirla con Gianni Vattimo) che Jaar ha sempre manifestato in modo evidente.


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Alfredo Jaar – Questions, Questions. Progetto pubblico per Milano – courtesy Provincia di Milano e Fondazione Hangar Bicocca. © Agostino Osio.

Questa volta si tratta di un progetto pubblico che l'artista ha pensato appositamente per l'Italia, prima ancora che per Milano, nato dall'esigenza di innescare una riflessione sulla cultura come espressione del tempo in cui viviamo e all'arte come base per un'interazione culturale. “In Italia, Jaar pensa al tema della cultura come esito e come motore di sviluppo sociale e come possibilità di interagire col contesto sociale e politico. Ma anche sulla mancanza di consapevolezza su cosa la cultura oggi sia, la sua spettacolarizzazione, sulla confusione tra cultura e intrattenimento 'culturale'”. Così presenta Questions, Questions Gabi Scardi, curatrice della mostra e del progetto pubblico insieme a Bartolomeo Pietromarchi, sottolineando quanto Jaar sia convinto che proprio in questo momento di precarietà, con un mondo angustiato da insicurezze e da tensioni, una rinnovata spinta culturale possa contribuire a individuare nuovo senso e rinnovati valori. Spesso è proprio chi non è direttamente coinvolto in una certa situazione che riesce ad essere più obiettivo nel darne un giudizio critico. “Per questo intervento pubblico – sostiene l'artista – ho seguito quello che sta succedendo in Italia negli ultimi tre anni e sono stato scioccato dalla rielezione di Berlusconi. Certamente l'Italia è uno dei più incredibili esempi di monopolio mediatico. Basti pensare che, in termini di libertà di espressione, l'Italia è al quarantacinquesimo posto. Ma la cosa più scioccante è che nessuno sembra preoccuparsene. E così ho immediatamente pensato che sarebbe stato interessante penetrare in questo panorama mediatico creando delle crepe.”
Attraverso un'articolata campagna di comunicazione, che interessa non solo l'affissione pubblica, ma anche la proiezione di video su due maxischermi del centro città, la distribuzione di materiali grafici quali poster e cartoline, alcuni incontri pubblici presso Spazio Oberdan, e un convegno internazionale che riunirà autorevoli rappresentanti del mondo della cultura, Jaar cerca di rendere cosci noi italiani di questo diritto-dovere collettivo-individuale. “Il gioco di Alfredo Jaar passa dalle affermazioni alle domande, anzi si conduce sull'orlo di un abisso di domande”, scriveva già Roberto Pinto in occasione di Estetica della Resistenza (Fondazione Ratti, Como, 2005). Sono domande che si pongono come base per uno spazio collettivo di confronto a più voci sul senso del fare cultura sentendosi parte di un’epoca e di una collettività. “Il contesto di Questions, Questions – dice Jaar – è il panorama mediatico nel quale è inserito il progetto e quindi spero che, vedendo le domande così spesso, in così tanti spazi, esse creino quelle che ho definito 'crepe' in questo paesaggio omogeneo che ci chiede solo di consumare, consumare, consumare”. L’artista mira dunque ad attivare un esteso dibattito sull'attuale ruolo della cultura in quanto espressione del nostro tempo, in tutta la sua complessità e diversità, su quello che essa potrebbe e dovrebbe essere, ovvero un vero e proprio motore di sviluppo sociale. Tutto questo all'interno di un panorama culturale in cui la cosiddetta “cultura alta” sembra trasformarsi in modo via via sempre più massiccio in una sorta di spettacolarizzazione, dove è sempre più frequente la confusione tra “cultura” e “intrattenimento culturale”, dove si è portato il “pubblico” ad involversi in “spettatore”.
Piccole voci, piccole isole che affermano un altro modo di vedere le cose, virus che possono intaccare un panorama omologato sono quindi il fulcro del progetto che Jaar ha pensato per l'Italia. Un progetto che gli ha ispirato proprio un'eminente figura del nostro panorama culturale, Bernardo Bertolucci, con la sua lettera-articolo apparsa su “la Repubblica” l'11 giugno 2007, “Cultura la parola dimenticata”. Nell'articolo il regista parlava del disagio che provava ormai da tempo, “soprattutto dalla campagna elettorale dell'anno scorso. Il perché è semplice: non ho mai sentito nei discorsi dei politici per cui mi preparavo a votare pronunciare la parola cultura. Dimenticata? Sottovalutata? Rimossa? Come se i miei politici di riferimento ignorassero che la sottocultura diffusa, o meglio imposta dalle grandi centrali televisive, sta creando generazioni di giovani infelici e assenti, che non sanno di esserlo. Così incapaci di leggere, di interpretare, di capire la realtà che li circonda da votare ancora una volta, dopo cinque anni di catastrofico centrodestra, per lo stesso centrodestra.” Questa semplice domanda su dove sia finita, nella riflessione politica, la parola “cultura”, segna così l'inizio della riflessione di Alfredo Jaar sul progetto pubblico per Milano. “Pensai che fosse una domanda brillante e fui impressionato dal fatto che Bertolucci potesse rivolgere al pubblico una tale domanda dalla prima pagina di 'la Repubblica' - ricorda Alfredo Jaar – Così, ispirato da questa domanda, ho deciso di porla per le strade di Milano e abbiamo aggiunto altre quattordici domande.”
E Alfredo Jaar, attraverso Questions, Questions, non indietreggia nemmeno nel richiamare alla nostra memoria figure in qualche modo “ingombranti” del recente passato, che hanno fatto ed interpretato la cultura del paese: Antonio Gramsci e Pier Paolo Pasolini. Sempre Roberto Pinto, nel 2005, in occasione della mostra di Jaar con gli allievi del Corso superiore di Arti visive della Fondazione Ratti di Como, aveva sottolineato come si continui a respirare, soprattutto in Italia, “un'aria di distacco che ha spinto gli artisti a non occuparsi di problemi sociali e di storia né, tanto meno, di politica”, aggiungendo che “si preferisce l'ambiguità della semplice provocazione all'analisi dei problemi”. E quando l'arte si è occupata di analisi sociale e/o politica, lo ha fatto in modo retorico o propagandistico. Ma non Jaar. Nelle sue opere egli non vuole comunicare cose che già si conoscono, non vuole celebrare qualcosa per secondi fini, economici o politici che siano. Jaar cerca di indurci a prendere coscienza delle cose che sono già sotto ai nostri occhi, ma che in qualche modo tendiamo a non vedere o a rimuovere. Nel suo lavoro su Gramsci alla Fondazione Ratti Jaar si era messo alla ricerca di un dialogo con l'intellettuale per uno scopo ben preciso: “attivare una domanda dolorosa sul presente, interrogare una società che, per esempio, in questi anni ha scelto di farsi governare da un uomo (e da una classe dirigente) che ha costituito il suo percorso sull'avere piuttosto che sull'essere” (Emanuela De Cecco). “Gramsci credeva nella possibilità di stabilire forme di comunicazione tra il sentire delle moltitudini e la teoria critica della società, sosteneva l'importanza di tenere un contatto con la cultura popolare, ma che è accaduto nel frattempo?”. A Gramsci e a Pasolini, due suoi importantissimi punti di riferimento, Jaar rende dunque omaggio attraverso due frasi di Questions, Questions: “Alla ricerca di Gramsci a Milano...” e “Alla ricerca di Pasolini a Milano...”. Come per chiederci some sia possibile che ce ne siamo già dimenticati.
Ma chi si aspetta di avere da Alfredo Jaar le risposte alle domande che egli pone, rimarrà deluso. Jaar sostiene di non avere risposte alle quindici domande. Un sito web (www.alfredojaar.net/questions.questions), appositamente creato per il progetto pubblico e contenitori per cartoline collocati presso Spazio Oberdan e Hangar Bicocca sono stati predisposti per la raccolta delle risposte del pubblico ad ogni singola domanda. “Come artista mi pongo tutte queste domande in ogni momento, quindi per me questo progetto è anche un modo per imparare sul tema della cultura. Sono curioso e so di non sapere, perciò Questions, Questions è anche un modo per chiedervi aiuto”. Un progetto molto semplice, dunque. Un modo efficace di occupare spazi pubblici e creare piccole spaccature visive e di senso all'interno del panorama mediatico, per dar vita ad un appello a cui tutti siamo chiamati a rispondere.

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Alfredo Jaar – Questions, Questions. Progetto pubblico per Milano – courtesy Provincia di Milano e Fondazione Hangar Bicocca. © Agostino Osio.













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