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Rubrica: "I precursori" di Luca Panaro per ArtKey. Franco Vaccari
Autore: Luca Panaro
Data: 25.11.2008

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Articolo pubblicato su ArtKey n 7 | Novembre-Dicembre 2008


GLI AMBIENTI INTERATTIVI DI
FRANCO VACCARI  



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esposizione in tempo reale n°7 Mito istantaneo
Galleria 291, Milano 1974

La ricerca di Franco Vaccari è un vero e proprio caso nel panorama artistico italiano. Forse proprio per questo motivo, pur avendo esposto più volte alla Biennale di Venezia e nei maggiori musei del mondo, all’artista non è ancora stato attribuito il valore che merita. In quarant’anni d’attività ha saputo concepire opere fra loro differenti ma legate dalla comune logica del “tempo reale”. Ancora oggi Vaccari si distingue dagli artisti della sua generazione per la grande coerenza intellettuale che caratterizza il suo percorso; in anticipo sui tempi, ha saputo utilizzare le tecnologie sfruttandone le effettive potenzialità, precorrendo l’attuale impiego in arte d’ambienti multimediali e d’interazione col pubblico.
  

Come ha scritto Miroslava Hajek: “Le idee di Franco Vaccari possiedono una caratteristica che è propria soltanto delle opere che hanno inciso profondamente la storia, e non solo quella dell’arte. Riescono, infatti, ad inserirsi nell’immaginario collettivo, anche se nessuno si preoccupa poi di ricordarne l’autore. I trascorsi di vita comune, valorizzati nella loro essenza, fissati nel tempo dalle foto istantanee, e l’azione in tempo reale, sono diventati giochi, spesso anche di persone ignoranti l’arte contemporanea. La componente narcisistica di queste operazioni ha gratificato il pubblico, che si sente “protagonista” dell’opera invece di semplice spettatore, e che quindi ne riproduce meccanicamente l’idea”.[1] Il valore di un artista si rileva anche dalla quantità d’interpretazioni alle quali si offre la sua opera, nel caso di Franco Vaccari è difficile esaurire in un articolo la vastità di collegamenti che affiorano dalla sua ricerca. Pertanto è necessario restringere il campo e soffermarsi sulla produzione meno nota e valorizzata dell’autore: gli ambienti interattivi. Pensando al lavoro di Vaccari si ricorda solitamente l’installazione realizzata alla Biennale di Venezia nel 1972: “Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio”. Una delle opere che meglio rappresentano la volontà dell’artista di occultarsi come autore, lasciando allo spettatore la possibilità d’interagire liberamente con l’ambiente.[2] Questa modalità operativa, che contraddistingue Vaccari anche in lavori successivi, genera nell’opera caos, casualità, straniamento e lontananza da ogni risultato prevedibile. Caratteristiche fondamentali per comprendere la complessa ricerca dell’artista, che troppo spesso è stato valutato solo per il suo approccio rivoluzionario in fotografia.
È innegabile che Vaccari abbia utilizzato il mezzo fotografico come strumento preferenziale, e che l’abbia indagato prima di altri anche da un punto di vista teorico,[3] ma sarebbe riduttivo valutarlo solo da questa prospettiva. Stiamo parlando di un artista molto più complesso di quanto sia emerso fin d’ora, che è stato in grado di sfruttare le potenzialità offerte da varie tecnologie, non solo quelle di matrice fotografica. Ha utilizzato la televisione, il video, la registrazione sonora, il raggio laser, internet, sempre in maniera originale, approfondendone la portata rivoluzionaria, valorizzandone le possibilità di relazione, di cambiamento sociale e antropologico, mai per farne un uso semplicemente utilitaristico.


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esposizione in tempo reale n°19 Codemondo Biennale di Venezia, 1980


Fra i primi ambienti di Vaccari che prevedono l’interazione degli spettatori, l’esposizione in tempo reale n°5, “Spazio privato in spazio pubblico” (Neue Galerie, Graz 1973), era composta di due stanze in comunicazione audiovisiva fra loro. Interrompendo la tradizionale disposizione dello spazio espositivo, l’artista invita il visitatore a sottrarsi al controllo dei restanti spettatori intervenuti all’inaugurazione della mostra, rifugiandosi all’interno di uno spazio privato. Negando la tradizionale comunicazione pubblica, i partecipanti accettano d’intraprendere una comunicazione privata all’interno della stanza, adeguatamente predisposta per una ripresa audiovisiva in tempo reale. Come giustamente ha scritto Nicoletta Leonardi, possiamo interpretare questo lavoro come una sorta di proto chat-line.[4]
Anche in altre opere, Vaccari cerca di ridefinire il rapporto fra l’esperienza individuale e lo spazio collettivo utilizzando la tecnica del disorientamento, è il caso dell’esposizione in tempo reale n°7: “Mito istantaneo” (Galleria 291, Milano 1974). Per l’occasione l’artista ha fatto costruire due ambienti, in uno fotografava con la polaroid i visitatori, nell’altro proiettava le immagini ingigantite appena scattate. La persona ritratta, dopo il passaggio da una stanza all’altra, si trovava di fronte al proprio sosia virtuale col quale veniva rifotografato. Lo spettatore e il proprio alter ego fotografico si trovavano così in un insolito faccia a faccia, che favoriva quella sensazione perturbante generata secondo Sigmund Freud da qualcosa di famigliare che è stato rimosso. L’aspetto più interessante di questo lavoro riguarda lo slittamento temporale che si viene a verificare; per la prima volta questo fenomeno viene affrontato da un punto di vista artistico, studiandone direttamente gli effetti sul pubblico.

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esposizione in tempo reale n°20 Ambiente grigio multiuso, scatola per sondare lo spazio vicino e lontano Galleria Civica, Modena 1987

Negli anni seguenti, invitato da diversi musei o gallerie, Franco Vaccari ricava vari ambienti onirici all’interno degli spazi espositivi, dove decide di dormire per poi esporre il giorno seguente i sogni fatti durante la notte. Ma è con l’esposizione in tempo reale n°19, “Codemondo” (Biennale di Venezia, 1980), che l’artista continua il processo di disorientamento perturbante del visitatore. Questo ambiente anamorfico è basato sulla deformazione d’immagini di un formichiere, ma soprattutto sulla distorsione acustica delle voci dei visitatori, che l’artista regista all’esterno dell’ambiente per poi trasmetterle al suo interno dopo una quindicina di secondi. Lo spettatore s’imbatte così nella sua stessa voce, con un ritardo temporale involontario e inaspettato. Citando nuovamente Freud, possiamo dire che soltanto il fattore della ripetizione involontaria permette a Vaccari di rendere perturbante ciò che di per sé sarebbe innocuo, insinuandoci l’idea della fatalità e dell’ineluttabilità laddove normalmente avremmo parlato solamente di caso.
L’indagine percettiva polisensoriale fin qui analizzata nell’opera di Vaccari, viene riassunta e arricchita nell’esposizione in tempo reale n°20: “Ambiente grigio multiuso, scatola per sondare lo spazio vicino e lontano” (Galleria Civica, Modena 1987). Come nell’installazione della Biennale di Venezia del 1972, anche in questo caso l’artista realizza uno “spazio privato in spazio pubblico”, all’interno e all’esterno del quale lo spettatore si sente parte attiva del processo creativo.
L’ambiente fatto costruire da Vaccari consente al visitatore di compiere una serie d’azioni in tempo reale. Il contatore Geiger gli permette di percepire il passaggio dei raggi cosmici, amplificati all’interno dell’ambiente da un apposito apparecchio acustico. Il raggio laser autorizza lo spettatore a misurare scientificamente lo spazio. Il foro stenopeico porta un’immagine all’interno, mentre una feritoia a specchio favorisce l’indagine dell’esterno. Per finire, dopo avere sondato “lo spazio vicino e lontano”, il visitatore si può concedere un meritato riposo sdraiandosi sopra una branda messa a disposizione dall’artista.

Nel 1993, invitato per la terza volta alla Biennale di Venezia, Franco Vaccari decide nuovamente di realizzare un ambiente per interagire in maniera differente con il pubblico. L’esposizione in tempo reale n° 21 è intitolata “Bar Code” – “Code Bar”, si tratta di un autentico bar funzionante, al cui interno viene posta un’immagine di Silvia Baraldini (all’epoca detenuta negli Stati Uniti), condannata a quarantatrè anni di carcere per associazione sovversiva. Il titolo dell’opera offre questa chiave di lettura: bar code, come codice a barre, ovvero codice a sbarre. Cioè Silvia Baraldini come vittima di un codice penale diverso da quello del suo paese che le avrebbe fatto scontare solo pochi anni di prigione. L’immagine era accompagnata dalla storia della condanna e terminava con questa considerazione: “Se Silvia Baraldini avesse dichiarato che nelle proprie azioni c’era una dimensione estetica, invece che in carcere sarebbe finita sulla rivista Artforum”.
Dalla fine degli anni Novanta, gli ambienti di Franco Vaccari si caratterizzano per essere costruiti come una sorta di architettura spontanea, edificati utilizzando materiali di recupero. Già negli anni Settanta, quando l’artista dormiva all’interno degli spazi espositivi per esplorare la dimensione onirica, era solito creare uno spazio privato tirando semplicemente una tenda (“Sogni n°3”, Arte Fiera 1976) oppure accatastando sedie, poltrone e tavoli (“Merzbau di una notte”, Galleria Remont, Varsavia 1978). In tempi più recenti, ambienti analoghi vengono costruiti dall’artista recuperando i materiali nelle discariche delle città, ottenendo strutture per contenere sue proiezioni o azioni performative di diversa natura: “Atelier d’artista” (Castelfranco Veneto, 1996), “Anche tu qui?! Caffè” (Bellinzona, 1997), “Bar Bar” (Arles, 1997), la “Casetta dell’arte” (Bregenz, 1998) e “Mini cinema” (Modena 2003).
Sempre seguendo la logica dell’ambiente costruito spontaneamente, portando avanti l’aspetto della distorsione temporale anticipata dall’artista fin dagli anni Settanta, Vaccari realizza nel 1999 l’esposizione in tempo reale n°28: “Da Modena a Klenovà (con tutti e cinque i sensi + uno)”. L’artista trasforma in ambienti sensoriali le preesistenti sale del castello di Klenovà (Repubblica Ceca), dedicandole rispettivamente all’udito, al gusto, all’olfatto, al tatto e alla vista. Il visitatore viene direttamente coinvolto nell’installazione, prima colpito dai rumori registrati al mercato e ritrasmessi per l’occasione, poi stimolato dai sapori dei prodotti alimentari provenienti dalla città natale di Vaccari. Gli stimoli sensoriali continuano a coinvolgere i partecipanti nella percezione di un profumo sprigionato nell’ambiente mediante un raggio laser, un serpente impagliato a rappresentanza del tatto e la vista sollecitata da una camera ottica. Il percorso terminava nella sesta sala, dedicata appunto al sesto senso, dove i partecipanti incontravano con stupore la loro immagine videoproiettata, trasmessa con ritardo per mostrare allo spettatore quanto accadeva pochi minuti prima.
Con apparizioni sensoriali perturbanti, rese possibili da un sapiente utilizzo delle tecnologie, Vaccari è in grado di capovolgere ogni volta le componenti tradizionali dell’evento espositivo, offrendo allo spettatore la possibilità di agire liberamente all’interno di un ambiente pensato dall’artista, ma aperto alle coincidenze, allo straniamento e alla lontananza da ogni soluzione prevedibile. Tutti elementi che oggi riconduciamo facilmente alla logica che governa le nuove tecnologie. Nell’epoca della comunicazione informatica, infatti,  tutto accade in tempo reale, come risultato di una serie d’innesti, contaminazioni e intrecci temporali, così come anticipato e sostenuto con grande coerenza intellettuale da Franco Vaccari dalla fine degli anni Sessanta.





[1]
Miroslava Hajek, La Chaufferie de Descartes (catalogo della mostra “Incubazione I”),  Edizioni La Chaufferie, ESAD Strasburgo 2005
[2]
Luca Panaro, L’occultamento dell’autore, APM Edizioni, 2007
[3]
Franco Vaccari, Fotografia e inconscio tecnologico, Punto e Virgola, 1979
[4]
Franco Vaccari, Esposizioni in tempo reale, Damiani 2007    

In copertina: Mini cinema, Festival di Filosofia, Palazzo dei Musei, Modena 2003







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