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144.440.500 La rubrica degli acquisti più folli nel mondo dell’arte
Autore: Stefano Riba
Data: 23.12.2008

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Articolo pubblicato su ArtKey n 7 | Novembre-Dicembre 2008  
 

I Vitelloni d’Oro

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Il mondo dell’arte (e delle aste) ha due nuovi idoli: i Vitelloni d’Oro. Sono gli artisti che invece di vendere il proprio lavoro vendono se stessi, consapevoli (e capaci) di poter sfruttare lo sconfinamento dell’arte nello showbiz. Niente più Maestri, largo alle Artistar. Basta un’occhiata ai risultati delle maggiori aste mondiali per stanare due tra i capofila di questa tendenza. Il faccione del primo sorride sornione dalla copertina del Time sopra il titolo “Artist as rock star”, mentre del secondo esistono poche immagini. Uno è ipervisibile, l’altro è invisibile, ma il risultato non cambia: sono fenomeni mediatici. Del primo si conosce tutto, dalle sbronze in Messico all’eziologia delle lenti blu dei suoi occhiali, del secondo si sa pochissimo, tanto che il Mail on Sunday ha indagato per un anno prima di rivelare la sua (presunta) identità. Se non avete capito di chi stiamo parlando, ecco un altro paio di indizi. Entrambi sono di Bristol, uno ha 43 anni e l’altro otto o dieci in meno a seconda delle fonti. L’uno somiglia a Paul Gascoigne, genio pazzo del calcio inglese anni novanta, e ha da poco guadagnato 125 milioni di euro nell’asta in cui Sotheby’s ha battuto oltre duecento suoi lavori. L’altro è un mix tra l’attore Jimmy Nail e il rapper Mike Skinner, ha un dente, una catena e un orecchino d’argento ed è - con quasi 10 milioni di euro, 124 lotti battuti e quotazioni cresciute del 101mila per cento in 5 anni - in cima alla classifica under 40 del fatturato totale in vendite d’asta. Indovinato? Sono Damien Hirst e Robert Bank/Robin Bank/Robin Gunningham, meglio noto (senza dubbi anagrafici) come Banksy. Sono le facce opposte della stessa medaglia, che ha in rilievo il volto di Aronne, creatore del (falso) idolo per eccellenza: il Vitello d’Oro. Secondo la Bibbia (Esodo, cap. 32) l’infrazione del primo comandamento provocò la punizione di tutti gli idolatri. Due millenni dopo, quando il Vitello è rispuntato a Londra firmato Damien Hirst, l’unica cosa a cadere dall’alto, non è stata la furia divina, ma il martelletto di Olivier Barker a inchiodare il prezzo del “Golden Calf” a 13 milioni di Euro. In duemila anni molte cose sono cambiate: alla manna si preferisce la pizza e i soldi (anche se per il Papa “sono nulla”) tutti preferiscono tenerli stretti in saccoccia. Ma soprattutto, oggi gli idoli sono in carne e ossa e sul piedistallo salgono calciatori e politici, attori e dittatori. Il vitello di 18 mesi con gli zoccoli dorati e uno specchio a 18 carati tra le corna luccicanti non è che un simulacro. Come un cavallo di Troia, nasconde persone reali, i veri feticci. In questo caso sono artisti: i Vitelloni d’Oro. Personaggi felliniani che hanno accumulato soldi e fama, confondendo però lo status di artisti con quello di star. È da questa confusione che nascono le artistar. Lo smascheramento di Bansky, a cui è dedicato il sito banksyunmasked.co.uk, è sintomo di come l’arte si serva dei media per creare ibridi a sei zeri, potenzialmente pericolosi. Golem del terzo millennio creati non da Rabbi Löw, ma da personaggi come Saatchi, Deitch, Gagosian, Jopling, che potrebbero finire per distruggere lo scenario artistico contemporaneo. La prima crepa che si intravede ha intaccato non tanto il valore economico dell’arte, quanto la sua unicità e originalità. Hirst e Bansky somigliano così a Britney Spears quando canta “You want a piece of me?”. Vuoi un pezzo di me? Non un “pezzo fatto da me”, un’opera, ma una parte di sé. Il passaggio dal complemento di agente a quello di specificazione significa non solo che i due, come la cantante, probabilmente non portano gli slip, ma soprattutto che i media fagocitano e livellano tutto. Come i riti dionisiaci, anche quelli mediatici terminano con lo sparagmòs: lo smembramento rituale dei protagonisti, fatti a pezzi e dati in pasto agli spettatori. Simili alle fotografie del corpo riesumato di Padre Pio, per cui sono stati offerti 24mila euro, o ai ritratti da 14 milioni di dollari dei gemelli Pitt-Jolie le opere dei Vitelloni finiscono per essere null’altro che spazzatura da Novella2000.

 
Il clown pazzo ha ucciso Stephen King
Cronaca irreale dell’acquisto reale di un’opera di Banksy
 
Il 29 giugno 2008 alla Contemporary Art Evening Sale di Phillips de Pury viene battuto a circa 310mila euro “Insane Clown” di Banksy. Ad aggiudicarselo è David Poliakoff, figlio di Michael Poliakoff e nipote di Nicolai Poliakoff. Suo padre e suo nonno erano noti come Coco il Clown, lo stesso nome che usava anche David prima di appendere i trucchi e le scarpe numero 58 al chiodo. I Poliakoff stanno alla pagliacceria come i Kennedy alla politica. Nicolai, il nonno di David, fu eletto Re dei Clown, insignito di una onorificenza da parte della Regina d’Inghilterra per i suoi meriti circensi e conosciuto in tutto il mondo per aver disegnato il simbolo che migliaia di obesi vorrebbero rinchiudere nel braccio della morte: Roland McDonald, l’icona del colosso degli hamburger. Anche suo padre Michael era famoso come Coco, il soprannome che, come da volontà testamentaria, solo uno per generazione poteva portare, ma di cui David si disfò ventidue anni fa passandolo al fratello Graham. Lasciato il circo tornò sui banchi, prese una laurea in economia alla Eastern Kentucky University e ora si gode un ottimo stipendio da manager della Genentech Inc. di South San Francisco. Cosa l’ha spinto a passare dalla biacca alla giacca e cravatta in un’industria di biotecnologie? Il motivo sta nell’opera che ha appena comprato, uno stencil che rappresenta un clown con due pistole in mano, ma ha le radici nel passato. Vi siete mai chiesti perché la coulrofobia, la paura dei pagliacci, divenne fenomeno quasi di massa negli anni Ottanta? Il 1986, anno in cui David smise il nome di Coco, è lo stesso in cui Stephen King pubblicò IT. Dopo la comparsa di Pennywise fare il clown era popolare quanto fare la statua umana di Saddam Hussein a Baghdad dopo l’invasione americana del 2003. Non che fosse tutta colpa di Mr. King. Il declino della figura clownesca è stato lento ma inesorabile. Già nell’Ottocento con il Gwynplaine di Hugo si era capito che non tutti i sorrisi sono segno di felicità, specie quelli poco spontanei ricavati sfregiando un volto. L’animo pacifico del protagonista dell’“Uomo che ride” si perse col passaggio di secolo quando nel cinema muto spuntarono il fenomeno da baraccone omicida del Dottor Caligari e i freak assassini di Tod Browning. Ma il primo vero clown a fare paura venne fuori dalle pagine di un fumetto solo nel 1944: era il Joker. Poi vennero gli anni Settanta e Pogo il Clown, alias Killer Clown, che tra un lavoretto da animatore e una festa di compleanno, ammazzò almeno trenta persona. Con lui si passò dalla fantasia alla realtà e si diffuse il timore che dietro quei sorrisoni disegnati, quelle parrucche, quelle scarpe e quei vestiti giganti si potesse nascondere qualcuno di pericoloso, qualcuno che prima suona la trombetta e poi ti suona di botte. Negli anni Ottanta, infine, Pennywise completò questa escalation. Tutti questi motivi hanno spinto David a mollare il mondo del circo. A malincuore perché i suoi primi ricordi e gran parte della sua vita sono legati all’universo che ruotava dentro il tendone: l’immagine del cappello del nonno, le invenzioni del padre, l’odore dei trucchi a olio, la pelle dura degli elefanti e le gambe nude delle trapeziste. Abbandonare quel mondo è stato come amputarsi un pezzo, un’operazione dolorosa ma necessaria perché sapeva che non sarebbe riuscito a reggere l’idea che qualcuno avrebbe avuto paura di lui. Sapeva anche che se non avesse fermato Coco, se non l’avesse impiccato nel perfetto nodo windsor della cravatta Regimental che da 22 anni porta ogni giorno al lavoro, il suo alter ego con il naso rosso avrebbe trovato Stephen King e, con indosso il cappello da giullare, l’avrebbe ammazzato come capro espiatorio della morte di una parte di sé. Il clown armato di Banksy è l’immagine di Coco che mette a morte chi ha dato il colpo di grazia all’immaginario allegro che seguiva i clown da secoli. I 310mila euro spesi da David sono quindi una cifra ragionevole: è il costo del farsi giustizia e, basandosi la legge su fatti e non su metafore, quello dato per la libertà.
 
La lepre e Damien Hirst
Cronaca quasi reale dell’acquisto reale di tre opere di Damien Hirst
 
“Beautiful my head forever” è stata l’asta del secolo, certamente di questo ma forse anche del precedente. L’attesa che ha preceduto il primo colpo di martello è stata febbrile. I media se ne sono cibati per settimane elevando Damien Hirst al livello di una rock star planetaria e ipotizzando scenari apocalittici sia per i galleristi che per l’artista stesso. Ma le previsioni si sono rivelate infondate, l’asta è stata un successo e Mike Spinner, dal suo posto in terza fila nella sede londinese di Sotheby’s in New Bond Street, si è portato a casa tre opere: il lotto numero 1, il 39, il 46 e ha dato battaglia per una ventina di altri. In tutto ha speso 4.995.750 sterline, che al cambio del 15 settembre corrispondevano a 6.929.000 euro, una cifra ridicola in confronto alle perdite che avrebbero subito se l’asta fosse stata un flop. Avrebbero, e non avrebbe, perché Mike Spinner quella sera non era solo. Mike era lì come uomo di fiducia di Jay Jopling, fondatore della galleria White Cube e dealer londinese di Hirst. I giornali hanno scritto che nei loro magazzini sono conservati circa 200 lavori dell’artista di Bristol. Come sempre i media esagerano, ma la cifra non è così lontana dalla realtà. Tanto che se l’asta fosse stata un insuccesso, la catastrofe avrebbe travolto per primi loro. Per evitare che gli invenduti si trasformassero in palle al piede serviva un istigatore, qualcuno che, come si dice in gergo sportivo, facesse la lepre. Spinner, che ai tempi dell’università era un mezzofondista niente male, direbbe che il suo ruolo è stato quello interpretato dal keniano Paul Koech al Gran Prix di Bruxelles del 1997. In quella sera belga Koech iniziò fin dal primo metro a correre come un dannato e per otto chilometri fece il ritmo per Paul Tergat. Poi, esausto, ma non così tanto da non arrivare secondo, lasciò volare il compagno verso il record mondiale. Allo stesso modo Mike si presentò, già dal primo lotto “Heaven Can Wait”, con una partenza razzo che fece impennare il prezzo dell’opera del 75%. Come Koech portò Tergat al record dei 10mila metri, Mike ha contribuito a rendere Hirst l’artista contemporaneo più ricco al mondo. Il suo capolavoro però arrivò al lotto 51. Dopo essersi aggiudicato tre lotti, decise di fare un ultimo grande colpo prima di tirare il fiato. “Fragments of Paradise”, una teca riempita di diamanti industriali, era stimato ufficialmente tra un milione e un milione e mezzo di sterline. Mike vide che i rilanci provenivano sempre da Roman, l’addetto alle aste telefoniche che parlava il miglior russo lì a New Bond Street, e immaginò che dall’altra parte della cornetta doveva esserci uno dei nuovi miliardari moscoviti arricchiti dalla putrefazione delle taighe preistoriche. Studiò il ritmo degli scambi di offerte: fino ai due milioni e mezzo passavano circa 10 secondi tra una e l’altra. Sottraendo il tempo della traduzione, significava che quel russo prendeva le sue decisioni in meno di 8 secondi. Poteva voler dire solo una cosa: era affamato. Le aste sono come il poker, si deve essere pronti a bluffare e mai e poi mai lasciar intravedere quello che hai in mano. Portarlo sopra i quattro milioni fu semplice. Poi iniziò il gioco psicologico fatto di attese e rilanci improvvisi. Quattro milioni e otto, quattro e nove, nove e cinquanta. Quando si superò la vetta dei cinque, Mike ebbe per un attimo paura che il suo avversario mollasse e che il “gioco” finisse come quando nel tiro alla fune uno dei due lascia improvvisamente la corda e l’altro si trova con il culo a terra. Fece ricorso al suo sangue freddo e rialzò a cinque milioni e cento, dopo 25 eterni secondi arrivò il cinque milioni e due del russo. Il martello calò così su una cifra di oltre il 300% superiore alla stima. Ora poteva smettere di correre, aveva fatto egregiamente il suo lavoro. Mancavano solo 5 lotti alla fine dell’asta ed era ora di far passare il compagno Hirst per vederlo, da qualche passo più indietro, stracciare ogni record.





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