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The project room presenta Wendell Gladstone
Autore: Nicola Maggi
Data: 16.12.2008

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Articolo pubblicato su ArtKey n 7 | Novembre-Dicembre 2008  


Wendell Gladstone
 
L’opera di Wendell Gladstone, in un mondo sempre più affetto da una mania classificatoria, tanto da aver fatto anche del cosiddetto “No Logo” un’etichetta, sembra sfuggire a ogni possibile categoria.
Artista di Los Angeles, presenta lavori caratterizzati da un dialogo tra pittura e scultura che negli anni si è fatto sempre più serrato e i cui termini nascono da immagini rubate dal mondo circostante e rielaborate in un continuo mutare di tecniche, di metodi e di linguaggi: da quello dei bassorilievi antichi a quelli tipici della cultura gotica contemporanea, passando da effetti che rimandano alle vetrate medievali o alla pittura minimalista.
Un approccio naïf, fondato su una sorta di cut-up emozionale che mette insieme immagini nelle quali sembra concretizzarsi la definizione junghiana di sogno: “Una situazione viva, come un animale con le antenne o con molti cordoni ombelicali”. E, come in un sogno, nelle tele di Gladstone prende vita una narrazione nella quale sono messi in relazione elementi che potrebbero sembrare in contrasto dialettico tra di loro ma che, invece, danno luogo a un racconto coerente, anche se non sempre di semplice decifrazione.


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Phrophet, 2007, acrylic on canvas and hand-woven tapestry, cm 61x9,5. Courtesy The Flat-Massimo Carasi, Milano e Kravets/Wehby Gallery New York

Fin dagli anni della Claremont Graduate University, dove si è laureato nel 1998, Wendell Gladstone ha iniziato a sperimentare le possibilità offerte dalla combinazione tra scultura e pittura, arrivando a creare ibridi nei quali il ruolo della seconda - minimalista e irregolare nella forma - è quello di quinta scenica per una rappresentazione scultorea estremamente dettagliata che, in un gioco di continui rimandi cromatici, sembra scaturire dalla condensazione dei colori acrilici della parte pittorica, anche se è difficile poter dire quale delle due sezioni sia nata prima. (È il caso di “Water” o “Sky”, entrambe del 1999). Da questi lavori iniziali (esposti per la prima volta nel 1997 in occasione della collettiva “LA Current”, organizzata presso l’Armand Hammer Museum di Los Angeles) caratterizzati da un rapporto pittura-scultura determinato in primis dalla disposizione delle due parti all’interno dello spazio espositivo che non permette all’osservatore di leggerle separatamente, Wendell Gladstone è giunto nel 2001 a un primo punto di svolta. A partire dalle creazioni di quell’anno, per l’artista californiano si è aperta una nuova fase creativa nella quale il legame tra scultura e pittura è divenuto ancora più stretto, un vero “cordone ombelicale”, come ha messo in evidenza Franklin Sirmans – curatore delle tre personali di Gladstone del 2006 presso la Kravets/Wehby Gallery di New York, la Roberts&Tilton di Los Angeles e la Artspace Witzenhausen di Amsterdam. Se si osservano opere come “Sacrifice” (2001), salta subito all’occhio, infatti, come quel legame, dettato in origine dalla disposizione spaziale, sia adesso fisico. I due arazzi alla parete sono letteralmente legati alla scultura a terra. E un cambiamento profondo vi è anche nei soggetti rappresentati. Se nelle prime opere le sculture di Gladstone raffiguravano esseri umani, i protagonisti di questa nuova fase sembrano essere organismi geneticamente modificati, come le rane antropomorfe di “Gestation” (2001). Nuovi soggetti nei quali pare d’intravedere una critica all’alienazione dei sobborghi americani, anche se definire “impegnata” l’arte di Gladstone è forse azzardato, considerato che egli stesso ha affermato di non voler fare delle sue opere una “dichiarazione politica”. In questa continua esplorazione di possibilità narrative offerta dalla relazione tra la scultura e la pittura, l’opera di Wendell Gladstone ha conosciuto una nuova mutazione nel 2003. Nelle creazioni di questo periodo, come “Walk the Plank” o “Fight Lead to Stripes” - esposte nel 2004 al Museum of Contemporary Art di San Diego -, il rapporto tra le due forme espressive si ribalta diametralmente e la pittura torna ad avere un ruolo guida nello svolgimento dell’azione narrativa; mentre la parte scultorea si prosciuga in una visione astratta in primo piano nella quale si cristallizza la struttura volumetrica, stilizzata, delle figure presenti nel dipinto alle sue spalle. In “Walk the Plank”, ad esempio, nella scultura poliedrica realizzata in legno smaltato si può intravedere quasi un modello wireframe dei solidi che compongono la figura del marinaio in piedi sul ponte della nave, la cui immagine bidimensionale è ritratta con colori acrilici nel quadro alle sue spalle. E lo stesso effetto si ha nella parte scultorea di “Fight Lead to Stripes” dove emerge una geometrizzazione dei volumi che formano il gruppo di marinai che lottano nell’angolo in basso a sinistra del quadro. In entrambi i casi, inoltre, il legame scultura-pittura è reso ancor più forte dall’inserimento di elementi figurativi che creano una sorta di continuità tra i due media, come la piattaforma della scultura di “Fight Lead to Stripes” che riproduce fedelmente il selciato della banchina dove si trovano i marinai.
Questo “gioco delle parti” ha conosciuto, infine, un’ulteriore evoluzione negli ultimi anni e le opere più recenti di Wendell Gladstone si configurano come una fusione di queste due anime. Anzi, come una vera e propria metamorfosi di scultura in pittura e viceversa. Come si può ammirare in “Smoke Signal Rope Umbelical Cord”. In questo quadro del 2007, in alto a sinistra campeggia una grande aquila che altro non è che il corrispettivo pittorico delle sculture geometriche che fino a questo momento stavano davanti ai dipinti. Come queste, infatti, anche il rapace di “Smoke Signal Rope Umbelical Cord” appare composto da assi di legno.
Metamorfosi, dicevamo: al centro del dipinto è raffigurato un falò ed è dal suo legname che nasce l’immagine “scultorea” dell’aquila e, allo stesso modo, il fumo che scaturisce dal fuoco sale e, riempiendo l’angolo in alto a destra, si trasforma in bassorilievo. Il tutto in un pastiche narrativo dai toni surreali e fantastici - caratteristico delle nuove creazioni di Gladstone - nel quale motivi tratti dalla mitologia dei nativi americani si fondono con elementi di design geometrico (il tendaggio sulla sinistra) e gotici (il teschio). Questo il nuovo Wendell Gladstone.

In copertina: Shepherd, 2007, acrylic on canvas, cm 183x122 Courtesy The Flat-Massimo Carasi, Milano collezione privata







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