ArtKey Magazine | ArticoloIntervista a Franco Menicagli
Autore: Francesco Marmorini
Data: 14.01.2009
Gli artisti correlati: Franco Menicagli Una particolare personale all’atelier di Patrizia Pepe a Capalle, numerose partecipazioni a collettive, soprattutto con lavori site specific, e un costante impegno nella promozione dell’arte contemporanea. Si è chiuso un anno intenso e ricco di soddisfazioni per Franco Menicagli, che, forte ormai di alcuni punti fermi, mette continuamente in discussione il proprio lavoro senza farlo posare e sedimentare per più di una stagione. La dismissione delle vecchie opere e il ciclico recupero degli oggetti utilizzati all’interno di nuovi lavori, la critica della durevolezza dell’opera a favore di una libera decandenza naturale dei materiali, l’interesse per l’anti-monumentalità e per la pratica del restauro, sono alcuni dei concetti chiave necessari a comprendere il lavoro dell’artista toscano. Francesco Marmorini: Il restauro è alla base della conservazione delle opere d’arte e quindi della trasmissione della cultura. Attingi spesso alla simbologia visiva legata a questa pratica, ad esempio riproducendone le impalcature. Cosa ti attira di preciso dei cantieri di restauro? Franco Menicagli: L’apertura di un cantiere di restauro è sinonimo di interesse e di attenzione verso qualcosa che viene ritenuto importante, utile o prezioso. Mi interessano i parametri che determinano cosa sia degno di essere tramandato, rispetto alle cose che vengono invece abbandonate al loro normale deterioramento. Che cosa si ritiene sia necessario per la memoria collettiva e debba essere necessariamente consegnato alla storia? Credo sia degno di attenzione il fatto che questi parametri siano arbitrari e mutevoli nel tempo, che cambino attraverso le varie epoche storiche e si modifichino a seconda delle diverse aree geografico-culturali. Vedo il restauro anche come unica possibilità di costruire oggi. Non lo intendendo tanto come un’attività di riparazione, ma come un fare qualcosa di nuovo, uno stratificare per giungere a una condizione finale comunque diversa da quella iniziale. ![]() Franco Menicagli, Interim, 2007 realizzata site specific per la mostra “il giardino immaginato” presso la facoltà di architettura di Firenze, opera distrutta F.Ma. Nel caso di “Interim” (2007), realizzato alla Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze, sembra che l’impalcatura suggerisca un problema evidenziando una mancanza. Il lavoro in quel caso ci raccontava un’assenza e una sorta di decadenza in fieri dell’oggetto esaminato. F.Me. Sì, certo, il lavoro accentua la precarietà e quindi l’inutilità dell’intervento stesso. In quel caso, avevo realizzato intorno a una colonna/piedistallo, che stava crollando, una struttura di legno tenuta insieme con il nastro adesivo di carta, un cantiere fittizio, che però suscitava curiosità nei passanti. L'impalcatura inoltre era montata per una scultura che non c'era. La mancanza dell'oggetto da restaurare faceva scattare un meccanismo mnemonico nel fruitore in quanto se una cosa non c'è più, chi guarda si chiede che fine abbia fatto. F.Ma. Un processo simile al “Grottino” realizzato in piazza Pascoli a Matera. Qui avevi individuato una delle tante grotte rupestri della zona un tempo adibite al culto, che dopo essere rimasta alluvionata era divenuta impraticabile e confusa nella memoria della gente del posto. Tu hai costruito nella piazza principale una struttura in legno delle stesse dimensioni dell’interno della cavità sotterranea riportando in superficie e alla memoria degli abitanti un luogo della loro storia. Lo spazio architettonico negativo è sempre stato per te elemento di confronto. Penso anche all’altro lavoro site specific “Era Glaciale”, realizzato nel 2003/04 al Museo Laboratorio di Città Sant'Angelo. F.Me. Sono interessato allo spazio in negativo sia concettualmente che formalmente. Questo può essere costituito da una parte architettonica mancante o in decadimento, ma anche da un ambiente che, persa la sua funzione originaria, è stato dimenticato e abbandonato. All’interno dell’ex Manifattura Tabacchi del museo laboratorio di Città Sant’Angelo avevo foderato con del cartone l’interno di una stanza a forma di igloo un tempo adibita a ghiacciaia. Mi interessava l’analogia tra l’igloo e la ghiacciaia. Con il rivestimento in cartone ho alterato la temperatura trasformando così la stanza più fredda del museo nella stanza più calda. Dopo che il lavoro era rimasto in permanenza per un anno ho tagliato il rivestimento interno dividendolo in due calotte e ho esposto una delle due parti in esterno, mentre l’altro mezzo igloo è rimasto dentro puntellato. Dopo un anno la calotta era tutta imbarcata e muffata ed era proprio questa l’operazione che mi interessava: passare dal negativo al positivo con la possibilità di leggere il passare del tempo. ![]() Franco Menicagli, Era glaciale, 2003/2004 dimensioni variabili, cartone, legno, nastro adesivo di carta, courtesy Museo Laboratorio Città Sant’Angelo F.Ma. Il tuo lavoro sembra essere molto adatto per la dimensione del site specific, che è sicuramente quella dove le componenti territoriali più condizionano il risultato. Come scegli i luoghi dove lavorare, che caratteristiche devono avere? F.Me. Mi interessano le città storiche perché, sovraffollate di immagini del passato, sembrano non lasciare spazio alla realizzazione di nuovi elementi visivi. In questo senso il falso restauro, precario e malfatto evidenzia paradossalmente l’esigenza del costruire, là dove sembra impossibile, attraverso una tecnica imprecisa e l’uso di materiali facilmente deteriorabili, che a loro volta avranno bisogno di un restauro. Trovo interessanti anche i luoghi del fare dove si costruivano le cose; i laboratori, le fabbriche chiuse e abbandonate dove si è interrotta la produzione, luoghi che esprimono al meglio un senso di transitorietà del significato sociale dell’architettura. F.Ma. Come si pongono i tuoi lavori nei confronti della abbastanza recente tendenza definita come anti-monumentale, le cui parole d’ordine sono non-spettacolarizzazione e chiavi di lettura frammentarie e non centralizzate con dispersione dei punti di vista? F.Me. Ho sempre lavorato molto sul concetto di antimonumentalità. Anni fa creavo sculture in cartone per porle in esterno perchè si deteriorassero. La carenza di spazi per l’arte monumentale e pubblica mi portava a pensare una scultura che durasse il tempo di essere notata per poi lasciare lo spazio a nuove sculture. Trovo la scultura monumentale poco democratica sia per come si impone quotidianamente sui suoi ignari fruitori che per come irrompe nel paesaggio. L'arte monumentale con funzione duratura diventa un peso culturale perché è un fardello che volente o nolente presenzia un luogo e allo stesso tempo esige dei costi in termini di manutenzione. ![]() Franco Menicagli, Untitled, 2008 tubo in metallo cromato, cartone, colla a caldo, dimensioni variabili, courtesy dell’artista F.Ma. A proposito di durevolezza dell’opera. Ti piacerebbe che il tuo lavoro rimanesse o lo vorresti sempre rielaborato e in costante divenire? F.Me. Preferisco smontare e rimontare di continuo. Pur essendo consapevole che per un collezionista questo può essere un problema non riesco a concepire che i miei lavori durino in eterno. Non voglio invadere il mondo troppo a lungo con il mio messaggio visivo perché mi sembra già troppo saturo di informazioni. Preferisco un atteggiamento democratico, per cui quando una cosa va via ne arriva sempre un’altra, come in un corso vitale naturale; credo molto nel ciclo delle cose. ![]() Franco Menicagli, Strain-gage, 2008 oggetti di recupero, legno, tubo in metallo cromato, fascette ferma cavo, dimensioni variabili, courtesy dell’artista F.Ma. Le serie di lavori “Clues”, “Shell-like”, “Highlight” e “Strain-gage” ben evidenziano un itinerario iniziato nel 2007, che presenta una chiara e interessante evoluzione del tuo percorso scultoreo. In circa due anni l’indagine spaziale si è sempre più estremizzata allentando il contatto con l’oggetto di partenza iniziale alla ricerca di un sempre maggiore coinvolgimento dello spazio circostante. Sembra che tu abbia iniziato a concepire anche la scultura come interagente e dipendente da uno spazio architettonico. F.Me. Penso l’oggetto innanzitutto come una forma e cerco di dimenticarmi della sua funzione originaria e anche per questo ho una propensione a smontare, a ridurre in frammenti destrutturando gli oggetti. Il frammento esprime l’esigenza di un completamento da parte dello spettatore e gli chiede di ritrovare un senso delle cose unendo indizi disseminati nello spazio. Questo insieme di relazioni crea delle strutture elastiche capaci di ingrandirsi ed estendersi notevolmente fino a occupare l’intero spazio o diventare esse stesse architettura. In uno dei miei ultimi lavori “Double-dekker” (2008), realizzato per la collettiva “Seek Refuge” al Camping Village di Venezia, ho invece estremizzato la funzionalità attraverso la decontestualizzazione dell’oggetto portato in esterno; l’idea è stata quella di trasformare un oggetto per interni (letto a castello) in una unità abitativa (architettura). ![]() Franco Menicagli Double-decker, 2008 realizzata site specific per la mostra “Seek Refuge” Venezia, dimensioni 320x200x120, courtesy dell’artista F.Ma. Una parte del tuo lavoro, quella che precede la costruzione dell’opera, si affida molto all’intuizione nel reperimento dei materiali costitutivi, che nella quasi totalità dei casi sono materiali di recupero. Che caratteristiche deve avere l’oggetto piuttosto che il frammento di video scaricato dalla rete per essere di tuo interesse? F.Me. L’incontro con un oggetto preso dalla spazzatura o da un rigattiere ha una natura spesso ambivalente, in alcuni casi è lui stesso a suggerire il lavoro altre volte è l’esatto contrario. Nello specifico sono attratto da oggetti in cui è presente una forte struttura lineiforme che mi è utile per creare un sistema di relazioni tra i punti di forza dell’oggetto e lo spazio architettonico che lo ospita. Mi interessano le tecniche di realizzazione e le attitudini alla creazione di nuove forme. In questo senso qualsiasi manufatto realizzato dall’uomo può essere usato e rielaborato qualora sia utile a esprimere una forma un concetto che in quel momento sto ricercando. A volte questi oggetti smontati e riutilizzati in alcune delle loro parti diventano architetture autonome. ![]() Franco Menicagli, Card Stacker, 2008 Video Dvd min.06,23 courtesy dell’artista F.Ma. Negli ultimi lavori sembra ritornare al centro dei tuoi interessi il cartone, materiale che hai utilizzato molto in passato per delle serie scultoree come quella delle piante grasse presentata anche all’interno della personale “Noli me tangere” (2008) all’atelier di Patrizia Pepe. Adesso ti vedo però più interessato alle sue caratteristiche processuali, al suo particolare modificarsi in corso d’opera che alle sue proprietà estetiche. Questo utilizzo mi ricorda i lavori dove era il legno a essere messo sotto sforzo e indagato nelle sue proprietà costitutive e potenziali. F.Me. Il cartone è un materiale che mi è sempre piaciuto per la sua natura domestica e per la sua estrema facilità nell’essere lavorato. Negli ultimi lavori lo utilizzo in fogli sempre della stessa dimensione come un elemento modulare che, assemblato con altri, è capace di coprire delle grandi superfici, di adagiarsi o deformarsi su delle strutture rigide e inospitali. Le sue proprietà semirigide mettono sempre in bilico chi lo usa per costruire delle forme, tra quello che si è fatto volontariamente e quello che il materiale fa da sé inevitabilmente; seguendo le sue proprietà fisiche tende a distendersi, a porsi in orizzontale come un tappeto che avvolge e determina lo spazio. ![]() Franco Menicagli, Small plants, 2007 cartoncino, colla a caldo, dimensioni variabili, courtesy Patrizia Pepe Firenze F.Ma. In un momento del tuo percorso avevi acquisito una cifra stilistica caratterizzata dall’uso di fascette di plastica soprattutto nere, utilizzate per assemblare i lavori scultorei. Nelle ultime opere non se ne trova traccia. Come riesci a rimettere continuamente in discussione il metodo di lavoro, o meglio, quanto ti costa eliminare un elemento che ti ha rappresentato per continuare a evolverti? F.Me. Non riconosco quasi mai nel materiale una cifra stilistica e utilizzo quello che in quel momento mi sembra più idoneo per materializzare un concetto; incomincio a lavorarci sopra, magari anche per un lungo periodo, esplorandone più a fondo possibile le capacità espressive. Come in un processo artigianale le tecniche e i materiali ritornano ogni qual volta ritengo possano essermi utili. F.Ma. A cosa stai lavorando in questo momento? F.Me. Sto sviluppando dei progetti sonori, delle tracce audio, registrazioni di suoni di oggetti o materiali, come rotture e scricchiolii, miscelate a dei loop sonori scaricati. L’esperienza di Clues (2008) a Mega+Mega ad Arezzo è stata in questo senso molto importante. F.Ma. Lo studio che condividi a Prato con l’artista Raffaele Di Vaia (http://studiomd.altervista.org/) è stato spesso trasformato in spazio espositivo di opere vostre e di altri artisti, in occasione di aperture speciali al pubblico, manifestazioni e mostre collettive, come “Open studio”, “Versus” e “Corale10”. Dove pensi possa portare un’attività curatoriale, organizzativa e promozionale di questo tipo? F.Me. Il modo di concepire le esposizioni negli ultimi anni sembra cambiato da un modello chiuso autoreferenziale proposto da gallerie e musei a uno più aperto fatto di scambio tra artisti e di relazione con il territorio. Anche per questo ultimamente si stanno moltiplicando gli spazi gestiti direttamente dagli artisti così da creare un valore aggiunto e una possibile alternativa rispetto ai luoghi normalmente deputati all’arte e riportando al centro della discussione l’autonomia nelle scelte operate dall’artista, che così può tornare a essere un elemento attivo del processo e non solo uno che subisce le logiche del mercato, della galleria e del museo istituzionale. Noi abbiamo sempre pensato allo studio come un luogo di incontro e scambio, un luogo dove far vedere il nostro lavoro e confrontarlo con quello di altri o dove proporre dei progetti particolari che non trovano spazio altrove. Per questo finche lo riterremo interessante e piacevole continueremo questo tipo di attività. In copertina: Franco Menicagli, Ostacoli, 2008 oggetti di recupero, dimensioni 160x120x30, courtesy dell’artista |
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