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Rubrica: "I precursori" di Luca Panaro. Bruno Munari
Autore: Luca Panaro
Data: 11.02.2009

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Gli artisti correlati: Bruno Munari


Articolo pubblicato su ArtKey n 8 | Gennaio-Febbraio 2009

BRUNO MUNARI. AGLI ALBORI DELLE INSTALLAZIONI LUMINOSE

La fedele ricostruzione delle storiche installazioni di Bruno Munari, di cui lo scorso anno si è celebrato il decennale dalla morte, ci permette di riflettere sull’artista prima ancora che sull’abile creativo. Una sorprendente freschezza di ricerca si riscontra nelle Proiezioni dirette (1950) e Proiezioni a luce polarizzata (1953), opere poco note che hanno anticipato le moderne videoinstallazioni multimediali, influenzando generazioni di artisti statunitensi.
La grandezza di un artista è riconoscibile quando nel suo lavoro si avverte una premonizione di quanto accadrà in futuro. Numerosi sono stati gli autori a operare nel Novecento, in tanti hanno lasciato una traccia della loro abilità, ma soltanto alcuni si sono dimostrati dei veri anticipatori. Fra questi Marcel Duchamp e Andy Warhol sono frequentemente e giustamente citati come i più influenti e imitati dalle nuove generazioni. Il Francese, per la rivoluzionaria introduzione dell’oggetto “già fatto” (ready-made), lo Statunitense, per l’estensione di tale prospettiva all’immagine tecnologica diffusa dai media. Se oggi però molti artisti creano ambienti visivi nei quali gli spettatori s’immergono o si confondono con la luce, bisogna dare questo merito a Bruno Munari. Un italiano noto come designer, ma scarsamente conosciuto come artista. Sembra quasi incredibile che alcune sue opere profetiche siano cadute per tanto tempo nell’oblio, citate da molti senza la dovuta attenzione critica, in modo particolare nel nostro Paese.

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Proiezioni dirette (1950) e film I colori della luce (B. Munari e M. Piccardo, 1963) all’interno della Paggeria di Palazzo Ducale, Sassuolo (MO)

Ho avuto l’onore di conoscere questo materiale grazie al lavoro condotto dalla critica Miroslava Hajek, che si è trasformato ben presto in occasione espositiva con l’allestimento della mostra “Fantasia esatta. I colori della luce di Bruno Munari”1[1]. L’evento è stato un primo passo verso la ricostruzione della ricerca che l’artista ha condotto nei confronti della luce e del movimento in rapporto allo spazio. Negli anni Cinquanta, Munari realizzò delle opere in miniatura, dipingendo e facendo collage di materiali organici o plastici. Inserendo queste composizioni materiche tra due vetrini, ingranditi da comuni apparecchi di proiezione, l’artista toglieva fisicità all’opera, restituendo la sua immagine “diretta” in dimensioni monumentali. Lavori di una grande semplicità e di straordinario anticipo sull’attuale situazione dell’arte contemporanea, che collocano Munari fra gli autori più rilevanti del secolo scorso. L’artista sosteneva che con un piccolo vetrino era possibile affrescare una cupola e che in una tasca si poteva tenere tutta una grande mostra. Come fece al MoMA di New York nel 1954, quando furono ospitate per la prima volta le “Proiezioni dirette”. L’Italia è stata immune al fascino di questo materiale, salvo in qualche rara occasione espositiva, dove è apparso come appendice alla più apprezzata produzione oggettistica e all’attività didattica dell’autore.
L’idea di realizzare centinaia di “quadri” da proiettare, ottenuti mettendo all’interno di comuni telai da diapositiva un’ala di libellula, una piuma, cotone, retini colorati, foglie secche, filamenti e materiali vari, è piuttosto atipica se pensiamo agli anni Cinquanta. Ancora più particolare è per un artista di quell’epoca “affrescare” uno spazio servendosi della sola luce, quella di un comune proiettore che ingrandisce, deforma e smaterializza una piccola e artigianale composizione. A questo va aggiunta la resa della terza dimensione, ottenuta mediante l’utilizzo di un filtro polarizzatore capace di mostrare, con una semplice rotazione frontale al vetrino da proiezione, infinite forme tridimensionali contenute nell’immagine. Un ulteriore passo avanti di Bruno Munari rispetto ai tempi, forse il più rivoluzionario, consiste nell’avere accolto lo spettatore all’interno dell’opera, accettandolo come parte integrante del processo creativo. Un punto di svolta importante che anticipa quell’esperienza mentale e fisica concessa oggi all’utente di qualsiasi installazione artistica, nel momento in cui gli è dato di muoversi in uno spazio interattivo.
Anche Lucio Fontana realizzò nel 1951 alla Triennale di Milano un ambiente di luce, formato da un solo neon disposto con andamento serpentino concentrico, ma quest’opera, seppure importante, rimane legata a un concetto tradizionale di visione. Nel caso delle “Proiezioni” di Munari, invece, dalla contemplazione di un oggetto si passa all’azione, lo spettatore si trasforma in utente: non gli è chiesto solo di osservare ma anche di agire, muovendosi in un ambiente luminoso che, pur continuando a funzionare in termini visivi, prevede un diretto coinvolgimento corporeo. Il visitatore diventa così parte integrante dell’opera, come accadrà dalla fine degli anni Sessanta negli ambienti di James Turrell e Franco Vaccari, artisti fra loro differenti, ma ambedue in grado, come Munari, di fronteggiare senza difficoltà l’essenza della tecnologia, e questo perché la loro esperienza li rende in qualche modo consapevoli dei mutamenti che intervengono nella percezione sensoriale.

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Proiezioni dirette (1950) e film I colori della luce (B. Munari e M. Piccardo, 1963) all’interno della Paggeria di Palazzo Ducale, Sassuolo (MO)

Nel 1966 Turrell espose le prime “Cross Corner projections”: lastre metalliche perforate delle dimensioni di una diapositiva, che furono proiettate per essere guardate da un preciso punto di vista, dando l’impressione della presenza di un solido luminoso attraversabile dall’osservatore. Nel 1969 Vaccari diede inizio alle “Esposizioni in tempo reale”, che lo porteranno, così come è stato detto nello scorso numero di ArtKey, a realizzare nel 1980 “Codemondo”: un ambiente anamorfico basato sulla distorsione di un’immagine proiettata e sull’aberrazione dei suoni prodotti dagli stessi visitatori.

L’arte di questi autori tende a realizzare una sorta d’esperienza sublime in cui lo spettatore è sopraffatto da un’apparizione spazio-temporale.

L’immagine proiettata, da Munari in poi, diventa quindi un formato diffuso nell’arte contemporanea, altri artisti aprono la strada al riconoscimento delle condizioni sia dello spazio-ambiente sia del soggetto che guarda. La videoarte e l’installazione proseguono questa linea verso lo spettatore come elemento fisicamente attivo nel tempo e nello spazio, in continuo movimento all’interno dei confini dell’opera. Stimolati dai progressi nei mezzi di proiezione, artisti come Bill Viola e Gary Hill, immergono gli spettatori in spazi bui, interrotti da proiezioni luminose che occupano l’intera architettura espositiva, dove si combinano effetti acustici e immagini in movimento che coinvolgono l’utente dal punto di vista fisico, psicologico ed emotivo. Queste immense proiezioni, con la loro luminosità seducente, si allontanano dal segno “informe” o “minimale” degli anni precedenti, per avvicinarsi all’immagine spettacolare già sperimentata dall’industria cinematografica.

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Proiezioni dirette (1950) e film I colori della luce (B. Munari e M. Piccardo, 1963) all’interno della Paggeria di Palazzo Ducale, Sassuolo (MO)

Per l’utilizzo innovativo dei mezzi forniti dal suo tempo, combinato a un approccio scientifico ma aperto al coinvolgimento del grande pubblico, e con una particolare sensibilità per le forme, i colori e lo spazio, Olafur Eliasson è forse l’artista contemporaneo più vicino alla ricerca condotta da Munari nelle sue “Proiezioni”. Tutte le opere dell’artista danese hanno a che fare con la luce, ma anche con altri elementi naturali come acqua, lava, fuoco, ghiaccio e vento. Nel 1993 riuscì a creare un arcobaleno all’interno di una galleria, proiettando dei raggi luminosi attraverso un sottile vapore acqueo (“Beauty”). Dieci anni dopo nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra realizzerà un’installazione attraversata da 2 milioni di spettatori, consistente in una gigantesca sovrapposizione di vapore, specchi e 200 lampadine per creare l’illusione di un risplendente sole (“The Wheather Project”). Più recente, invece, è la partecipazione di Eliasson a T2-Triennale d’Arte Contemporanea di Torino, dove presenta in una sala del Castello di Rivoli l’installazione “The Sun Has No Money” (2008): un ambiente formato da anelli trasparenti sospesi di varie dimensioni, che si muovono grazie allo spostamento d’aria provocato dai visitatori, generando così sulle pareti affascinanti cerchi di luce multicolore. La smaterializzazione dell’oggetto esposto alla luce rende questo e altri lavori di Eliasson molto vicini ad alcune opere di Munari.

L’arte di oggi è quindi impalpabile, ormai diversi artisti privano le loro opere di quella fisicità che ha contraddistinto il quadro, la scultura e l’oggetto; vediamo sempre più spesso immagini smaterializzate, a base luminosa, come quelle prodotte da fotografia, cinema, tv, video, computer o semplicemente dalla sola luce. A volte tutto è amalgamato insieme per creare ambienti straordinari, installazioni caleidoscopiche e multimediali che includono il tempo dello spettatore, la sua pelle intrisa dell’opera e la mente sorpresa da una verosimile apparizione. Tutto questo è stato predetto negli anni Cinquanta da Bruno Munari; le “Proiezioni dirette” e “Proiezioni a luce polarizzata”, testimoniano la grandezza di un artista non ancora sufficientemente valutato.

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Proiezioni dirette (1950) e film I colori della luce (B. Munari e M. Piccardo, 1963) all’interno della Paggeria di Palazzo Ducale, Sassuolo (MO)

Luca Panaro è critico d’arte, insegna all’Accademia di Belle Arti di Brera, collabora con il Politecnico di Milano e il DAMS di Bologna. Negli ultimi anni ha curato diverse mostre personali e collettive, con un particolare interesse verso la fotografia, il video, la performance. Ha pubblicato i seguenti libri: Rileggere l’immagine. La fotografia come deposito di senso (2009), L’occultamento dell’autore. La ricerca artistica di Franco Vaccari (2007), Olivo Barbieri. Site specific_New York City (2007). Scrive regolarmente per diverse riviste specializzate.
www.lucapanaro.net

In copertina:
Proiezioni dirette (1950) e film I colori della luce (B. Munari e M. Piccardo, 1963) all’interno della Paggeria di Palazzo Ducale, Sassuolo (MO)
 

[1] Mostra realizzata in occasione del Festival Filosofia, a cura di Betta Frigieri, Miroslava Hajek e Luca Panaro, Paggeria di Palazzo Ducale, Sassuolo (MO), 19 settembre-26 ottobre 2008. Catalogo APM Edizioni





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