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LA GRIGLIA DEGLI EVENTI Intervista a Carsten Nicolai
Data: 21.04.2009

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Il 2009 sarà soprattutto l'anno di Alva Noto, pseudonimo con il quale Carsten Nicolai (Karl-Marx-Stadt, 1965) marchia le sue frequenti incursioni nel campo dell'arte dei suoni. Con il secondo volume della serie “Xerrox” appena pubblicato dall'etichetta raster-noton (che lo stesso artista gestisce con Olaf Bender), Nicolai si appresta ad affrontare una tournée che lo porterà sui palchi dei teatri di mezza Europa per presentare al pubblico il progetto elaborato a quattro mani con il guru del minimalismo storico e della film-music Michael Nyman - un'opera ispirata alla vicenda di Sparkie, celebre pappagallo parlante che negli anni Settanta arrivò a incidere un disco. Ma anche per quanto riguarda la ricerca visuale sono in cantiere lavori importanti. Verrebbe da chiedersi dove Nicolai trovi l'energia e, più banalmente, il tempo necessari per concepire e portare a termine progetti di così vasta portata. Poi, interpellato per un'intervista, lo si ascolta raccontare con estrema naturalezza di un'intenzione di ricerca che va declinandosi ormai da anni lungo un percorso lineare e coerente. Un'intenzione dalla quale pare irradiarsi come a raggiera un numero infinito di idee che stanno esattamente a metà strada tra theorèin e prattein; un percorso fatto di dedizione e lavoro che conoscerà, nel 2010, due importanti riconoscimenti nelle retrospettive monografiche di New York e di Mosca, entrambe interamente consacrate al lavoro dell'artista.

Vincenzo Santarcangelo:cluster” è il titolo di un tuo recente lavoro presentato in occasione di “Life? Biomorphic Forms in Sculptures”, collettiva curata da Katrin Bucher Trantow e Peter Pakesch di scena fino allo scorso gennaio presso la Kunsthaus di Graz. In quella serie di sculture, ispirata a un esperimento dell’architetto americano Richard Buckminster Fuller sull’impacchettamento delle sfere nello spazio e alla cosiddetta congettura di Keplero, proponevi un parallelismo tra processo creativo - la forma finale delle sculture, stadio ultimo di un processo aleatorio - e processo biologico - la forma biomorfica di determinati grappoli cellulari. La tua ricerca artistica si è sempre servita di concetti prelevati di peso dalla scienza. Credi che il caso abbia una funzione simile nel determinare tanto processi biologici quanto processi creativi (o artistici)?
Carsten Nicolai: Cercare di spiegare che ruolo giochi il caso nel determinare processi biologici o processi creativi è uno degli obiettivi fondamentali del mio fare artistico. Sono costantemente alla ricerca di principi costruttivi in grado di produrre figure o forme - processi che iniziano a essere dotati di senso solo nel momento in cui producono figure o forme. La serie  è basata su un procedimento aleatorio: riempire un pallone gonfiabile con 200 palline da ping-pong, lanciarlo per ottenere forme plastiche del tutto irregolari e successivamente immergerlo in argentone (lega metallica di nichel, zinco e rame argentata galvanicamente, ndr). L’opera vive dunque della coesistenza tra un principio di disordine - la serie infinita di possibili combinazioni di forme casualmente determinata dal lancio del pallone - e una serie di principi determinati - la forma delle palline da ping-pong, la superficie del pallone. Quando ci poniamo di fronte alle sculture della serie “cluster”, abbiamo contemporaneamente davanti ai nostri occhi un oggetto - il risultato finale di un processo - e la storia del processo che ha creato una nuova forma, un oggetto finito. Il processo creativo - un processo altamente stratificato - non è più visibile nell’oggetto finito eppure ha lasciato una traccia indelebile del suo accadere nel modo di essere di quell’oggetto.

V.S. Uno degli obiettivi della collettiva, che vedeva esposti tra gli altri lavori di Louise Bourgeois, Ernesto Neto, Pino Pascali, consisteva nel cercare di rispondere, attraverso le opere in catalogo, a domande come le seguenti: può l’arte aiutare a meglio rapportarsi con le complesse configurazioni tridimensionali tipiche dei processi naturali? E addirittura: può l’arte aiutare a meglio comprendere la scienza? Questioni piuttosto controverse...
C.N.
La scienza continua a essere una delle maggiori fonti d’ispirazione per il mio lavoro. Non credo tuttavia che l’arte aiuti a meglio comprendere la scienza, anzi trovo molto pericolosi tentativi fatti in questa direzione. Piuttosto direi che arte e scienza lavorano su un piano comune. Sia la scienza che l’arte operano infatti in aree ancora relativamente inesplorate dall’intelligenza umana. A mio modo di vedere, l’artista lavora con modelli simili a quelli dello scienziato, magari non passibili di prove la cui accuratezza sia garantita da formule matematiche, ma basati su uno stesso meccanismo: si tratta in entrambi i casi di griglie interpretative che ci aiutano a capire meglio in che tipo di mondo siamo situati. Con la differenza, non di poco conto, che nella scienza abbiamo la possibilità di addurre una prova del risultato a cui siamo giunti: cerchiamo qualcosa, e proviamo a costruire un modello esplicativo che necessita di essere provato. Solo quando la consistenza di un modello interpretativo ha superato la prova dei fatti, possiamo passare all’utilizzo di un nuovo modello ancor più sofisticato. 

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Carsten Nicolai, cluster, 2008 Courtesy Galerie EIGEN + ART Leipzig/Berlin. Foto: Uwe Walter © VBK, Wien, 2008

V.S. Il 2 aprile sarà inaugurata una scultura pubblica nella nuova piazza situata di fronte al Kasumigaseki Building di Tokyo, quartiere Chiyoda. Si tratta di un tuo lavoro intitolato “poly_stella”. Vuoi parlarcene? 
C.N.
Si tratta della mia seconda scultura esposta all’aperto. È un poliedro complesso, uno degli infiniti poliedri esistenti in geometria solida. È composto da 30 elementi costruttivi semplici in acciaio inossidabile, alcuni di essi dipinti di nero opaco: tutti perfettamente uguali ma disposti secondo angolazioni differenti. Accade così che il poliedro finisce per somigliare a una stella composta da oggetti tridimensionali identici che si ripetono secondo uno schema variato. La figura geometrica del poliedro ha, come noto, innumerevoli risvolti filosofici - si pensi ai cinque solidi di cui Platone parla nel Timeo. Sono molto interessato a processi matematici o geometrici che conducono dalla semplicità a un complessità via via crescente e il progetto per “poly_stella”, un oggetto generato matematicamente, è stato da me concepito proprio come se stessi avendo a che fare con uno di essi.

V.S. È in uscita per la casa editrice Gestalten Verlag di Berlino “grid index”. Un libro d’artista di Carsten Nicolai o un manuale tecnico per addetti ai lavori? Partendo dall’ipotesi secondo cui la totalità delle informazioni visive disponibili in arte come in scienza - illustrazioni, graphic design, ma anche pittura e architettura - siano in ultima analisi riconducibili a griglie e patterns bidimensionali, il libro cerca di rintracciare un codice valido per tutti i sistemi visivi esistenti in un’equazione di griglie e patterns da te collezionati nel tempo. 
C.N.
Quella di “grid index” è una scommessa a cui tengo molto. Ho collezionato nel tempo questa serie di patterns e griglie che io ritengo fondamentali, non solo per il background di tipo matematico che sta dietro alla loro genesi, ma soprattutto perché costituiscono un ottimo esempio di quella dialettica semplice-complesso più volte tirata in ballo nel corso di questa intervista. Il libro comunque è più uno strumento di lavoro, che un oggetto d’arte: è l’equivalente dello spartito per un musicista. Ovviamente, rimane pur sempre un oggetto - chi potrebbe negarlo? - ma il contenuto è di assoluto dominio pubblico.

V.S. Secondo il Paul Klee del “Pedagogical Sketchbook”, nel quale pure si parlava di qualcosa di simile - un punto, considerato come elemento atomico, genera linee, piani e altre strutture complesse - esperimenti del genere condurrebbero all’idea (all’ideale?) di un linguaggio visuale universale e non-figurativo: quasi una formula universale di goethiana memoria alla quale poter ricondurre tutti i linguaggi artistici, e in primo luogo arte del suono e arte del colore.
C.N.
“grid index” è un libro che cerca semplicemente di rispondere alla domanda: come è possibile costruire delle griglie e in che modo, attraverso di esse, prendono forma strutture complesse? Da questo punto di vista, stiamo parlando di un linguaggio universale esattamente come universale è il linguaggio del suono, dell’arte, della matematica. Ma non avevo l’intenzione specifica di proporre una nuova formulazione del linguaggio artistico universale di goethiana memoria. 

V.S. La domanda a cui cerchi di rispondere con “grid index” è tipica di quella corrente artistica passata alla storia come Arte Cinetica, Optical Art o Arte Programmata.
C.N. La gran parte dei critici che parlano del mio lavoro finisce per citare i nomi dei rappresentanti storici dell’arte cinetica, optical o programmata degli anni Sessanta e Settanta. E io non posso che convenire, perché è come se una stessa sensibilità estetica ci legasse idealmente pur a distanza di decenni, come se uno stesso, inalterato bisogno di reagire al predominio del figurativo e del narrativo - un bisogno d’astrazione - si sia reincarnato in una generazione di nuovi giovani artisti.

V.S. A cosa stai lavorando, nel campo della ricerca visuale?
C.N.
A una serie di tavole ispirate alla cosiddetta Tired Light Theory (una classe di ipotesi cosmologiche basate sull’osservazione di variazioni di frequenza della luce, ndr), a dei video che riprendono il linguaggio audio-video così come codificato in “uniTXT” (recente uscita discografica di Carsten Nicolai/alva noto per l’etichetta raster-noton, ndr) e a due sculture di luce che saranno con ogni probabilità esposte nel corso delle due monografiche previste per il 2010 a New York e a Mosca, interamente dedicate al mio lavoro. Queste due retrospettive saranno al tempo stesso l’occasione per fare il punto sulla mia carriera artistica così come è andata delineandosi fino a questo momento e lo stimolo per mettermi all’opera su nuovi progetti.






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