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Marco Lodola. La Nuova Pesa di Roma
Data: 22.06.2009

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Vai all'evento: Marco Lodola - Eclysse

Vai alla sede: La Nuova Pesa Centro per l’Arte Contemporanea

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Sagome umanoidi, nere di plexiglass e lucenti di riflessi, ballano armoniose, la cui luminosità interiore si riflette sul muro; sagome umanoidi trasparenti, pulsanti di luminosità, a mostrare la loro forza erculea, o a danzare ancora e sempre armoniose. Questi i soggetti della mostra romana presso la Nuova Pesa Centro per l’Arte Contemporanea. Il “non nuovo”, come lo definisce Vittorio Sgarbi nel catalogo, che torna con la sua dirompenza, erede delle avanguardie storiche.

Nell’anno del centenario del Futurismo, i futurismi sono ancora e sempre di più attuali, sempre ed ancora di più pronti ad incontrare, in sinergico scambio, le realtà adiacenti: in Lodola, oggi, la Pop Art. Forte della consapevolezza artistica e poetica teorizzate da Renato Barilli, come un prestigiatore Lodola abbaglia e sposta il centro dell’attenzione dell’osservatore, ora nel nero delle sue sagome, ora nella luce in esse riflesse o contenute. Non per niente parla di sé come di un “elettricista”: ‘gioca’ con i fili elettrici, portando la luce dove e come vuole. La luce, il movimento, la sincronicità e la potenza, alla base della poetica futuristica, in queste opere sono intimamente legate al quotidiano popolare: rivivono le sale da ballo anni 20, ma soprattutto sembrano trovare eco le contemporanee trasmissioni di talent scout, dove le luci della ribalta esaltano il movimento, la sincronicità e la potenza.

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L’Eclisse: luce oscurata, che lascia libera solo un’aureola luminosa. Il prestigiatore, l’elettricista Marco Lodola compie lo stesso gesto astronomico sulle sue opere, con la stessa valenza di un momento sospensivo, in attesa di ri-esplodere alla Biennale di Venezia. Una scelta consapevole la sua, che torna nella galleria d’arte delle sue origini. Così osserviamo un Lodola intimista e riservato. Quasi. Forse. Ma che in realtà non rinuncia a sé stesso: il cromatismo non è abbandonato, non è rinunciato, né punito: è posto di riflesso sulle pareti e la sua intensità cambia a seconda della posizione dell’osservatore. Le sagome nere appaiono mute e tristi consolatrici dei muri spogli, ma in esse le figure ad essere frontali si rifletto, si parlano, si scambiano: quasi un muto dialogo tra solitudini lontane, ma sinergiche. La superficie opaca e riflettente si alterna a l’interno svelato, mostrato, pubblicamente sezionato ed osservato: luminosità come articolazioni muscolari e venose, ritmo pulsante della vitalità, base insostituibile per il movimento, per la sincronicità, per la potenza.

Non da meno è l’eclettico catalogo della mostra, in cui le fotografie di Sergio Pappalettera, Alberto Clementi, Marcella Milani, Cristina Nunez, Red Ronnie e Toni Thorimbert permettono di entrare “fisicamente” nelle opere, perdendocisi dentro, e riuscendo così a vivere un ritrovato e rinnovato Futurismo. Dei sensi.