ArtKey Magazine | ArticoloLa cultura come brand per l’identità d’impresa
Autore: Rosanna Fumai
Data: 06.07.2009
Vai all'evento: WORKSHOP: Dal principio del ’No Profit’ al Business Etico in Cultura Vai alla sede: Museo dell’Ara Pacis In una location d’eccezione, l’Ara Pacis, il 18 giugno scorso, si è tenuto a Roma un’ interessante giornata di studi dal titolo: Per un’economia della cultura. Dal principio del “No Profit” al Business Etico in Cultura. Un ever green di grande attualità, che affronta ancora lo spinoso rapporto tra profitto e cultura. Un vecchio tema, che però ha offerto nuovi spunti di riflessione. Il workshop, organizzato da TestaccioLab, impresa creativa capofila del network 1x100 che promuove l’evento, ha dimostrato che può essere stimolante e proficuo l’incontro fra istituzioni, imprese ed operatori culturali dell’intero Paese. Attingendo da un giacimento creativo per lo più sommerso, l’industria culturale in Italia può infatti diventare un business, tentando addirittura il rilancio dell’economia e sviluppando il proprio potenziale sia in termini di innovazione, sia in termini di crescita economica. La giornata, articolata in tre diverse sessioni, ha visto succedersi tra i relatori alcuni rappresentanti delle esperienze di maggiore successo sul territorio nazionale. Tra tutti, Enzo Abbate, Managing partner di Xister, Beniamino Saibene di Esterni di Milano, Claudio Curcio, Direttore del Comicon di Napoli. A rappresentare, invece, il mondo delle istituzioni, nomi importanti come l’onnipresente Umberto Croppi, Assessore alle Politiche Culturali di Roma, Luca Fiorito, docente di Storia dell’Economia presso l’Università di Palermo, Vincenzo Vita, responsabile della Commissione Cultura al Senato della Repubblica. Originale, l’affabulatorio intervento di Carlo Infante, libero docente di Performing media. Dopo ore di dibattito, che hanno messo a dura prova la curva dell’attenzione, si sono tratte alcune fondamentali, ma poco originali conclusioni, come sembra voler ribadire anche il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni, nel comunicato che ha fatto recapitare in sua vece. “Cultura e profitto - dice – non confliggono, tutt’altro, sono in simbiosi. L’idea secondo la quale le attività culturali debbano essere scevre dal concetto di profitto è figlia di impostazioni ideologiche vecchie, paradossalmente allergiche ad una fruizione di massa dei prodotti culturali. Se si ritiene che solo le Pubbliche Amministrazioni debbano farsi carico di politiche culturali, vale a dire finanziare gli eventi e le istituzioni, allora dovremo rassegnarci ad avere enti in perenne deficit, per il notevole esborso di denaro pubblico, inevitabile scadimento della qualità e i soliti noti beneficiari di suddette sovvenzioni.” In Europa il Pil, Prodotto Interno Lordo, creato dall’industria culturale è praticamente doppio rispetto a quello del mercato delle auto. Dunque pare necessario individuare modelli concreti finalizzati allo sviluppo di un business culturale sostenibile, fortemente improntato dall’idea di un’impresa e di una economia etiche. In Italia per incentivare le aziende è stata utilizzata la leva fiscale che rappresenta senza dubbio una opportunità di grande interesse. Ma nonostante alcune convenienti agevolazioni come le erogazioni liberali (che poi sono sinonimo di mecenatismo delle imprese private) e la destinazione del 5x1000 (detratto dall’Irpef) lo Stato sembra ancora non fare abbastanza a proposito della defiscalizzazione delle imprese e più in generale dei privati. “Economia e cultura - allora - impossibile ossimoro?” si domanda Marisa Casale, Amministratore Delegato di Enterprise S.p.A. che, convinta ed autorevole sostenitrice delle doti creative e manageriali femminili, ne incoraggia l’affermazione anche in ambito culturale, sostenendo iniziative volte a promuovere la valorizzazione di queste risorse, come è stato per l’esperienza de L’AltroSenso, che TestaccioLab ha voluto presentare in occasione del workshop. L’intuizione all’origine dell’operazione è scaturita dall’anniversario del Centenario dell’8 Marzo, che ha prodotto un percorso multidisciplinare dedicato all’arte, all’imprenditoria e alla creatività femminile, portato in diverse location della provincia italiana. Il modello che se ne è ricavato e che qui è stato proposto dagli organizzatori, infatti, denominato CU/BUS (acronimo di cultura e business) rappresenta l’applicazione di un impianto concettuale ad un contesto reale. Quello che tLab ha voluto sperimentare, vincendo una scommessa originale ed impegnativa, è che sembra ormai possibile coniugare la promozione aziendale dei partner economici, che sostengono l’iniziativa, con la valorizzazione dell’offerta turistica dei territori che fanno da cornice ai singoli eventi. Il tutto ha prodotto un ritorno di immagine qualificata per l’azienda ospitante, di promozione per gli enti locali che amministrano il territorio presso un target ben individuato e qualificato e il gradimento degli ospiti che hanno vissuto un’esperienza originale e coinvolgente. Insomma, una Associazione Culturale, come tantissime sul territorio, che reclama la necessità di responsabilizzare gli interlocutori istituzionali rispetto ad un più ampio discorso di gestione di fondi pubblici. “Vorremmo - chiedono – inaugurare una nuova stagione in cui le generiche dichiarazioni di adesione e di sostegno si trasformino in atti concreti.” Dunque la cultura, se ben utilizzata, potrebbe essere altamente produttiva. E se l’Economia, come dicono i testi, è la scienza dei mezzi e non dei fini, bisogna assolutamente sfruttare questa sua promettente capacità di coniugarsi al sapere in generale e all’arte, eccellenza peculiare del nostro Paese, abbracciando le specificità del settore e lasciando da parte quel vecchio concetto per cui, come diceva Ludovico Solima in suo testo già nel 2004, “ Ricchezza e valore culturale non possono più considerarsi concetti antinomici.” |
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